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mercoledì 21 maggio 2014

Terzo mese di gravidanza

Terzo mese di gravidanza, il bambino non è più un embrione ma viene chiamato feto. Alla tredicesima settimana si chiude il primo trimestre di gravidanza ma dovrai aspettare ancora prima di veder sparire nausee e altri fastidiosi sintomi della gravidanza.

Il terzo mese di gravidanza si conclude a 13 settimane + 1 giorno.

Cosa succede al bambino nel terzo mese di gravidanza?

Le ossa del bambino cominciano a ossificarsi o indurirsi. Il tuo bambino si sta già muovendo spontaneamente ma di solito non puoi sentire questi movimenti già adesso. Gli occhi del bambino sono grandi e aperti, ma le palpebre si formeranno più tardi. Le orecchie esterne sono formate.


Foto di un bambino al terzo mese di gravidanza

I genitali esterni cominciano a differenziarsi, anche se è ancora molto difficile dire se il bambino è un maschio o una femmina. Il bambino passa dallo stadio di embrione a quello di feto e perde anche la "coda", cioè le due gambe si differenziano.


mercoledì 23 aprile 2014

Secondo mese di gravidanza

Secondo mese di gravidanza, ecco che  possono cominciare a presentarsi o ad acuirsi i classici sintomi della gravidanza, come nausea, vomito, sudorazione eccessiva, stanchezza e sonnolenza, difficoltà a dormire, sbalzi d'umore.

Il secondo mese di gravidanza si conclude a 8 settimane + 5 giorni

Cosa succede all'embrione nel secondo mese di gravidanza?

Il secondo mese di gravidanza è un mese critico nello sviluppo fetale. Il tuo bambino passa dall'essere una blastocisti ad un embrione. All'inizio di questo mese  il cuore del bambino inizierà a battere. Prima batte lentamente, poi molto rapidamente e poi più in là mesi dopo la frequenza cardiaca rallenta un po 'di più .


                                             embrione al secondo mese di gravidanza


In queste prime settimane di gravidanza l'embrione è attaccato ad un piccolo sacco vitellino che gli garantisce nutrimento. Nel giro di poche settimane la placenta si formerà completamente e sarà essa a trasferire le sostanze nutritive fino al bambino.

lunedì 21 aprile 2014

Primo mese di gravidanza

Primo mese di gravidanza, generalmente passa senza che la donna nemmeno si accorga di essere incinta.
Il primo mese di gravidanza si calcola a partire dal  primo giorno dell'ultimo ciclo mestruale, il che vuol dire che nelle prime due settimane non sei incinta davvero (a meno che tu non abbia ovulato immediatamente a ridosso del ciclo). 

Leggi anche Secondo mese di gravidanza

Come avviene la fecondazione?
Durante l'ovulazione l'ovocita viene espulso da una delle due ovaie e viaggia lungo le tube di Falloppio verso l'utero. Durante questo viaggio può incontrare sul suo cammino gli spermatozoi. Soltanto uno riesce a penetrare all'interno dell'ovocita e a fecondarlo.



martedì 1 ottobre 2013

Acido folico: cos'è e perchè si prende

Conoscete l'acido folico? E' un'importantissima sostanza (la vitamina B9) che diventa ancora più importante quando si aspetta un bambino.
Assumere le giuste quantità di acido folico - che gli esperti fissano in 400mg al giorno durante la gravidanza - è fondamentale per ridurre il rischio di gravi malformazioni al feto. In particolare i difetti del tubo neurale (DTN) e tra questi la Spina Bifida.

L'uovo nell'alimentazione del bambino

La Spina Bifida è una malformazione causata dalla mancata chiusura di una o più vertebre. Una chiusura che deve avvenire di norma intorno al ventottesimo giorno dopo il concepimento.
La scienza ha ormai confermato senza alcun dubbio che l'acido folico e i folati nell'organismo materno riducono significativamente il rischio di alcune malformazioni compresa la Spina Bifida e siccome la chiusura del tubo neurale avviene quando la donna non sa ancora di essere incinta è importante e, soprattutto se stanno programmando una gravidanza.
Non a caso l'Aifa (l'Agenzia Italiana del Farmaco) ha recentemente inserito l'acido folico nella composizione da 400 mg nell'elenco di farmaci di classe A, quindi completamente rimborsabile.


Vitamine B: fondamentali per mamma e bambino


Di acido folico e dell'importanza di allargare la finestra terapeutica, cioè di non raccomandarlo solo alle donne incinte ma a tutte le donne in età fertile e sessualmente attive, si è discusso nei giorni scorsi in occasione di un convegno.
Maria Pia Pisoni, specialista in ostetricia e ginecologia con alta specialità nelle patologie dei difetti del tubo neurale materno-fetale presso l’Ospedale Niguarda Ca’ Granda di Milano, ha ricordato che "basterebbe assumere l’acido folico in compresse da 400 mg, farmaco di fascia A e quindi gratuito, per ridurre del 72 per cento i rischi di malformazioni fetali come spina bifida o labbro leporino".

L'acido folico è presente in alcuni alimenti: verdure a foglia verde (spinaci, broccoli, asparagi, lattuga), arance e succo di arancia concentrato, cereali, legumi, limoni, kiwi e fragole, fegato.

Per approfondire: Spina Bifida Italia

venerdì 1 aprile 2011

Diventare mamma anche dopo un tumore o un trapianto

Diventare mamma dopo un tumore o dopo un trapianto si può e la medicina deve impegnarsi in questo senso. Se n'è discusso in occasione dell'ultimo congresso della SIMP (Società di Medicina perinatale) che ha puntato l'attenzione sui due filoni principali dei quali si sta occupando la medicina perinatale: uno è quello oncologico, dove si stanno facendo tutti gli sforzi affinché la paziente colpita da tumore riesca ad iniziare e a portare a termine una gravidanza senza mettere in pericolo né la propria salute né quella del neonato; l’altro è la gravidanza nelle donne trapiantate per il quale è in fase di attuazione un Registro, il primo in Italia e in Europa, in collaborazione con il Meyer, l’Istituto Superiore di Sanità e il Centro Nazionale Trapianti, al fine di raccogliere i dati e delineare linee guida specifiche.



