La fotografa Emily Robinson, esperta in foto in sala parto, aveva seguito Amy Beth Cavaretta per tutta la sua gravidanza e sapeva che avrebbe dovuto essere pronta quando il travaglio fosse cominciato perchè anche quando aveva dato alla luce la sua prima figlia, Amy Beth aveva avuto un parto velocissimo.
Anche questa volta in effetti è andata allo stesso modo. Ma nessuno, nè Amy Beth, nè Emily, nè il papà Joe, nè l'ostetrica potevano mai immaginare che sarebbe stato un parto-lampo.
Al punto che Amy beth non è riuscita neanche ad entrare in ospedale e ha partorito fuori.
Ad una velocità impressionante.
Emily è stata prontissima e con la sua macchina fotografica ha immortalato questi momenti davvero eccezionali.
Ecco qualche foto, la sequenza completa potete trovarla sul blog di Emily.
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martedì 28 maggio 2013
venerdì 1 marzo 2013
Foto di un neonato nel suo sacco amniotico
FOTO di un neonato nel sacco amniotico. L'ostetrica che firma questo blog parla spesso di parto naturale.
E scrive che generalmente si dice che un bambino è nato quando viene tirato fuori dalla morbida e calda atmosfera del liquido amniotico.
Leggi anche Neonata stringe la mano del ginecologo che l'ha fatta nascere
Nella maggior parte degli ospedali il sacco amniotico si rompe durante il travaglio, una procedura che viene messa in atto da medici e infermieri con lo scopo di velocizzare il travaglio.
E nel caso di un parto cesareo il sacco amniotico si rompe subito, per permettere l'uscita del bambino.
Leggi anche Donna partorisce fuori dall'ospedale: le incredibili foto
Ma questa foto davvero eccezionale mostra un bambino venuto alla luce dopo un taglio cesareo all'interno del suo sacco amniotico ancora perfettamente integro.
Un'immagine davvero unica.
E scrive che generalmente si dice che un bambino è nato quando viene tirato fuori dalla morbida e calda atmosfera del liquido amniotico.Leggi anche Neonata stringe la mano del ginecologo che l'ha fatta nascere
Nella maggior parte degli ospedali il sacco amniotico si rompe durante il travaglio, una procedura che viene messa in atto da medici e infermieri con lo scopo di velocizzare il travaglio.
E nel caso di un parto cesareo il sacco amniotico si rompe subito, per permettere l'uscita del bambino.
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Ma questa foto davvero eccezionale mostra un bambino venuto alla luce dopo un taglio cesareo all'interno del suo sacco amniotico ancora perfettamente integro.
Un'immagine davvero unica.
giovedì 3 gennaio 2013
Neonata stringe la mano del ginecologo che la fa nascere. Foto
FOTO neonata che stringe la mano del ginecologo. Negli Stati Uniti impazza la moda di pagare un fotografo professionista per farsi immortalare nel momento più emozionante.
I ritrattisti della nascita sono talmente numerosi e sempre più richiesti, al punto che è nata anche un'associazione professionale di fotografi della nascita che conta oggi più do 400 fotografi in tutti gli Stati.

Anche Alicia Atkins è una fotografa professionista e mai nella sua vita aveva pensato di poter scattare una foto come questa.
I ritrattisti della nascita sono talmente numerosi e sempre più richiesti, al punto che è nata anche un'associazione professionale di fotografi della nascita che conta oggi più do 400 fotografi in tutti gli Stati.

Anche Alicia Atkins è una fotografa professionista e mai nella sua vita aveva pensato di poter scattare una foto come questa.
martedì 13 settembre 2011
Dopo la nascita del bambino calano i livelli di testosterone nei papà
La tempesta ormonale che si scatena dopo il parto aiuta le donne appena diventate mamme a sentirsi più protettive nei confronti del bambino, ad essere più forti ma anche più dolci. Ma secondo una ricerca pubblicata sulla rivista PNAS mostra che anche nei neopadri si verificano alcuni cambiamenti a livello ormonale che li rendono inclini ad occuparsi del piccolo e ad essere meno aggressivi.
Secondo questo studio, condotto da Christopher Kuzawamembro dell’Università di Chicago, infatti, nei neopapà si verifica, subito dopo la nascita del loro bambino, un calo pari a un terzo dei livelli di testosterone.
I ricercatori hanno arruolato nello studio 624 uomini e hanno osservato che i neopadri che si dimostravano più amorevoli e dolci con i propri bambini mostravano una riduzione dei livelli di testosterone tra il 26 e il 34 percento rispetto alla media. Secondo i ricercatori ciò dimostra che, dopo la nascita di un bambino, sia l’uomo che la donna subiscono dei cambiamenti biologici tali da favorire l’instaurarsi di un rapporto amorevole e protettivo tra genitore e neonato.
Secondo questo studio, condotto da Christopher Kuzawamembro dell’Università di Chicago, infatti, nei neopapà si verifica, subito dopo la nascita del loro bambino, un calo pari a un terzo dei livelli di testosterone.
I ricercatori hanno arruolato nello studio 624 uomini e hanno osservato che i neopadri che si dimostravano più amorevoli e dolci con i propri bambini mostravano una riduzione dei livelli di testosterone tra il 26 e il 34 percento rispetto alla media. Secondo i ricercatori ciò dimostra che, dopo la nascita di un bambino, sia l’uomo che la donna subiscono dei cambiamenti biologici tali da favorire l’instaurarsi di un rapporto amorevole e protettivo tra genitore e neonato.
mercoledì 2 febbraio 2011
Neonato dichiarato morto torna in vita grazie all’abbraccio e alle coccole dei genitori
Ciò che è accaduto a Sidney può sembrare un miracolo, ma in realtà è la conferma che l’amore di una mamma e la volontà di vivere di un neonato possono fare la differenza, seppur in casi davvero rari.
Kate è la mamma di due gemellini nati, ormai quasi un anno fa, alla 27sima settimana: mentre la piccola Emily era sopravvissuta alla nascita, il fratellino Jamie era stato dichiarato morto.

La mamma e il papà raccontano di aver preso tra le braccia il corpicino senza vita del figlioletto e di averlo coccolato per due ore, riscaldandolo e sussurrandogli per un tempo infinito, come in un lungo addio, e ricordano come a un certo punto Jamie abbia aperto gli occhi e abbia cominciato a respirare e muoversi. Oggi Jamie ha quasi un anno ed è diventato una vera e propria star in Australia, dove Kate racconta la sua straordinaria storia in tv e sui giornali.
Ma come è stato possibile riportare in vita Jamie? La storia conferma i vantaggi della cosiddetta terapia della “mamma canguro” sui prematuri: il contatto pelle a pelle per un neonato venuto alla luce prematuramente può essere determinante per aumentare le sue chance di sopravvivenza. Secondo gli esperti il nato prematuro ha perduto troppo presto il caldo, rassicurante e silenzioso rifugio dell’utero materno e, al di là dei fattori clinici anch’essi rilevanti, il contatto con la pelle della mamma, l’ascolto del suo cuore e della sua voce, il caldo abbraccio possono giocare un ruolo davvero fondamentale nell’aiutare il piccolo nella sua lotta per la vita.