La promozione della salute della madre, del feto e del neonato e la tutela dei loro diritti è l’area tematica centrale di questo congresso che si pone come osservatorio concentrato soprattutto sulla maternità come stato di salute, ma anche come dimensione culturale e professionale - afferma Gianpaolo Donzelli, Presidente SIMP - L’Italia occupa una posizione nel complesso buona o quanto meno in linea con quella degli altri paesi europei per quanto riguarda la salute perinatale sia riferita alla mamma che al neonato. Tuttavia, rimangono ancora aperte alcune problematiche come i nati pretermine che, nel nostro Paese, rappresentano il 6,5% dei nati vivi.

L’innalzamento dell’età materna e il maggior ricorso alla procreazione assistita, con conseguenti nascite gemellari, costituiscono la causa principale dei nati prematuri, di cui i neonati gravemente pretermine (meno di 32 settimane) rappresentano lo 0,9% circa, mentre il 5,6% ha età gestazionale tra 32 e 37 settimane. Si registra, inoltre, un aumento del tasso di parti cesarei che mette l’Italia in pole position con la percentuale più alta d’Europa (37%) e un tasso piuttosto elevato di episiotomie che riguarda il 52% dei parti vaginali.



REGISTRO ITALIANO PER LA GRAVIDANZA E IL NEONATO DA DONNA TRAPIANTATA

È il primo registro nazionale, nonché europeo, che valuterà le principali problematiche delle gravidanze nelle donne che hanno subìto un trapianto di organo solido (cuore, rene, fegato, polmone, pancreas) e la salute del loro neonato.

Ad oggi i dati a disposizione in quest’area sono tutti retrospettivi e piuttosto frammentari – specifica Donzelli – Questo registro, che sarà gestito dal Dipartimento Medico Chirurgico Feto-Neonatale del Meyer, invece, si pone come obiettivo quello di creare un’anagrafe nazionale, sistematizzare le informazioni per delineare quali siano le maggiori problematiche cui va incontro la madre trapiantata (per esempio il rischio di rigetto, ipertensione, parto pretermine, basso peso alla nascita) e definire le procedure, le linee guida e i percorsi da seguire nella gestione della gravidanza e del follow up materno-infantile.”

Dato il notevole progresso raggiunto nelle pratiche mediche e chirurgiche dei trapianti d’organo, la gravidanza è percepita oggi possibile per le donne sottoposte a trapianto. In letteratura sono riportati circa 14.000 nati da madre trapiantata. In Italia ogni anno sono circa 1.000 le donne che subinile, 909 trapianti tra cuore (72), rene (534), fegato (275 tra intero e split), polmone (34), pancreas (18), intestino (3)[1].

“Le donne trapiantate oggi sono in condizione di riacquistare una buona qualità di vita e, se ben controllate, possono portare a termine una gravidanza e avere neonati sani – precisa Alessandro Nanni Costa, Direttore CNT – Ecco perché nasce l’idea di questo registro, che per la prima volta, grazie alla collaborazione dei centri trapianto, potrà fornire una fotografia dettagliata della salute delle madri trapiantate e dei loro neonati.”



GRAVIDANZA CON PREGRESSE NEOPLASIE

L’8% dei tumori femminili è diagnosticato sotto i 40 anni e curato con successo. I migliorati tassi di sopravvivenza, associati a trattamenti conservativi, permettono a giovani donne con forme precoci di tumori ginecologici e con stadi iniziali di altre neoplasie di affrontare delle gravidanze. Oggi una gravidanza su 1.000 è complicata da tumori: 75% solidi (mammella, cervice, melanomi) e 25% ematologici.

La consulenza preconcezionale rappresenta uno strumento fondamentale ed efficace nella prevenzione di condizioni patologiche associate alla gravidanza, potenzialmente capaci di influenzare l’esito perinatale – afferma Donzelli – A maggior ragione in una storia di neoplasia è importante fornire informazioni alla donna circa la possibilità di effettuare trattamenti conservativi rispettosi della fertilità, dei tempi di attesa, di eventuali rischi materni (ripresa/recidiva di malattia) ed embrio-fetali.”

"Generalmente si consiglia un periodo di attesa di due anni dopo il trattamento, ma naturalmente il tempo ottimale tra cura e concepimento deve essere valutato su ogni singola paziente, per la quale è essenziale impostare un check up psico-fisico con particolare attenzione agli organi che potrebbero essere stati compromessi”, precisa Giovanni Scambia, Professore Ordinario di Ginecologia ed Ostetricia presso l’Università Cattolica di Roma.

mercoledì 22 dicembre 2010

Amniocentesi, si cambia



Amniocentesi, si cambia. Secondo le nuove linee guida messe a punto dall’Istituto Superiore di Sanità, su indicazione del Ministero della Salute, l’amniocentesi non verrà più offerta dal Servizio Sanitario Nazionale a tutte le donne con più di 35 anni, ma solo a quelle che avranno avuto un risultato positivo all’ultrascreen.

In quest’ottica l’amniocentesi e la villocentesi vengono declassati a esami di secondo livello, da effettuarsi solo se gli altri screening hanno dato risultato positivo.

Il cambiamento è sostanziale e non solo di forma, perché l’accesso gratuito all’amniocentesi per tutte le donne over 35 in qualche modo suggeriva che si trattasse di un esame quasi indispensabile per diagnosticare le malformazioni fetali.

Oggi, invece, con questa inversione di rotta gli screening mini invasivi passano in prima linea nella diagnostica di routine.

Insomma, da domani se una donna vorrà sapere che rischio c’è che il bambino nasca con una malformazione genetica dovrà prima effettuare la translucenza nucale (ecografia che si fa tra le 11 e le 13 settimane di gestazione e misura lo spessore di alcuni tessuti nucali, che nei soggetti con sindrome di Down risultano troppo spessi) e il bi-test (esame del sangue che misura i valori della Gonadotropina Corionica e quello della Plasma Proteina Associata alla Gravidanza): due esami i cui risultati vengono combinati insieme in quello che viene chiamato ultrascreen (il risultato della combinazione tra questi valori e l'età materna offre un rischio probabilistico).