Kate è la mamma di due gemellini nati, ormai quasi un anno fa, alla 27sima settimana: mentre la piccola Emily era sopravvissuta alla nascita, il fratellino Jamie era stato dichiarato morto.

La mamma e il papà raccontano di aver preso tra le braccia il corpicino senza vita del figlioletto e di averlo coccolato per due ore, riscaldandolo e sussurrandogli per un tempo infinito, come in un lungo addio, e ricordano come a un certo punto Jamie abbia aperto gli occhi e abbia cominciato a respirare e muoversi. Oggi Jamie ha quasi un anno ed è diventato una vera e propria star in Australia, dove Kate racconta la sua straordinaria storia in tv e sui giornali.
Ma come è stato possibile riportare in vita Jamie? La storia conferma i vantaggi della cosiddetta terapia della “mamma canguro” sui prematuri: il contatto pelle a pelle per un neonato venuto alla luce prematuramente può essere determinante per aumentare le sue chance di sopravvivenza. Secondo gli esperti il nato prematuro ha perduto troppo presto il caldo, rassicurante e silenzioso rifugio dell’utero materno e, al di là dei fattori clinici anch’essi rilevanti, il contatto con la pelle della mamma, l’ascolto del suo cuore e della sua voce, il caldo abbraccio possono giocare un ruolo davvero fondamentale nell’aiutare il piccolo nella sua lotta per la vita.
lunedì 20 dicembre 2010
Parto: le Regioni approvano il piano del Ministero della Salute. Ecco le linee guida

Migliorare la qualità, la sicurezza e l’appropriatezza degli interventi assistenziali nel percorso nascita e riduzione del parto cesareo: sono i principali obiettivi del Programma parto sicuro elaborato dal Ministero della Salute e approvato dalla Conferenza Stato-Regioni. Un documento in dieci punti che contiene linee guida relative a epidurale, formazione degli operatori, sicurezza e promozione del parto vaginale.
Ecco i punti elencati dal documento:
1) Razionalizzare e ridurre, nell’arco di tre anni, i punti nascita con un numero di parti inferiore ai mille annui: i centri più piccoli verranno assorbiti da quelli più grandi e dovrà essere garantita una maggiore qualità dei servizi come il sistema di trasposto assistito materno (Stam) e il sistema neonatale d'urgenza (Sten); al fine di promuovere una gravidanza fisiologica vanno supportati e aumentati i servizi territoriali, come i consultori familiari;
2) Le Asl territoriali che hanno un punto nascita sono chiamate a sviluppare una Carta dei servizi per il percorso nascita, che contenga indicazioni riguardanti le informazioni generali sulla operatività dei servizi contenenti i principali indicatori di esito, sulle modalità assistenziali dell’intero percorso nascita, sulle modalità per favorire l’umanizzazione del percorso nascita, sulla rete sanitaria ospedaliera-territoriale e sociale per il rientro a domicilio della madre e del neonato atta a favorire le dimissioni protette, il sostegno dell’allattamento al seno ed il supporto psicologico;
3) Integrazione territorio-ospedale: promozione dell’umanizzazione del parto e della gravidanza fisiologica attraverso una rete di supporto territoriale e percorsi assistenziali differenziati
4) Sviluppo di linee guida sulla gravidanza fisiologica e sul taglio cesareo da parte del SNLG-ISS
5) Programma di implementazione delle linee guida: dopo aver identificato le criticità e le barriere che ostacolano il cambiamento, verranno promossi la continuità assistenziale, l'integrazione con l'assistenza territoriale e il ruolo dei vari professionisti. Obiettivo: ridurre il ricorso al taglio cesareo
6) Elaborazione, diffusione e implementazione di raccomandazioni e strumenti per la sicurezza del percorso nascita: in quest’ottica saranno elaborati e promossi strumenti utili per la prevenzione della mortalità materna e per quella neonatale, ma anche l'adesione a sistemi di monitoraggio di eventi sentinella/eventi avversi/near miss e relativi Audit
7) Procedure di controllo del dolore nel corso del travaglio e del parto: vengono promosse procedure assistenziali, farmacologiche e non per il controllo del dolore in corso di travaglio-parto e definiti di protocolli diagnostico terapeutici condivisi per la partoanalgesia, dando assicurazione della erogabilità di tale prestazione con disponibilità/presenza di anestesista sulla base dei volumi di attività del punto nascita
8) Formazione degli operatori: nell’ambito dei percorsi di formazione/aggiornamento di tutte le figure professionali coinvolte nel percorso nascita, con modalità integrate, viene dato particolare peso alla formazione inerente il programma di implementazione delle Linee Guida e all’audit clinico quale strumento di valutazione della qualità dei servizi e delle cure erogate;
Con il MIUR si desidera attivare sistemi per la verifica ed adeguamento dei livelli formativi teorico-pratici delle scuole di specializzazione in ginecologia ed ostetricia, nonché in pediatria/neonatologia e del corso di laurea in ostetricia, in linea ed in coerenza con gli standard assistenziali;
Un ruolo non secondario nella formazione degli operatori assume l’effettiva integrazione della funzione universitaria di didattica con gli ospedali di insegnamento nonché la promozione del coinvolgimento delle società scientifiche nella formazione continua dei professionisti sanitari;
Nel favorire la diffusione delle procedure di controllo del dolore nel corso del travaglio e del parto viene prevista attività formativa in tema di metodiche farmacologiche e non di controllo del dolore, con carattere di multidisciplinarietà;
Viene infine promosso un percorso strutturato per l’inserimento dei professionisti nuovi assunti, confacente alle caratteristiche dei livelli assistenziali garantiti;
9) Monitoraggio e verifica delle attività: per tutte le attività previste viene promosso l’utilizzo di sistemi di monitoraggio e valutazione delle attività, capaci di definire le ricadute cliniche e assistenziali delle attività stesse attraverso indicatori misurabili;
10) Istituzione di una funzione di coordinamento permanente per il percorso nascita
Per un adeguato coordinamento delle e verifica delle attività è prevista la costituzione di un Comitato per il Percorso Nascita (CPN), interistituzionale, con funzione di coordinamento, con il coinvolgimento delle Direzioni Generali del Ministero della salute (Programmazione, Prevenzione, Comunicazione, Ricerca, Sistema Informativo), delle Regioni e Province autonome e di altre istituzioni sanitarie nazionali (ISS, AGENAS).
Il documento originale è disponibile qui
lunedì 22 novembre 2010
Partorire: il Ministro annuncia una piccola rivoluzione

Rimarranno solo parole, come quelle dei predecessori, illustri e pur carichi di buone intenzioni?
Il Ministro della Salute Ferruccio Fazio si unisce al coro di quelli che dichiarano che l’epidurale è un diritto per tutte e che se si garantisse l’accesso gratuito all’anestesia epidurale in tutti gli ospedali italiani si riuscirebbe finalmente a ridurre la percentuale di parti cesarei che oggi sfiora, nel nostro Paese, il 40% dei parti, a fronte di un 15% indicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come tetto massimo.
Non c’è dubbio che garantire l’epidurale a chi ne fa richiesta significherebbe far salire l’Italia un gradino più su nella scala della civiltà, ma lavorare in tal senso potrebbe contribuire anche a ottenere l’obiettivo di ridurre il numero di parti cesarei.