Se il risultato dell’ultrascreen è positivo alla donna verrà consigliata (e a quel punto offerta dal Servizio Sanitario nazionale) l’amniocentesi, che invece un esame diagnostico (e non basato sul calcolo della probabilità) e che permetterà di sapere se il bambino è affetto da un’anomalia cromosomica.

lunedì 20 dicembre 2010

Parto: le Regioni approvano il piano del Ministero della Salute. Ecco le linee guida


Migliorare la qualità, la sicurezza e l’appropriatezza degli interventi assistenziali nel percorso nascita e riduzione del parto cesareo: sono i principali obiettivi del Programma parto sicuro elaborato dal Ministero della Salute e approvato dalla Conferenza Stato-Regioni. Un documento in dieci punti che contiene linee guida relative a epidurale, formazione degli operatori, sicurezza e promozione del parto vaginale.

Ecco i punti elencati dal documento:

1) Razionalizzare e ridurre, nell’arco di tre anni, i punti nascita con un numero di parti inferiore ai mille annui: i centri più piccoli verranno assorbiti da quelli più grandi e dovrà essere garantita una maggiore qualità dei servizi come il sistema di trasposto assistito materno (Stam) e il sistema neonatale d'urgenza (Sten); al fine di promuovere una gravidanza fisiologica vanno supportati e aumentati i servizi territoriali, come i consultori familiari;

2) Le Asl territoriali che hanno un punto nascita sono chiamate a sviluppare una Carta dei servizi per il percorso nascita, che contenga indicazioni riguardanti le informazioni generali sulla operatività dei servizi contenenti i principali indicatori di esito, sulle modalità assistenziali dell’intero percorso nascita, sulle modalità per favorire l’umanizzazione del percorso nascita, sulla rete sanitaria ospedaliera-territoriale e sociale per il rientro a domicilio della madre e del neonato atta a favorire le dimissioni protette, il sostegno dell’allattamento al seno ed il supporto psicologico;

3) Integrazione territorio-ospedale: promozione dell’umanizzazione del parto e della gravidanza fisiologica attraverso una rete di supporto territoriale e percorsi assistenziali differenziati

4) Sviluppo di linee guida sulla gravidanza fisiologica e sul taglio cesareo da parte del SNLG-ISS

5) Programma di implementazione delle linee guida: dopo aver identificato le criticità e le barriere che ostacolano il cambiamento, verranno promossi la continuità assistenziale, l'integrazione con l'assistenza territoriale e il ruolo dei vari professionisti. Obiettivo: ridurre il ricorso al taglio cesareo

6) Elaborazione, diffusione e implementazione di raccomandazioni e strumenti per la sicurezza del percorso nascita: in quest’ottica saranno elaborati e promossi strumenti utili per la prevenzione della mortalità materna e per quella neonatale, ma anche l'adesione a sistemi di monitoraggio di eventi sentinella/eventi avversi/near miss e relativi Audit

7) Procedure di controllo del dolore nel corso del travaglio e del parto: vengono promosse procedure assistenziali, farmacologiche e non per il controllo del dolore in corso di travaglio-parto e definiti di protocolli diagnostico terapeutici condivisi per la partoanalgesia, dando assicurazione della erogabilità di tale prestazione con disponibilità/presenza di anestesista sulla base dei volumi di attività del punto nascita

8) Formazione degli operatori: nell’ambito dei percorsi di formazione/aggiornamento di tutte le figure professionali coinvolte nel percorso nascita, con modalità integrate, viene dato particolare peso alla formazione inerente il programma di implementazione delle Linee Guida e all’audit clinico quale strumento di valutazione della qualità dei servizi e delle cure erogate;
Con il MIUR si desidera attivare sistemi per la verifica ed adeguamento dei livelli formativi teorico-pratici delle scuole di specializzazione in ginecologia ed ostetricia, nonché in pediatria/neonatologia e del corso di laurea in ostetricia, in linea ed in coerenza con gli standard assistenziali;
Un ruolo non secondario nella formazione degli operatori assume l’effettiva integrazione della funzione universitaria di didattica con gli ospedali di insegnamento nonché la promozione del coinvolgimento delle società scientifiche nella formazione continua dei professionisti sanitari;
Nel favorire la diffusione delle procedure di controllo del dolore nel corso del travaglio e del parto viene prevista attività formativa in tema di metodiche farmacologiche e non di controllo del dolore, con carattere di multidisciplinarietà;
Viene infine promosso un percorso strutturato per l’inserimento dei professionisti nuovi assunti, confacente alle caratteristiche dei livelli assistenziali garantiti;

9) Monitoraggio e verifica delle attività: per tutte le attività previste viene promosso l’utilizzo di sistemi di monitoraggio e valutazione delle attività, capaci di definire le ricadute cliniche e assistenziali delle attività stesse attraverso indicatori misurabili;

10) Istituzione di una funzione di coordinamento permanente per il percorso nascita
Per un adeguato coordinamento delle e verifica delle attività è prevista la costituzione di un Comitato per il Percorso Nascita (CPN), interistituzionale, con funzione di coordinamento, con il coinvolgimento delle Direzioni Generali del Ministero della salute (Programmazione, Prevenzione, Comunicazione, Ricerca, Sistema Informativo), delle Regioni e Province autonome e di altre istituzioni sanitarie nazionali (ISS, AGENAS).

Il documento originale è disponibile qui

lunedì 5 luglio 2010

Aborto spontaneo: forse una possibile spiegazione


Leggo su Proceedings of the National Accademy of Science che alcuni ricercatori dell’Istituto Gaslini di Genova avrebbero individuato un meccanismo che potrebbe spiegare il perché di un aborto spontaneo.

L’aborto spontaneo si verifica in una percentuale tra il 10 e il 25% delle gravidanze ed è più comune di quanto possiamo immaginare.

Era già noto che i linfociti Treg, cellule natural killer presenti nel sangue potessero giocare un ruolo importante durante la gravidanza.

Adesso i ricercatori genovesi hanno scoperto che questi linfociti durante i primi mesi di gravidanza perdono la loro azione distruttiva e producono sostanze che favoriscono la crescita dei tessuti e la formazione di nuovi vasi.