Fazio annuncia di voler ridisegnare il percorso nascita in Italia e di aver stilato, in sinergia con la Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia e l’Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani, un elenco di priorità:
1) chiudere i centri nascita italiani dove avvengono meno di 500 parti all’anno. Questi centri così piccoli verranno inglobati in quelli più grandi: “bisogna superare la logica dell’ospedale sotto casa””, ha dichiarato il Ministro, che punta ad evere ospedali più grandi, più sicuri e con un'assistenza 24 ore su 24
2) garantire l’epidurale per tutte le partorienti che ne fanno richiesta. Oggi solo il 16% dei centri nascita in Italia offre l’epidurale e non certo perché le donne desiderino TUTTE un parto con dolore (anche perché laddove l’epidurale è garantita ne fa richiesta il 90% delle partorienti!): la causa è da ricercare nella mancanza di fondi e nella carenza di anestesisti e a farne le spese sono soprattutto le donne
3) investire nella formazione e nella promozione del parto vaginale, con l’obiettivo dichiarato di ridurre l’incidenza del parto cesareo, il che significa anche rivalutare il parto fisiologico dal punto di vista economico dal momento che una parto normale vale tra i 1200 e i 2000 euro: meno di un’artroscopia.
Per far questo bisognerà investire, stanziare fondi, formare gli anestesisti, convincere le Regioni a destinare fondi a questa operazione. Praticamente si tratterà di superare gli ostacoli che si sono trovati davanti anche i predecessori dell’attuale Ministro.
Riuscirà il nostro eroe?
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venerdì 1 ottobre 2010
Nelle sale parto d'Italia si litiga continuamente. Oppure no...

Premessa: provo tenerezza, sgomento e solidarietà per le famiglie che nelle ultime settimane hanno visto trasformare il momento più bello della loro vita (quello della nascita di un bambino) in un incubo dal quale non si sveglieranno mai più. La nascita dovrebbe essere un evento carico di gioia (e per la maggior parte delle famiglie è così), e quando accadono tragedie come quelle che stanno riempiendo i giornali mi si stringe il cuore e mi dico che sono fortunata perché come dice mia nonna “stiamo sotto al cielo”.
Ora, fatta questa fondamentale premessa che dovrebbe scongiurare il rischio di commenti del tipo “non hai pietà per queste famiglie”, esprimo la mia perplessità di fronte a questa epidemia di liti in sala parto, medici fanatici privi di qualsiasi morale, casi di malasanità che affollano i giornali.
I giornalisti ci marciano. Lo so per esperienza. Se si crea un caso si ha materiale per fare i titoloni per settimane. Una volta fu l’epoca dei cani che azzannavano a morte le persone (e per un periodo sembrava che l’Italia fosse invasa da cani assatanati e fuori controllo), poi più nulla, anche se magari ogni tanto ancora capita che un cane azzanni un bambino, poi vennero i casi di influenza dei quali i media sentivano l’urgenza di informarci ogni giorno con una specie di countdown e adesso è la volta del “caso delle liti in sala parto”.
Da qualche parte ci sarà senz’altro (probabilmente nel primo caso, quello avvenuto a Messina, anche se l’inchiesta sta ancora chiarendo i fatti) una coppia di medici che ha dimenticato il motivo per il quale fa questo lavoro e ha sprecato tempo prezioso a litigare sull’eventualità o meno di praticare un taglio cesareo (un talebano fanatico del naturale a tutti i costi esisterà certamente, così come quello dal bisturi facile “un taglio e via in dieci minuti”: incontrarsi nella stessa sala parto può essere deflagrante).
Ma poi è stato tutto un fiorire di liti tra medici, bambini nati con problemi di invalidità e ovviamente di denunce: quale sarà stato il ruolo giocato da solerti avvocati desiderosi di “fare giustizia” nella scelta dei genitori di fare causa all’ospedale (anche dopo mesi) per ottenere un risarcimento? E quale ruolo ha giocato il solito circo mediatico allestito attorno a una succulenta epidemia di liti in sala parto?
Parti andati male, famiglie distrutte, avvocati e media: un circolo vizioso che contribuisce ad alimentare una diffusa sfiducia nei confronti della classe medica e della Sanità in Italia, tanto che secondo i dati nell’ultimo mese si è registrato un significativo aumento del numero di denunce ai medici nelle ultime settimane.
Non c'è dubbio che sia necessario e urgente ripensare ad una nuova organizzazione dei Reparti di Ostetricia e Ginecologia dei nostri Ospedali, lavorare su una maggiore umanizzazione della classe medica, su una maggiore attenzione alla mamma e alle sue esigenze, così come è importante informare la mamma sui rischi che sta correndo, ma questi ed altri aspetti - che vanno migliorati e affrontati - non devono essere strumentalizzati al fine di instillare nell'opinione pubblica l'idea che in Italia non sia sicuro partorire perchè in realtà l'Italia è il posto dove si registra la più bassa mortalità materna di tutto il mondo.
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giovedì 2 settembre 2010
L'acido lattico aiuta a capire se si va incontro a un parto vaginale o a un parto cesareo

L’utero è un muscolo e come tutti i muscoli produce acido lattico. Sì, avete capito bene. Proprio quell’acido lattico responsabile di dolori che ci impediscono di alzarci dal letto se il giorno prima siamo state colpite dalla sindrome del “corro in palestra perché non ho più scuse”.
I ricercatori della compagnia privata svedese Obstecare hanno pensato di misurare i livelli di acido lattico nell’utero per riuscire a predire con una certa sicurezza se la partoriente potrà sostenere un parto spontaneo o se invece avrà grandi probabilità di andare incontro a un parto cesareo.
La notizia è stata data dalla BBC: il muscolo (e quindi anche l’utero) produce acido lattico quando è messo sotto sforzo e se i livelli di acido lattico sono troppo alti di fatto inibiscono le contrazioni e rendono praticamente impossibile un parto vaginale, anche in caso di somministrazione di ossitocina.
I ricercatori svedesi hanno scoperto che se i livelli di acido lattico prodotto dall’utero sono bassi è probabile che la donna sia in grado di sostenere le contrazioni e un parto vaginale, mentre se i livelli sono alti vuol dire che l’utero è estremamente affaticato e che con molta probabilità si finirà con un parto cesareo. L’utilizzo capillare di questo test permetterebbe, secondo i ricercatori dell’Università di Liverpool, una riduzione del 25% del numero di parti cesarei.
Sembra pioneristico ma in realtà questo tipo di esame è già usato in Norvegia, Svezia e Belgio, con buoni risultati, sembra.
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martedì 22 giugno 2010
Allattare fa bene, lo abbiamo capito. Però adesso diamoci un taglio
Il latte materno è meglio, non c’è dubbio. Però gli esperti cominciano a mettere in discussione le campagne che mirano a promuovere l’allattamento materno usando leve come “il latte è ricco di nutrienti” oppure “il latte materno protegge dalle malattie” e via così.Questo perché dopo decenni di monopolio del latte artificiale e dopo che da qualche anno l’allattamento al seno è tornato alla ribalta, anche grazie a campagne di sensibilizzazione, sembra essere arrivato il momento giusto per darci un taglio e di ricordare semplicemente che allattare è facile, economico, naturale.