Non solo, nella placenta questi linfociti si legano a dei macrofagi specializzati che spingono l’organismo a produrre un gran numero di Treg che fanno in modo che il sistema immunitario non provveda ad espellere l’embrione perché considerato un corpo estraneo.

Il punto è proprio qui.

Se qualcosa inceppa questo meccanismo perfetto e prezioso – per esempio i macrofagi e i Treg non riescono a comunicare perfettamente oppure si verifica una carenza di cellule natural killer – le Treg non vengono prodotte e il feto viene aggredito dalle cellule del sistema immunitario materno.

Giorgio Bentivoglio, direttore dell’Unità Operativa di Ostetricia e Ginecologia del Gaslini, ha spiegato che : “dopo i 40 anni l'aborto spontaneo ha un'incidenza sulla gravidanza del 20%, quando la madre ha un'età intorno ai 30 anni i casi di aborto si riducono statisticamente a meno del 10%. Sicuramente una delle cause di aborto è un difetto dell' ovocita dovuto a imperfezioni subentrate nella meiosi e collegate all'età materna"

martedì 29 giugno 2010

L'orologio biologico diventa un incubo? Qualcuna pensa a crioconservarsi gli ovuli

L’orologio biologico batte inesorabilmente i suoi colpi? Il terrore di essere in ritardo e di non poter avere figli vi perseguita? La folle e a volte necessaria corsa al successo, alla carriera, all’uomo giusto vi impedisce di soddisfare il vostro desiderio di maternità?

La scienza corre in aiuto delle donne che sulla soglia dei 40 iniziano a pensare che non ce la faranno. In una clinica belga stanno provvedendo a congelare gli ovuli per poterli poi scongelare quando il momento giusto sarà arrivato.
Uno studio condotto su 200 studentesse di medicina ha dimostrato che otto su dieci prenderebbero in considerazione l’idea di congelare gli ovuli per assicurarsi una fertilità più duratura.

La tecnica di crioconservazione degli ovuli è relativamente recente ma abbastanza sicura ed efficace. Se l’ovulo proviene da una donna giovane e in buona salute ci sono ottime probabilità che la cosa riesca, ma al momento sono di più le donne che si avviano verso i quaranta a rendere in seria considerazione questa opportunità, vista un po’ come un’ultima spiaggia. Il costo della crio-conservazione degli ovuli si aggira intorno alle tremila sterline.

venerdì 18 giugno 2010

Tacchi alti in gravidanza? Meglio di no

Le amanti dei tacchi dovrebbero scendere dai trampoli, almeno durante la gravidanza. In verità sembra che anche indossare le scarpe a ballerina, con tacco inesistente, non faccia benissimo. Come capita spesso in molti casi della vita, l’ideale è una sana via di mezzo.

La notizia l’ha pubblicata il Daily Telegraph: in Gran Bretagna il 32% delle donne incinte continua a camminare sui tacchi alti, il 53% si butta sulle ballerine, il 66% indossa le ciabatte e il 30% gli stivali (prima che iniziate a fare i conti perché sospettate che ci sia un errore vi dico che il test era a risposte multiple).

Sospetto che anche in Italia i numeri non siano poi così diversi.
A commento del sondaggio, la podologa Lorraine Jones della Society of Chiropodists and Podiatrists ha spiegato che praticamente sbagliano quasi tutte: i tacchi alti sollecitano la schiena e le anche che sono già messe a dura prova dal pancione, quelle raso terra fanno male alle gambe e ai piedi. L’ideale è una scarpa comoda a tacco basso, al massimo 3 centimetri.

sabato 5 giugno 2010

Vitamine B: le vitamine energetiche che non dovrebbero mai mancare nell'organismo di mamma e bambino

Gli esperti le chiamano vitamine energetiche perché, pur non apportando direttamente energia all’organismo, svolgono una fondamentale funzione nel processo di conversione del cibo in energia. Parlo delle vitamine del gruppo B, che giocano un ruolo chiave nel far sì che i nutrienti assunti dall’organismo attraverso il cibo, come proteine, grassi e zuccheri, vengano assimilati correttamente e trasformati in energia.

Praticamente è come se svolgessero la funzione di ottimizzare lo zucchero che viene assunto con gli alimenti e che, soprattutto nei bambini, non dovrebbe superare i 30-50 grammi al giorno. Spesso si esagera: nell’errata convinzione che i bambini abbiano bisogno di zuccheri per far fronte a giochi, sport, scuola, crescita, si rischia di eccedere con dolciumi, merendine e zuccheri raffinati. Invece in qualche caso sarebbe sufficiente un integratore di vitamine B e per questo i pediatri possono prescrivere dei supplementi dietetici in periodi particolarmente impegnativi, come durante un allenamento sportivo intensivo, un momento di studio, precise fasi della crescita, dopo una malattia o un’influenza, a seguito di una terapia antibiotica o farmacologica, oppure durante i cambi di stagione quando, soprattutto nei bambini, si avvertono stanchezza, irritabilità, debolezza. Inoltre durante la gravidanza assumere integratori di vitamina B, in particolare di vitamina B9 (acido folico), è estremamente importante per ridurre drasticamente il rischio di malformazioni nel feto, come la spina bifida.

La B1 sul sistema nervoso, la B6 e la B5 fa bene alla vista e alla pelle, la B3 combatte insonnia e depressione ed è un potente alleato del sistema immunitario: le vitamine del gruppo B sono numerose e preziose e sintomi come stanchezza, affaticamento, depressione, sbalzi di umore e disturbi gastrointestinali sono i segni più evidenti di una carenza di vitamine B.

Ma in quali alimenti si trovano le vitamine del gruppo B? Latticini, carni magre, uova, verdure a foglia verde, cereali, legumi, frutta secca, pollame, fegato sono riserve preziose di vitamine del gruppo B.
E’ chiaro che il modo migliore per assumere la vitamina B è seguire una dieta varia ed equilibrata, ma in alcuni casi o in precisi momenti della vita di un bambino un supplemento di questa preziosa vitamina può e deve essere preso in considerazione.

lunedì 31 maggio 2010

Troppo poco pesce in gravidanza: l'allarme dei nutrizionisti

Il consiglio per le future mamme è spesso dato, anche gratuitamente: “durante la gravidanza si deve mangiare molto pesce, perché aiuta il cervello del bambino a formarsi”.
Eppure sembra che spesso questo consiglio venga disatteso da un gran numero di donne in dolce attesa, se è vero che i nutrizionisti britannici si sono presi la briga di spiegare al Daily Telegraph che è indispensabile che durante la gravidanza si aumenti la quantità di pesce consumato. Non basta incrementare le dosi in maniera generica, ma è importante fissare, proprio come se si seguisse una dieta, i giorni nei quali si mangia pesce, che non devono mai essere inferiori ai due.

Ma perché il pesce è così importante? Lo ha spiegato Jack Winkler della London Metropolitan University: “perché è ricco di acidi grassi Omega 3, grassi molto preziosi perché svolgono una importante azione antiossidante e soprattutto, durante la gravidanza, favoriscono un corretto sviluppo del cervello e riducono il rischio che il nascituro soffra di problemi neurologici”. Inoltre il pesce è ricco di proteine nobili, è leggero e molto digeribile.

Eppure, nonostante non ci sia dubbio che il pesce faccia bene durante la gravidanza e garantisca innumerevoli benefici al feto, numerose donne evitano di mangiarlo per timore che contenga sostanze inquinanti; gli esperti riuniti in occasione della conferenza della Royal Society of Medicine non hanno dubbi: “non ci sono prove scientifiche che dimostrino che le donne che hanno mangiato maggiori quantità di pesce abbiano avuto problemi di salute, mentre non c’è dubbio che le performance cerebrali dei figli delle donne che mangiano una maggiore quantità di pesce siano migliori”, hanno spiegato.
Nel dubbio, meglio preferire pesci magri come sogliola, nassello, dentiece, orata, trota ed evitare pesce in scatola e sotto sale.

lunedì 3 maggio 2010

Congedo di maternità: un diritto, anzi un valore

Giorni fa leggevo un pezzo scritto da Sarah Fraser sul Times che commentava la notizia che l’Italia è il Paese più sicuro al mondo dove partorire. La Fraser ha partorito sia in Gran Bretagna che in Italia e dice chiaramente di non essere affatto sorpresa della classifica che vede l’Italia fare la parte del leone, perché la sua esperienza conferma in assoluto questi dati.

Non solo, la giornalista indica nella legge che regola, in Italia, il congedo per maternità una possibile causa di questo primato: in Italia, scrive la Fraser, la mamma può dedicarsi alla sua maternità fino a un massimo di 24 mesi mentre in Gran Bretagna non si superano i 12 mesi e questo gioca un ruolo importante nel favorire la salute e il benessere della madre.

La teoria è affascinante - anche se per quanto mi sforzi non riesco a capire come si possa allungare il congedo parentale fino a 24 mesi (se qualcuno ne è capace mi sveli il mistero per favore!) – e mi torna utile adesso che scrivo questo post per commentare l’intervista che Maria Stella Gelmini, di professione Ministro dell’Istruzione e neomamma, ha rilasciato qualche giorno fa al Corriere della Sera e che ha fatto andare su tutte le furie le mamme fuori e dentro la rete.

Ci ho messo un po’ a elaborare la cosa e a capire cosa ne pensavo veramente, perché in fondo io ho vissuto la maternità un po’ a casa e un po’ al lavoro, senza godermela quanto avrei voluto ed è stato un sacrificio. Sono tornata a lavoro dopo nemmeno tre mesi dalla nascita di mio figlio perché sono una lavoratrice autonoma e non c’era modo di convincere clienti e incarichi a vivere con sana lentezza e a prendersi una pausa pure loro.

Quindi leggere che il Ministro Gelmini dopo SOLO DIECI giorni dalla nascita della figlia era già a lavoro, seppure a casa sua, che secondo lei


è complicato conciliare il lavoro con la maternità, ma penso che siano poche quelle che possono davvero permettersi di stare a casa per mesi. Bisogna accettare di fare sacrifici.

E che


le donne normali che lavorano dopo il parto e sono costrette a stare a casa sono delle privilegiate



non mi ha sconvolto più di tanto. In questi anni una marea di donne che conosco, impiegate o dipendenti, non si sono godute soltanto il SACROSANTO periodo di maternità che spetta di DIRITTO e che è anche un obbligo previsto dalla legge. Ma hanno fatto carte false (intendo proprio false) per stare a casa dodici mesi e più. Dal diritto alla truffa.

Io i dodici mesi a casa con mio figlio me li sogno (libero professionista = precaria = sempre a lavoro) e forse pure li temo.

Questo per dire che il discorso della Gelmini in fondo non mi era del tutto ostico - dopo tre mesi ero a lavoro, mi dispiaceva, ma potevo organizzarmi orari e giorni in modo personale e flessibile (esattamente come probabilmente farà la Gelmini o la D’Amico che lei stessa portava ad esempio)- e che, all’inizio, questa intervista aveva un sapore familiare, qualcosa di comprensibile e di già vissuto.

Poi mi sono detta no.

No. Perché queste dichiarazioni e questo modo di pensare trovano un proprio significato solo se le incastriamo nella nostra vita di tutti i giorni, fatta di impegni, di responsabilità, di lavoro, lavoro, lavoro. Una vita di corsa, della quale spesso si perde il senso.

No. Perché quando nasce un bambino la nostra vita dovrebbe rallentare, prendersi una pausa perché la nascita e il parto sono due momenti assolutamente irripetibili, che ti lasciano sgomenta, spaventata, travolta da una soddisfazione e da una gratificazione che mai avresti immaginato, da una inesauribile energia e voglia di stare con il tuo bambino.

No. Perché mai verrebbe in mente a una neomamma di andare a lavorare dopo dieci giorni. Se qualcuna ci riesce è solo perché non ha scelta o perché “bisogna fare sacrifici e non lagnarsi”.

No. Perché il bambino appena nato ha bisogno di stare con la mamma in un ambiente caldo, protetto e sereno. E’ un suo diritto e i suoi diritti vanno tutelati (non solo quelli dell’embrione/blastocisti che ha diritto alla vita anche a costo di rovinare quella della donna che lo ha accolto in grembo).