Un po’ sono d’accordo. Ormai lo sappiamo tutte che il latte materno è il migliore che ci sia, che fornisce anticorpi, che regala una protezione immunitaria eccezionale, che previene numerose malattie in mamma e bambino. Quindi potrebbero anche smettere di ricordarcelo in ogni dove e in ogni momento della nostra gravidanza e del nostro puerperio perché il senso di colpa è dietro l’angolo. E pure il senso di inadeguatezza che ti prende se proprio non ci riesci, se non puoi, non vuoi, se stai male, se sanguini, se smetti.
In Gran Bretagna ne stanno discutendo in questi giorni. Stop alle campagne che promuovono l’allattamento perché fa bene e via a campagne che utilizzino linguaggi diversi, mirati a ricordare quanto l’allattamento possa rappresentare una esperienza appagante e straordinaria per la mamma e il bambino.
Quindi non più
Breast is best
Ma
breast is natural, easy, economy.
D’altra parte sembra che sia questa la giusta chiave di lettura per favorire la diffusione dell’allattamento materno. Leggo che presso il Queensland University of Technology hanno condotto un’indagine su 400 donne con figli di età inferiore ai 18 mesi e hanno scoperto che in tema di allattamento le neomamme preferiscono la vicinanza, il supporto pratico e i suggerimenti di amici e parenti piuttosto che le campagne di comunicazione sull’importanza del latte materno. La ricercatrice australiana spiega che “l’approccio colpevolizzante tutto basato sui benefici al bambino dell’allattamento materno non funziona, è ora che la comunicazione sui temi della salute impari a usare strategie di marketing sociale piuttosto che sullo stile tipicamente educational, un approccio che enfatizza la scelta libera e la fornitura di servizi che aiutino le donne ad allattare al seno”.
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lunedì 3 maggio 2010
Congedo di maternità: un diritto, anzi un valore
Giorni fa leggevo un pezzo scritto da Sarah Fraser sul Times che commentava la notizia che l’Italia è il Paese più sicuro al mondo dove partorire. La Fraser ha partorito sia in Gran Bretagna che in Italia e dice chiaramente di non essere affatto sorpresa della classifica che vede l’Italia fare la parte del leone, perché la sua esperienza conferma in assoluto questi dati.Non solo, la giornalista indica nella legge che regola, in Italia, il congedo per maternità una possibile causa di questo primato: in Italia, scrive la Fraser, la mamma può dedicarsi alla sua maternità fino a un massimo di 24 mesi mentre in Gran Bretagna non si superano i 12 mesi e questo gioca un ruolo importante nel favorire la salute e il benessere della madre.
La teoria è affascinante - anche se per quanto mi sforzi non riesco a capire come si possa allungare il congedo parentale fino a 24 mesi (se qualcuno ne è capace mi sveli il mistero per favore!) – e mi torna utile adesso che scrivo questo post per commentare l’intervista che Maria Stella Gelmini, di professione Ministro dell’Istruzione e neomamma, ha rilasciato qualche giorno fa al Corriere della Sera e che ha fatto andare su tutte le furie le mamme fuori e dentro la rete.
Ci ho messo un po’ a elaborare la cosa e a capire cosa ne pensavo veramente, perché in fondo io ho vissuto la maternità un po’ a casa e un po’ al lavoro, senza godermela quanto avrei voluto ed è stato un sacrificio. Sono tornata a lavoro dopo nemmeno tre mesi dalla nascita di mio figlio perché sono una lavoratrice autonoma e non c’era modo di convincere clienti e incarichi a vivere con sana lentezza e a prendersi una pausa pure loro.
Quindi leggere che il Ministro Gelmini dopo SOLO DIECI giorni dalla nascita della figlia era già a lavoro, seppure a casa sua, che secondo lei
è complicato conciliare il lavoro con la maternità, ma penso che siano poche quelle che possono davvero permettersi di stare a casa per mesi. Bisogna accettare di fare sacrifici.
E che
le donne normali che lavorano dopo il parto e sono costrette a stare a casa sono delle privilegiate
non mi ha sconvolto più di tanto. In questi anni una marea di donne che conosco, impiegate o dipendenti, non si sono godute soltanto il SACROSANTO periodo di maternità che spetta di DIRITTO e che è anche un obbligo previsto dalla legge. Ma hanno fatto carte false (intendo proprio false) per stare a casa dodici mesi e più. Dal diritto alla truffa.
Io i dodici mesi a casa con mio figlio me li sogno (libero professionista = precaria = sempre a lavoro) e forse pure li temo.
Questo per dire che il discorso della Gelmini in fondo non mi era del tutto ostico - dopo tre mesi ero a lavoro, mi dispiaceva, ma potevo organizzarmi orari e giorni in modo personale e flessibile (esattamente come probabilmente farà la Gelmini o la D’Amico che lei stessa portava ad esempio)- e che, all’inizio, questa intervista aveva un sapore familiare, qualcosa di comprensibile e di già vissuto.
Poi mi sono detta no.
No. Perché queste dichiarazioni e questo modo di pensare trovano un proprio significato solo se le incastriamo nella nostra vita di tutti i giorni, fatta di impegni, di responsabilità, di lavoro, lavoro, lavoro. Una vita di corsa, della quale spesso si perde il senso.
No. Perché quando nasce un bambino la nostra vita dovrebbe rallentare, prendersi una pausa perché la nascita e il parto sono due momenti assolutamente irripetibili, che ti lasciano sgomenta, spaventata, travolta da una soddisfazione e da una gratificazione che mai avresti immaginato, da una inesauribile energia e voglia di stare con il tuo bambino.
No. Perché mai verrebbe in mente a una neomamma di andare a lavorare dopo dieci giorni. Se qualcuna ci riesce è solo perché non ha scelta o perché “bisogna fare sacrifici e non lagnarsi”.
No. Perché il bambino appena nato ha bisogno di stare con la mamma in un ambiente caldo, protetto e sereno. E’ un suo diritto e i suoi diritti vanno tutelati (non solo quelli dell’embrione/blastocisti che ha diritto alla vita anche a costo di rovinare quella della donna che lo ha accolto in grembo).
No. Perché quel periodo iniziale è irripetibile, dura un attimo poi si perde, a un tratto scompare. Quell’unione incredibile e improvvisa con il passare dei mesi si rafforza, assume le forme di un legame forte, stabile e duraturo. Ma quella tempesta di ormoni ed emozioni non torna più.
Secondo me questo periodo prezioso va tutelato ad ogni costo, a dispetto della folle corsa e delle urgenze lavorative. E’ vero, dobbiamo rimboccarci le maniche e francamente ce lo ricordiamo ogni giorno mentre ci sbattiamo avanti e indietro. Ma quando diventiamo mamme, quando incontriamo il nostro bambino, la priorità è solo poter stare con lui per conoscerci, abituarci a questo nuovo pazzo amore e poter consolidare un legame che poi, quando verrà il giusto momento di separarci per tornare a lavoro, non verrà intaccato dall’assenza e dal rimpianto.
Proprio oggi un lancio di agenzia ha reso note le dichiarazioni di Mara Carfagna, Ministro per le Pari Opportunità:
"l’accesso e la permanenza delle donne nel mercato del lavoro, la loro progressione in carriera e la tutela della maternità rientrano senza dubbio tra i principali obiettivi dell'azione del nostro Governo".