No. Perché quel periodo iniziale è irripetibile, dura un attimo poi si perde, a un tratto scompare. Quell’unione incredibile e improvvisa con il passare dei mesi si rafforza, assume le forme di un legame forte, stabile e duraturo. Ma quella tempesta di ormoni ed emozioni non torna più.

Secondo me questo periodo prezioso va tutelato ad ogni costo, a dispetto della folle corsa e delle urgenze lavorative. E’ vero, dobbiamo rimboccarci le maniche e francamente ce lo ricordiamo ogni giorno mentre ci sbattiamo avanti e indietro. Ma quando diventiamo mamme, quando incontriamo il nostro bambino, la priorità è solo poter stare con lui per conoscerci, abituarci a questo nuovo pazzo amore e poter consolidare un legame che poi, quando verrà il giusto momento di separarci per tornare a lavoro, non verrà intaccato dall’assenza e dal rimpianto.

Proprio oggi un lancio di agenzia ha reso note le dichiarazioni di Mara Carfagna, Ministro per le Pari Opportunità:

"l’accesso e la permanenza delle donne nel mercato del lavoro, la loro progressione in carriera e la tutela della maternità rientrano senza dubbio tra i principali obiettivi dell'azione del nostro Governo".

Ecco, tutelare il lavoro delle donne che diventano madri è un obiettivo da non dimenticare mai, ma anche fare in modo che le donne che diventano madri possano godere del congedo di maternità come un inalienabile diritto, promuovendo questo congedo come un autentico valore per la società, questa sì che sarebbe una gran bella sfida. Degna del Paese dove è radicato il senso della famigghia.


Qualche link utile per saperne di più sul diritto al congedo di maternità:
INPS
Camera dei Deputati
INAIL
Immagine:
Maternità di Keith Haring

martedì 27 aprile 2010

Dipendenza da aborto e maternità negata

Ho letto un’intervista con Irene Vilar e dire che sono rimasta sconcertata è un eufemismo. Non posso riuscire facilmente a capire in che modo e per quali strani labirinti dell’anima una donna possa rimanere incinta 15 volte in 16 anni e abortire altrettante volte.
Qui non si tratta di educazione e livello culturale (la Vilar conosceva benissimo i metodi per evitare una gravidanza sgradita) né di violenza o sopruso, qui si tratta di un disagio dell’anima così profondo da tramutarsi in una inesplicabile malattia psichica. Si chiama dipendenza da aborto e non so se è elencato nelle voci degli annali di psichiatria.

La donna si era innamorata di un uomo più grande di lei, suo professore: 17 anni lei, 50 lui che le aveva detto sin da subito che non avrebbe voluto dei figli e lei è rimasta al suo fianco per anni, assecondando questa sua volontà ma senza una reale accettazione, senza un autentico e armonico compromesso. E’ rimasta incinta ogni anno (per dodici volte di questo marito e per altre tre volte di un uomo che aveva conosciuto dopo il divorzio), cullandosi per un po’ nella realizzazione della maternità e ogni volta ha abortito. Sconcertante questa opprimente maternità negata e altrettanto sconcertante la complicità del marito che mai ha pensato di liberarla da questo crudele giogo o di portarla da uno psichiatra.

Oggi la Vilar ha fatto pace con se stessa e con la sua infanzia che certamente ha giocato un ruolo fondamentale nel processo di autodistruzione della maternità da lei avviato. La vita non era stata facile per lei: sua madre era stata sterilizzata dal governo statunitense a sua insaputa e si era suicidata mentre era in auto con lei che aveva solo otto anni, il padre era alcolizzato e due fratelli erano tossicodipendenti. Una vita allo sbando insomma e un desiderio di maternità così forte eppure così soggiogato da una volontà autodistruttiva e da una relazione che la rende succube e che le permette di sfogare il suo dolore sul suo corpo e sul desiderio di una maternità impossibile da realizzare. Lei stessa ammette di non capire ancora fino in fondo cosa l’abbia spinta a abbandonarsi a un’ossessione così enorme: “volevo solo mantenere il controllo della mia vita”, dichiara.
La Natura l’ha assecondata. Ha risposto al suo desiderio di maternità in modo così sfacciato da sembrare quasi crudele: per 15 anni le ha dato un’opportunità e per altrettante volte lei l’ha gettata via. Oggi, quando ha fatto pace con il suo vissuto, ha lasciato il professore ed è sposata con un altro, lavora e sente di aver finalmente raggiunto un punto di equilibrio, è anche madre di due bambine. Nell’intervista si dice molto sorpresa che il suo corpo non si sia ammalato a causa dei ripetuti aborti e che le abbia donato ancora non una ma due chanche di diventare madre. E questa volta le ha colte al volo.
Irene Vilar ha raccontato la sua storia in un’autobiografia “Scritto col mio sangue”, edita da Corbaccio.

lunedì 19 aprile 2010

Parti sicuri: L'Italia è la prima al mondo

L’Italia è al primo posto (sì, avete capito bene: primo posto) nella classifica dei parti sicuri.
Non si tratta della hit parade de noartri ma di una classifica stilata da Christopher Murray dell'Università di Washington di Seattle e pubblicata su The Lancet, la più autorevole rivista scientifica del mondo. Secondo questi esperti, in Italia le donne possono stare tranquille e partorire sicure. Il numero di decessi per parto è il più basso del mondo: non si arriva neanche a 4 ogni 100mila nascite.

Danimarca, Canada e Stati Uniti, invece, non ne escono benissimo: per loro la situazione è in stallo, né più su né più giù, solo che gli altri invece migliorano e quindi, che so, l’Albania supera la Gran Bretagna. Certo, non è tutto oro quel che luccica e abbiamo ancora molte cose su cui lavorare, ma l’Italia fa un figurone, quindi, piazzandosi saldamente al primo posto di una classifica di ben 180 Paesi di tutto il mondo. Maglia nera a tutti questi Paesi dove le mamme sono affette dall’HIV e dove le condizioni igienico-sanitarie sono estremamente carenti, mentre migliora la situazione in Egitto, Cina, Bolivia ed Ecuador.