Ecco, tutelare il lavoro delle donne che diventano madri è un obiettivo da non dimenticare mai, ma anche fare in modo che le donne che diventano madri possano godere del congedo di maternità come un inalienabile diritto, promuovendo questo congedo come un autentico valore per la società, questa sì che sarebbe una gran bella sfida. Degna del Paese dove è radicato il senso della famigghia.
Qualche link utile per saperne di più sul diritto al congedo di maternità:
INPS
Camera dei Deputati
INAIL
Immagine:
Maternità di Keith Haring
lunedì 19 aprile 2010
Parti sicuri: L'Italia è la prima al mondo
L’Italia è al primo posto (sì, avete capito bene: primo posto) nella classifica dei parti sicuri.Non si tratta della hit parade de noartri ma di una classifica stilata da Christopher Murray dell'Università di Washington di Seattle e pubblicata su The Lancet, la più autorevole rivista scientifica del mondo. Secondo questi esperti, in Italia le donne possono stare tranquille e partorire sicure. Il numero di decessi per parto è il più basso del mondo: non si arriva neanche a 4 ogni 100mila nascite.
Danimarca, Canada e Stati Uniti, invece, non ne escono benissimo: per loro la situazione è in stallo, né più su né più giù, solo che gli altri invece migliorano e quindi, che so, l’Albania supera la Gran Bretagna. Certo, non è tutto oro quel che luccica e abbiamo ancora molte cose su cui lavorare, ma l’Italia fa un figurone, quindi, piazzandosi saldamente al primo posto di una classifica di ben 180 Paesi di tutto il mondo. Maglia nera a tutti questi Paesi dove le mamme sono affette dall’HIV e dove le condizioni igienico-sanitarie sono estremamente carenti, mentre migliora la situazione in Egitto, Cina, Bolivia ed Ecuador.
Il numero di decessi per parto è globalmente sceso, nell’ultimo trentennio, da 500.000 all’anno a 343.000: “ci sono buone ragioni per essere ottimisti”, ha dichiarato il direttore di The Lancet, Richard Horton.
In effetti sembra di sì, ma la resa dei conti si avrà nel 2015 quando si valuterà il raggiungimento di uno degli otto Millenium Development Goals, gli obiettivi di sviluppo fissati dall’ONU: quello di una maggior tutela della salute materna.
Image: Maternità di Klimte
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lunedì 15 febbraio 2010
No al parto cesareo: ma chi si chiede cosa vogliamo noi?

Dare un taglio netto al numero di parti cesarei che vengono effettuati ogni anno in Italia. E’ questo l’obiettivo di un documento stilato dall’Istituto Superiore di Sanità e destinato a medici e future mamme. L’intento è quello di frenare la corsa al cesareo e offrire delle precise linee guida alle quali attenersi per decidere se e perché effettuare un taglio cesareo.
Insomma, stop al parto cesareo selvaggio e maggiore promozione del parto vaginale.
Secondo gli ultimi dati a spiegare il perché di quel 40% di parti cesarei (veramente elevato se si considera che l’OMS ne fissa un tetto massimo al 15% e l’Italia al 20%) c’è in primo luogo la paura della mamma di dover affrontare un travaglio lungo, doloroso e dall’esito incerto e in secondo luogo c’è la propensione da parte del medico a fissare un cesareo in modo da potersi organizzare al meglio l’agenda e fare un “lavoro” veloce.
L'ho già detto in precedenza: io ho fatto un cesareo programmato. Avevo un buon motivo legato alla salute, ma avevo deciso di chiedere al mio ginecologo di farmi partorire comunque con un cesareo perché ero TERRORIZZATA all’idea che avrei sofferto e che non avrei saputo mantenere il controllo e la lucidità.
Non sono proprio un cuor di leone, lo ammetto, ma a me questa storia del cesareo che va vietato mi fa arrabbiare e mi da l’idea che, come al solito, alla fine ci rimetteremo noi e la nostra libertà. Di avere paura e di decidere ciò che è meglio per noi.
Insomma, prima di dirci che ci faranno il massimo dell’ostruzionismo se vogliamo partorire con il cesareo dovrebbero garantirci:
· un parto senza dolore: se in Olanda la percentuale di cesarei è la più bassa d’Europa (13%) forse è perché le donne che chiedono l’epidurale la ottengono, a qualsiasi ora del giorno e della notte e in qualsiasi ospedale. Da noi l’epidurale non solo è un lusso per poche fortunate ma è proprio una rarità: anche se il Ministero della Salute ogni tanto si ricorda di inserirla nei livelli essenziali di assistenza, la responsabilità di mettersi in condizione di poter offrire veramente l’epidurale è delle Regioni (...la solita sfortuna del nascere in Regioni a rischio di tracollo del sitema sanitario...)
· strutture amiche delle donne: ho visto troppe amiche affrontare travagli infinti e dolorosi nella più totale solitudine, senza ricevere il minimo sostegno psicologico e fisico, con la sola compagnia di ostetriche e infermiere che, forse perché ne hanno viste a centinaia, si sono dimenticate del perché hanno scelto di far nascere bambini per professione
· libertà di scelta su come affrontare il travaglio: in luoghi confortevoli, a misura di mamma, dove trascorrere ore insieme ai nostri cari, ascoltando musica o altro, e magari decidere di partorire in acqua
· accesso a corsi di preparazione al parto, a corsi per apprendere le tecniche di gestione del dolore, a corsi di meditazione e respirazione e chi più ne ha più ne metta
Sarò impopolare e posso sembrare una fautrice del parto cesareo che, sottolineo, resta comunque un intervento chirurgico e come tale ha le sue possibili complicanze e i suoi rischi, sia per la mamma che per il bambino, ma preferisco pensare di essere in favore della libertà di scelta della donna, che deve essere aiutata, informata, supportata, deve avere accesso a ciò che la moderna scienza mette a disposizione per non “partorire con il massimo del dolore possibile” e infine scegliere ciò che è meglio per lei e il suo bambino.
Ecco le Linea Guida "Taglio cesareo"dell’ISS
Per richiedere un’epidurale gratuita e garantita ecco la petizione
Image: Birth Control
Insomma, stop al parto cesareo selvaggio e maggiore promozione del parto vaginale.
Secondo gli ultimi dati a spiegare il perché di quel 40% di parti cesarei (veramente elevato se si considera che l’OMS ne fissa un tetto massimo al 15% e l’Italia al 20%) c’è in primo luogo la paura della mamma di dover affrontare un travaglio lungo, doloroso e dall’esito incerto e in secondo luogo c’è la propensione da parte del medico a fissare un cesareo in modo da potersi organizzare al meglio l’agenda e fare un “lavoro” veloce.
L'ho già detto in precedenza: io ho fatto un cesareo programmato. Avevo un buon motivo legato alla salute, ma avevo deciso di chiedere al mio ginecologo di farmi partorire comunque con un cesareo perché ero TERRORIZZATA all’idea che avrei sofferto e che non avrei saputo mantenere il controllo e la lucidità.
Non sono proprio un cuor di leone, lo ammetto, ma a me questa storia del cesareo che va vietato mi fa arrabbiare e mi da l’idea che, come al solito, alla fine ci rimetteremo noi e la nostra libertà. Di avere paura e di decidere ciò che è meglio per noi.