Il numero di decessi per parto è globalmente sceso, nell’ultimo trentennio, da 500.000 all’anno a 343.000: “ci sono buone ragioni per essere ottimisti”, ha dichiarato il direttore di The Lancet, Richard Horton.
In effetti sembra di sì, ma la resa dei conti si avrà nel 2015 quando si valuterà il raggiungimento di uno degli otto Millenium Development Goals, gli obiettivi di sviluppo fissati dall’ONU: quello di una maggior tutela della salute materna.

Image: Maternità di Klimte

martedì 23 marzo 2010

Anche gli uomini, a volte, covano l'ovetto


Sarà capitato anche a voi o a qualche amica in dolce attesa di riconoscere nel partner qualche sintomo tipico della gravidanza: qualche chilo in più, nausea e vomito, voglia di particolari cibi, emicranie e insonnia, mal di denti e, in qualche caso davvero estremo, le doglie e i dolori del parto. Insomma per qualche futuro papà il desiderio di essere solidale con la propria compagna incinta può assumere davvero forme grottesche.
La Sindrome della Couvade (così si chiama in gergo tecnico) è più diffusa di quanto immaginiamo: solo negli Stati Uniti sembra che interessi il 90% dei padri (la solita megalomania statunitense), mentre in Europa varia da un 30% a un 60% dei neopapà.
Insomma un fenomeno interessante al punto che alcuni ricercatori dell’Università di Waikato in Nuova Zelanda se ne sono occupati. Secondo quanto spiegato dalla ricercatrice Irene Lichtwark si tratta di vere e proprie manifestazioni psicosomatiche legate alla paternità che sfiorano il patologico e che, in alcuni casi, si verificano anche in persone che sono vicine alla mamma, come la nonna o la suocera. Le cause di questa sindrome possono essere di varia natura e, sono da ricercare, ad esempio, nell’incapacità di gestire l’ansia per la propria paternità o quella per lo stato di salute della compagna, nella solidarietà nei confronti della partner oppure può essere un modo per prepararsi a diventare genitore.
La cosa conferma che in fondo anche i maschi possono andare soggetti a bizzarre forme di isteria e mi viene da ridere se immagino a come reagirebbe una donna incinta se la suocera iniziasse a ingrassare, vomitare e infine soffrire le doglie proprio come lei…

lunedì 15 marzo 2010

Sei incinta? Attenzione ai film che vedi!

Quando ero incinta, lo confesso, non ho rinunciato ai miei telefilm preferiti (in effetti, se ci penso, ho rinunciato a ben poco oltre che a grasse mangiate di prosciutto crudo!). Parlo di Dexter, Criminal Minds e CSI e molte altre: per chi non le conoscesse, sono serie tv al cardiopalma. Assassini, delitti efferati, serial killer che fingono di essere persone normali…non proprio un prodotto televisivo edulcorato e con il lieto fine.

Sono appassionata e non mi fanno paura, non mi hanno mai sconvolto più tanto, nemmeno quando aspettavo mio figlio e anche se mi sono domandata “ma gli farà male?”, mi sono risposta che in fondo se non avevo paura io perché avrebbe dovuto averne lui?
Insomma, se avessi guardato una cosa che mi provocava tachicardia, ansia e problemi emotivi sarebbe stato meglio evitare, ma per me era solo (ed è tuttora, anche se non ho più tutto questo tempo per godermele) un modo piacevole per rilassarmi.

Mi sovviene, quindi, il ricordo di me seduta comodamente sul divano mentre lo schermo si riempie di sangue a fiumi mentre leggo con un velato sorrisino questa ricerca nipponica pubblicata niente di meno che su New Scientist.
La teoria è: durante la gravidanza è consigliabile guardare solo film allegri. I ricercatori dell’Università di Nagasaki hanno fatto guardare degli spezzoni di film diversi fra loro ad alcune future mamme e hanno monitorato le reazioni dei feti. Il risultato è stato sorprendente: se andava in onda un tenero musical (quel “Tutti insieme appassionatamente” che ciascuno di noi ha visto almeno una volta nella vita), i piccoli danzavano a suon di musica, mentre di fronte a scene strappalacrime di un film impegnato come “Il campione” di Zeffirelli, si acquietavano fino quasi a immobilizzarsi.
Insomma, non c’è dubbio che le emozioni della mamma influenzino il benessere psicofisico del bebè. Ma questo, in fondo, già lo sapevamo.

mercoledì 27 gennaio 2010

Orologio biologico: prendi o lasci, possibilmente prima dei trenta.

Lo specchio dentro il quale ci confrontiamo noi donne ha proprio una doppia faccia.
Da un lato ci restituisce l’immagine di una donna ormai verso i quaranta che sembra una ragazzina: sport, chirurgia, trucco e cosmetici, ma anche una vita che non ci costringe a zappare la terra come le trisavole che alla nostra età sembravano le nostre nonne; tutto contribuisce a farci sentire (e vedere) come delle ragazzine.
Non è solo un’impressione. Lo siamo davvero.
L’altro lato dello specchio però ci restituisce la realtà. La cruda realtà della natura che, come la peggiore delle traditrici, si presenta inaspettata al cospetto delle tante donne che rimandano il momento della maternità per un motivo o per l’altro e che scoprono poi quanto questa impresa possa rivelarsi difficile. A volte impossibile.
La convinzione che, in fondo, al giorno d’oggi si facciano facilmente figli anche dopo i quarant’anni è infondata. Sta solo nel nostro cuore – speranzoso - e nella immagine simil-teenager delle quarantenni di oggi.
Le ovaie, però, non subiscono lifting e si svuotano di ovuli anno dopo anno.
A partire dai 30? No. A questa età una donna è quasi sull’orlo dell’infertilità e conserva solo il 12% del suo patrimonio di ovuli originario. Solo il 12%.
Francamente resto basita leggendo questi dati pubblicati su PlosOne. Io ho avuto un figlio a 33 anni. Praticamente la mia maternità, secondo questi scienziati della St.Andrews University, è più simile a un miracolo che a un evento naturale.
A fissare scientificamente l’evidenza del ticchettio dell’orologio biologico è lo studioso inglese Tom Kelsey, che ha contato il numero di ovuli nelle ovaie di 325 donne di diverse età e ha inserito questi dati in un computer che ha restituito un’idea di come la produzione di ovociti sia diminuita nel tempo. Si tratta, spiegano i ricercatori, del primo vero studio che dimostra come l’orologio biologico sia una realtà non solo psicologica ma fisica e come fare figli sia un’opportunità che la natura offre in un limitato momento della vita. Prendi o lasci.
Quindi la conclusione è: nasciamo con un patrimonio di 450 milioni di ovuli, dei quali sono un paio di milioni riesce a maturarsi durante la vita di una donna, e man mano che gli anni passano il numero di ovuli si riduce drasticamente arrivando al misero 12% dei 30 anni.
Fino al 3% dei 40 anni.