Insomma, prima di dirci che ci faranno il massimo dell’ostruzionismo se vogliamo partorire con il cesareo dovrebbero garantirci:
· un parto senza dolore: se in Olanda la percentuale di cesarei è la più bassa d’Europa (13%) forse è perché le donne che chiedono l’epidurale la ottengono, a qualsiasi ora del giorno e della notte e in qualsiasi ospedale. Da noi l’epidurale non solo è un lusso per poche fortunate ma è proprio una rarità: anche se il Ministero della Salute ogni tanto si ricorda di inserirla nei livelli essenziali di assistenza, la responsabilità di mettersi in condizione di poter offrire veramente l’epidurale è delle Regioni (...la solita sfortuna del nascere in Regioni a rischio di tracollo del sitema sanitario...)
· strutture amiche delle donne: ho visto troppe amiche affrontare travagli infinti e dolorosi nella più totale solitudine, senza ricevere il minimo sostegno psicologico e fisico, con la sola compagnia di ostetriche e infermiere che, forse perché ne hanno viste a centinaia, si sono dimenticate del perché hanno scelto di far nascere bambini per professione
· libertà di scelta su come affrontare il travaglio: in luoghi confortevoli, a misura di mamma, dove trascorrere ore insieme ai nostri cari, ascoltando musica o altro, e magari decidere di partorire in acqua
· accesso a corsi di preparazione al parto, a corsi per apprendere le tecniche di gestione del dolore, a corsi di meditazione e respirazione e chi più ne ha più ne metta
Sarò impopolare e posso sembrare una fautrice del parto cesareo che, sottolineo, resta comunque un intervento chirurgico e come tale ha le sue possibili complicanze e i suoi rischi, sia per la mamma che per il bambino, ma preferisco pensare di essere in favore della libertà di scelta della donna, che deve essere aiutata, informata, supportata, deve avere accesso a ciò che la moderna scienza mette a disposizione per non “partorire con il massimo del dolore possibile” e infine scegliere ciò che è meglio per lei e il suo bambino.
Ecco le Linea Guida "Taglio cesareo"dell’ISS
Per richiedere un’epidurale gratuita e garantita ecco la petizione
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martedì 20 ottobre 2009
Il parto è una questione tra donne

Il padre camminava su e giù per la sala di attesa, fumando una sigaretta dopo l’altra e partecipando solo in maniera emotiva. Da lontano.
In sala parto avveniva tutto. Con il supporto di ostetriche e infermiere, la donna se la cavava da sola.
Perché in fondo a partorire ci deve pensare lei.
La mia personale esperienza è diversa. Ho fatto un cesareo e mio marito ha voluto assistere a tutti i costi. Siamo stati fortunati perché la struttura ce lo ha permesso. Io gli ho detto “scegli tu” e lui ha scelto di esserci. Nonostante tutti - medici, suocera, io stessa - gli avessero detto che non sarebbe stato un bello spettacolo, che non avrebbe dovuto cedere alla tentazione di guardare oltre il lenzuolo verde e che se si fosse sentito male sarebbe dovuto uscire dalla sala operatoria con le sue gambe perchè nessuno lo avrebbe soccorso.
E’ stato un eroe secondo me. Io non avrei resistito.
Ho avuto, io, la partoriente, una specie di attacco di panico subito dopo l’epidurale. Invece lui, stoico, mi ha fatto mille carezze, mi ha rassicurato, ha provato con tutto se stesso ad essere solidale e sereno nonostante la mia agitazione.
A posteriori l’ho invidiato. Perché quando mio figlio è nato, ho fatto giusto in tempo a sentire il suo ngueee e a baciarlo un attimo prima che mi addormentassero. Invece lui era tranquillissimo. Ha seguito il piccolo fino al nido, ha assistito a tutte le operazioni di pulizia e visita pediatrica e alla fine era fresco come una rosa.
D’altro canto ho sempre detto chiaramente che se avessi partorito naturalmente non lo avrei voluto con me. Troppo l’imbarazzo, troppo il pensiero che avrei rivolto a lui invece che a me stessa, troppa paura che non sarei stata all’altezza. Non avrei voluto dovermi preoccupare anche per lui.
Insomma, dicevo a lui e tutti che, appunto, partorire è una roba di donne.
Faccio questa lunga e personale premessa per introdurre le dichiarazioni di un noto ginecologo francese, Michael Odent, che nei giorni scorsi ha spiegato che non solo è meglio se il padre si tiene fuori dalla sala parto, ma la sua presenza potrebbe addirittura diventare un boomerang e mettere a rischio la salute di mamma e neonato.
“Sono 50 anni che accompagno le donne al momento di dare alla luce i loro bambini in Francia, Inghilterra e Africa e posso dire con certezza che se è presente solo un'ostetrica il parto diventa più facile e veloce": queste le parole del medico che su Daily Mail non ha usato mezze misure.
La presenza del padre allunga il parto, lo rende ancora più difficile perché lo stress rallenta la produzione di ossitocina, ha effetti sul benessere della mamma e aumenta il rischio di dover ricorrere al taglio cesareo.
Odent dice anche altro. Aver mascolinizzato l’evento nascita ha aumentato il numero di cesarei e anche il numero di divorzi perché in qualche modo ha agito sulla sfera intima e sessuale della coppia.
Image: 'birth.jpg'
In sala parto avveniva tutto. Con il supporto di ostetriche e infermiere, la donna se la cavava da sola.
Perché in fondo a partorire ci deve pensare lei.
La mia personale esperienza è diversa. Ho fatto un cesareo e mio marito ha voluto assistere a tutti i costi. Siamo stati fortunati perché la struttura ce lo ha permesso. Io gli ho detto “scegli tu” e lui ha scelto di esserci. Nonostante tutti - medici, suocera, io stessa - gli avessero detto che non sarebbe stato un bello spettacolo, che non avrebbe dovuto cedere alla tentazione di guardare oltre il lenzuolo verde e che se si fosse sentito male sarebbe dovuto uscire dalla sala operatoria con le sue gambe perchè nessuno lo avrebbe soccorso.
E’ stato un eroe secondo me. Io non avrei resistito.
Ho avuto, io, la partoriente, una specie di attacco di panico subito dopo l’epidurale. Invece lui, stoico, mi ha fatto mille carezze, mi ha rassicurato, ha provato con tutto se stesso ad essere solidale e sereno nonostante la mia agitazione.
A posteriori l’ho invidiato. Perché quando mio figlio è nato, ho fatto giusto in tempo a sentire il suo ngueee e a baciarlo un attimo prima che mi addormentassero. Invece lui era tranquillissimo. Ha seguito il piccolo fino al nido, ha assistito a tutte le operazioni di pulizia e visita pediatrica e alla fine era fresco come una rosa.
D’altro canto ho sempre detto chiaramente che se avessi partorito naturalmente non lo avrei voluto con me. Troppo l’imbarazzo, troppo il pensiero che avrei rivolto a lui invece che a me stessa, troppa paura che non sarei stata all’altezza. Non avrei voluto dovermi preoccupare anche per lui.
Insomma, dicevo a lui e tutti che, appunto, partorire è una roba di donne.
Faccio questa lunga e personale premessa per introdurre le dichiarazioni di un noto ginecologo francese, Michael Odent, che nei giorni scorsi ha spiegato che non solo è meglio se il padre si tiene fuori dalla sala parto, ma la sua presenza potrebbe addirittura diventare un boomerang e mettere a rischio la salute di mamma e neonato.
“Sono 50 anni che accompagno le donne al momento di dare alla luce i loro bambini in Francia, Inghilterra e Africa e posso dire con certezza che se è presente solo un'ostetrica il parto diventa più facile e veloce": queste le parole del medico che su Daily Mail non ha usato mezze misure.
La presenza del padre allunga il parto, lo rende ancora più difficile perché lo stress rallenta la produzione di ossitocina, ha effetti sul benessere della mamma e aumenta il rischio di dover ricorrere al taglio cesareo.
Odent dice anche altro. Aver mascolinizzato l’evento nascita ha aumentato il numero di cesarei e anche il numero di divorzi perché in qualche modo ha agito sulla sfera intima e sessuale della coppia.
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giovedì 9 luglio 2009
Prendiamoci una pausa dalla folle corsa alla forma perduta
Gravidanza e parto. Ci vuole almeno un anno per rientrare nei propri panni. Le donne che hanno avuto un figlio non dovrebbero rincorrere la forma fisica ma avere pazienza senza sottoporsi a diete estreme e allenamenti distruttivi: a farne le spese potrebbe essere la salute della mamma e anche quella del bambino, che rischia di non essere allattato o di soffrire del malessere psicologico materno.Il monito viene da un ricercatore tedesco, Peter Sawicki, che, dai microfoni della BBC, si è preoccupato di rassicurare le donne di tutto il mondo: Heidi Klum, Nicole Kidman, Victoria Adams, tornate come grissini a un mese dal parto, sono solo un pessimo esempio di come la forma fisica possa diventare un’ossessione.
Niente allattamento, niente riposo e relax: per sciocchezze del genere non c’è tempo nella folle corsa alla prova bikini; è indispensabile recuperare al più presto la forma perfetta (o per lo meno quella che si aveva prima della gravidanza). Un obiettivo impossibile da raggiungere, dice lo studioso, per la maggior parte delle donne, a meno che non si vogliano aggiungere allo stress del cambiamento di vita per l’arrivo del piccolo, alla stanchezza, alla mancanza di sonno, ai dolori post parto anche una ferrea dieta e una quotidiana seduta di addominali e nuotate.
“Ci vuole un anno almeno”, dichiara perentorio Sawicki “e chi pensa di farcela in minor tempo mette sotto stress l’organismo e anche la psiche”.
Piuttosto sarebbe il caso di evitare di mettere su chili eccessivi durante la gravidanza. Il massimo consentito? Dodici chili, che andranno via in gran parte con il parto e il resto lentamente, mese dopo mese. E’ importante ricordare che non si deve mangiare per due, ma assicurare a se stesse e al feto il giusto apporto di nutrienti, concedendosi qualche volta una golosità, e fare attività fisica anche durante la gravidanza (nuoto, camminata, yoga).
Photo: http://www.flickr.com/photos/40645538@N00/3206805049
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mercoledì 27 maggio 2009
Parto naturale: è sufficiente desiderarlo per riuscire a gestire il dolore?

Parto naturale, epidurale, parto ceareo.
Le talebane del non-siamo-vere-mamme-se-non-partoriamo-contuttoildolorepossibile smettano di leggere, pena dover mettere in conto che a volte non basta desiderare un parto naturale per averlo, perchè l’epidurale quando ti tocca ti tocca e, quando le contrazioni ti fanno venir voglia di essere aperta in due purché sia tutto finito, ringrazi il tuo medico per aver insistito a farti fare la visita anestesiolgica, anche se non ci sarà bisogno dell’epidurale. Certo non in Italia dove è un costoso e pressoché raro optional, ma in Svezia dove si è svolta questa ricerca.
Prese mille mamme appartenenti a due diverse correnti di pensiero – una decisa per un parto assolutamente fisiologico, l’altra aperta alla possibilità di un’epidurale – i ricercatori del Karolinska Institute si sono accorti che l’incidenza dell’epidurale era praticamente identica nei due gruppi. A nulla sembrano valere tecniche di rilassamento, di pensiero positivo e di respirazione… se la situazione lo richiede l’epidurale si fa.
I risultati dello studio hanno messo in evidenza che:
- il 70% delle donne che erano entrate in sala parto con la ferma intenzione di avere un parto naturale avevano messo in pratica tutte le tecniche di rilassamento e respirazione apprese durante i corsi di preparazione al parto
- la metà delle donne di tutti e due i gruppi a un certo punto del travaglio avevano chiesto e ottenuto l’epidurale (siamo sempre in Svezia, certo)
- in entrambi i gruppi si registrava la stessa percentuale di parti cesarei di urgenza e di parti vaginali
- la maggior parte delle donne si dichiarava assolutamente soddisfatta della propria esperienza e la stessa percentuale di neomamme, invece, raccontava un’esperienza traumatica.
Insomma, sembra che il detto volere è potere non sia applicabile a tutte.
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mercoledì 15 aprile 2009
Partorire in casa: una scelta consapevole e sicura secondo gli ultimi studi

Parto naturale. Partorire in casa è una decisione presa da più o meno 1500 donne in Italia. Gli ultimi dati risalgono a dicembre 2008 quando, intervistata dal Corriere della Sera, Marta Campiotti, presidente del Coordinamento nazionale delle ostetriche che eseguono il parto a domicilio (www.nascereacasa.it), ricordava che se il Protocollo di Klostermann viene rispettato (e cioè che la donna è sana, se il feto è uno solo e non è podalico, se non c’è sproporzione tra il peso della mamma e quello del feto e se la gravidanza è tra la 37siam e 43esima settimana) non c’è alcun motivo per medicalizzare quello che è un evento assolutamente fisiologico e naturale.
Secondo gli esperti i motivi per i quali una donna non opta per il parto in casa sono essenzialmente due: il primo è che costa (tra i duemila e i tremila euro) e il secondo è la convinzione che sia più pericoloso che partorire in ospedale. Per provare a fare chiarezza su questo punto mi sembra interessare riportare i risultati di questo che è stato definito il più ampio studio mai realizzato sull’argomento e pubblicato recentemente sull’International Journal of Obstetrics & Gynaecology (BJOG ).
L’indagine è stata condotta dai ricercatori del TNO Institute e ha preso in considerazione ben 530.000 nascite avvenute nei Paesi Bassi. E’ proprio l’Olanda il Paese europeo dove per decenni si è registrato il più alto tasso di nascite in casa di tutto il Vecchio Continente. Poi si è verificato anche uno dei più elevati tassi di mortalità neonatale, quindi gli esperti si sono chiesti se questo dato non fosse in qualche modo legato proprio a quello delle nascite in casa.
Allora gli studiosi si sono messi al lavoro, e nel frattempo sono partite campagne di informazione per convincere le donne a partorire in ospedale e una su tre ha infatti cambiato idea in questo senso.