Image The Virgin Mother (Damien Hirst)

venerdì 8 gennaio 2010

Dimagrire in gravidanza...

Le donne incinte lo sanno bene. Mettere su troppi chili rischia di essere un problema, non solo perché poi sarà estremamente difficile rientrare nei propri panni, ma anche perché aumentano i rischi di un parto cesareo e di complicanze.
Ma qual’è il numero giusto di chili da mettere su durante i nove mesi? Io sono ingrassata di dodici chili e ricordo che qualcuno storceva il naso (eppure ero un figurino e me li sentivo addosso tutti giusti e funzionali al mio stato).
Sull’American Journal of Clinical Nutrition leggo con curiosità di alcuni ricercatori tedeschi che hanno studiato più di 177mila nascite avvenute in Baviera nell’arco di due anni e hanno analizzato soprattutto il collegamento tra il peso delle donne e le complicanze e il peso del neonato. Così hanno scoperto che non ci sarebbe un diretto legame tra un certo sovrappeso e i rischi comunemente ipotizzati.
I ricercatori hanno spiegato che questo studio dimostrerebbe che ogni donna è un caso a sé e che non c’è motivo per cui una donna, inizialmente già in sovrappeso, non possa mettere ad esempio 11 chili e partorire un bambino con un parto naturale e normopeso.
A noi donne e mamme sembrano solo numeri, perché poi ognuna di noi ha la sua storia e la sua personale esperienza di lotte con il proprio IO più goloso e il suo aumento di peso, ma se si guarda alle attuali linee guida internazionali si capisce perché questo studio può rivestire un qualche interesse.
Negli Stati uniti, ad esempio, l’Institute of Medicine (IOM) consiglia alle donne normopeso che aspettano un bambino di aumentare tra gli 11 e i 16 chili, a quelle sottopeso di poter arrivare fino ai 18 chili, mentre alle obese di non superare i 9 chili.
In Italia le linee guida sono simili e consigliano di mettere su tra i 12 e i 15 chili in più.
I ricercatori di Monaco di Baviera hanno, invece osservato che le donne normopeso hanno partorito figli anch’essi normopeso pur mettendo qualche chilo in meno rispetto a quanto indicato, che le donne in sovrappeso e le obese potevano addirittura perdere peso invece che metterlo senza rischiare di dare alla luce neonati con problemi di salute e quelle sottopeso potevano ingrassare un po’ più della norma senza che il bambino ne risentisse in alcun modo.
Ora, tutto molto interessante, ma mi chiedo: come fa una donna in sovrappeso a PERDERE qualche chilo durante la gravidanza?



Image: http://www.flickr.com/photos/globetrotter1937/3273587681/

giovedì 3 dicembre 2009

Un lungo concerto

Quando ero incinta ascoltavo un sacco di musica.
Non amo particolarmente la musica classica ma avevo letto ovunque che il piccolo che cresceva dentro la mia pancia l’avrebbe gradita molto, quindi mi sottoponevo a ore di ascolto di Vivaldi, Mozart e Bach mentre lavoravo o leggevo. In effetti il piccolo sembrava essere contento, si muoveva, rispondeva alle sollecitazioni ed era tranquillo.
Spesso alle mamme in attesa viene consigliato di ascoltare musica classica e leggo che in un congresso della Federazione Italiana di Ostetricia e Ginecologia si è discusso anche di questo tema.
Gli esperti che si sono riuniti a Torino hanno convenuto su un punto: la musica fa certamente bene al feto , ma alcuni tipi di musiche fanno bene ancor di più.
Se ci accingiamo a realizzare una track list con i brani che vogliamo far ascoltare al nostro bimbo mettiamo in pole position Vivaldi e Mozart, perché sembrano avere un effetto calmante, ed evitiamo brani di Beethoven e Brahms che innervosiscono il pupo.
I ginecologi sono anche d’accordo sul considerare la voce materna come il suono più amato dal feto. Come a dire, invece che ascoltare la musica magari preferirebbe che gli raccontassimo qualcosa.
Come hanno fatto questi esperti a giungere a queste conclusioni, direte voi?
Risposta semplice: grazie alle moderne tecnologie a ultrasuoni sono stati in grado di osservare il feto mentre ascoltava diversi tipi di musiche e suoni e hanno stilato l’hit parade dei pezzi più amati. Ecco, allora, che se ascolta Mozart il suo respiro si fa più regolare e i suoi movimenti più armonici, mentre se ascolta Stravinskj gli prende un colpo e si agita.
Non vi dico come si arrabbia se gli facciamo ascoltare musica rock a manetta.
Ma cosa sente nostro figlio nella suo mondo ovattato?
Un feto sente suoni e rumori sin dalle prime settimane di vita intrauterina e per lui tutto può potenzialmente trasformarsi in musica. Praticamente vive un concerto perpetuo.
Il cuore della mamma batte come un tamburo, il liquido della placenta, le pareti uterine, i rumori esterni suonano un concerto che lo accompagna fino alla nascita.
Molti si dicono certi che i neonati che non riescono a dormire di notte nelle prime settimane di vita soffrano proprio del silenzio.
Un silenzio pauroso che si presenta da un momento all’altro, inaspettato, dopo mesi di suoni che hanno fatto compagnia.

Image: http://www.flickr.com/photos/micahtaylor/738448992/