Adesso sorpresa! I risultati dello studio sono stati pubblicati proprio in questi giorni e negherebbero qualunque nesso tra un maggiore rischio di complicanze e il parto in casa. In pratica non si registra alcuna significativa differenza nel tasso di mortalità infantile, materna o di complicazioni di varia natura tra i due tipi di parto, entrambi iniziati e portati a termine con il supporto di un’ostetrica. Secondo quanto emerso dalla ricerca, una donna su tre aveva iniziato il travaglio a casa e poi alla fine aveva partorito in ospedale, ma le complicazioni che erano sopraggiunte erano generalmente legate a un’anomalia del battito cardiaco fetale o alla necessità di eseguire un’epidurale per gestire meglio la fase del dolore: complicazioni che si sarebbero verificate anche se la donna fosse stata in ospedale sin dal primo momento.
Per renderci conto di cosa stiamo parlando e di come potrebbe essere ecco un video di un parto in casa
mercoledì 8 aprile 2009
Non c'è bisogno di tante parole
L'ho trovato sul blog di Panzarilla e mi è troppo piaciuto.
Non c'è bisogno di usare tante parole quando c'è da raccontare una storia che spesso è trita e ritrita. Anzi, non c'è bisogno di dire niente.
Alla domanda "Sono incinta. Che devo fare?", Paola Pozzessere risponde con un semplicissimo video senza usare nessuna parola.
Sono sufficienti tre minuti per fare chiarezza e anticipare mamme, nonne, amiche, super-mamme su come si deve procedere quando si scopre di essere in dolce attesa.
Su Not in Words si trovano altri utilissimi video.
Non c'è bisogno di usare tante parole quando c'è da raccontare una storia che spesso è trita e ritrita. Anzi, non c'è bisogno di dire niente.
Alla domanda "Sono incinta. Che devo fare?", Paola Pozzessere risponde con un semplicissimo video senza usare nessuna parola.
Sono sufficienti tre minuti per fare chiarezza e anticipare mamme, nonne, amiche, super-mamme su come si deve procedere quando si scopre di essere in dolce attesa.
Su Not in Words si trovano altri utilissimi video.
giovedì 12 marzo 2009
I dolori del parto si dimenticano (ma forse qualcuna ha la memoria corta)

Parto naturale. Si dice sempre che i dolori del parto si dimenticano - se no come ci verrebbe mai in mente di farne un secondo e a qualche coraggiosa pure un terzo e un quarto? - e non si tratterebbe solo di un generico adagio che si tramanda di madre in figlia, di donna in donna, ma di una verità scientifica dimostrata da un gruppo di studiosi del Karolinska Institute di Stoccolma.
Questi ricercatori hanno chiesto a 1383 mamme di ricordare e raccontare i dolori del parto dopo due mesi, 1 anno e 5 anni. Ebbene, a distanza di un quinquennio il 49%delle mamme ricordava molto meno i dolori del parto rispetto ai primi mesi, il 35% se li ricordava perfettamente e nel 16% il ricordo era ancora più vivo di quanto non lo fosse subito dopo la nascita del bebé.
La responsabile di questa ricerca ha dichiarato su BJOG: An International Journal of Obstetrics and Gynaecology che “comunemente si racconta che i dolori del parto si dimenticano e lo studio dimostra che è scientificamente vero per più o meno la metà delle mamme”. In realtà molta parte di questa percezione del dolore è legata all’esperienza generale che la donna ha vissuto.
Ad esempio le mamme che avevano avuto un parto difficile e un lungo travaglio erano quelle che non dimenticavano e che anche a distanza di cinque anni raccontavano nei minimi dettagli dolori e pene subite.
La memoria a lungo termine del dolore del parto è associata al grado di soddisfazione che la mamma ha provato nelle varie fasi del travaglio: in pratica un’esperienza positiva aiuta a dimenticare più rapidamente il dolore, mentre una negativa non solo mantiene intatto il ricordo dell’intensità della sofferenza anche per molti anni dopo ma a volte lo amplifica addirittura.
Ho trovato interessante anche il dato relativo all’epidurale: secondo i ricercatori le donne che avevano avuto l’epidurale conservavano a breve termine un ricordo del dolore molto più intenso di quelle che non l’avevano avuta, ma la memoria scemava con il tempo. Ciò suggerisce ai ricercatori che le donne ricordano il picco più alto del dolore e non la sofferenza in generale.
domenica 18 gennaio 2009
A lavoro a 5 giorni dal parto...ma perchè
La ministra francese Rachida Dati ha una bambina e dopo cinque giorni dal parto cesareo si presenta a lavoro in tacchi a spillo. La notizia ha fatto il giro del mondo.
Per carita', adorabile lei che a 40 anni diventa mamma single felice e in carriera,
ma dico io - fatta salva la totale libertà personale di gestire la propria gravidanza e le proprie esperienze come si ritiene più giusto - ma perché questa corsa al lavoro?
A parte che io a cinque giorni dal cesareo mi muovevo in casa mezza curva e mi sedevo e alzavo dal divano con dolori che mi si leggevano in faccia, ma non è che hai covato un ovetto che si è schiuso e via.
Penso che la nascita del tuo primo figlio sia un'esperienza che ti cambia e che va metabolizzata e non lo dico solo per la fatica, il dolore, la convalescenza eccetera, ma lo dico SOPRATTUTTO per tutti gli aspetti assolutamente straordinari che questa esperienza pu regalare: tenerezza, emozione, sconvolgimenti ormonali che ti spingono a piangere senza un apparente motivo (e invece il motivo cè, ma chi lo capisce se non tu?), innamoramento nuovo e sconvolgente; tutte cose a cui è bellissimo abituarsi lentamente e che vanno godute perché non tornano più (ma proprio più perché col secondo non sarà la stessa cosa sconosciuta).
Certo nei mesi successivi andare a lavoro pu rappresentare un momento addirittura di svago e di libertà e magari non tutte si possono permettere di stare a casa perché non tutte hanno un lavoro così garantito, certo la ministra ha un incarico importante e probabilmente non si poteva proprio assentare, ma diciamocela tra di noi che non siamo poi così importanti: ma che si è persa?
Per carita', adorabile lei che a 40 anni diventa mamma single felice e in carriera,
ma dico io - fatta salva la totale libertà personale di gestire la propria gravidanza e le proprie esperienze come si ritiene più giusto - ma perché questa corsa al lavoro?
A parte che io a cinque giorni dal cesareo mi muovevo in casa mezza curva e mi sedevo e alzavo dal divano con dolori che mi si leggevano in faccia, ma non è che hai covato un ovetto che si è schiuso e via.
Penso che la nascita del tuo primo figlio sia un'esperienza che ti cambia e che va metabolizzata e non lo dico solo per la fatica, il dolore, la convalescenza eccetera, ma lo dico SOPRATTUTTO per tutti gli aspetti assolutamente straordinari che questa esperienza pu regalare: tenerezza, emozione, sconvolgimenti ormonali che ti spingono a piangere senza un apparente motivo (e invece il motivo cè, ma chi lo capisce se non tu?), innamoramento nuovo e sconvolgente; tutte cose a cui è bellissimo abituarsi lentamente e che vanno godute perché non tornano più (ma proprio più perché col secondo non sarà la stessa cosa sconosciuta).
Certo nei mesi successivi andare a lavoro pu rappresentare un momento addirittura di svago e di libertà e magari non tutte si possono permettere di stare a casa perché non tutte hanno un lavoro così garantito, certo la ministra ha un incarico importante e probabilmente non si poteva proprio assentare, ma diciamocela tra di noi che non siamo poi così importanti: ma che si è persa?
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