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giovedì 3 marzo 2011

Telelavoro: il Ministro ci prova sul serio

Nuove proposte in tema di conciliazione. Il ministro del Welfare Sacconi ha elaborato una bozza di linee guida sul tema della conciliazione tra tempi di vita e di lavoro. "L'obiettivo -ha spiegato il ministro- è di favorire la conciliazione dei tempi di lavoro e dei tempi di famiglia attraverso la modulazione della flessibilità dell'orario di lavoro".

In particolare, la bozza prevede l'introduzione di regimi di orario di lavoro modulati su base semestrale o annuale a fronte di impegni contrattuali per la conciliazione. Nel testo si sottolinea l'importanza della necessità di "incentivare un maggiore e migliore utilizzo su base volontaria e compatibilmente con le esigenze aziendali, del telelavoro e di tipologie contrattuali come part time, lavoro ripartito, lavoro intermittente". Il documento inoltre sottolinea che "le politiche aziendali di conciliazione possono beneficiare delle misure fiscali di detassazione del salario di produttività".

Tra i diversi punti previsti dal documento presentato da Sacconi: la possibilità per il lavoratore padre e la lavoratrice madre, di beneficiare, entro i primi tre anni di vita del bambino, di particolari forme di flessibilità di orario in entrata e in uscita. Inoltre, è prevista la trasformazione temporanea del rapporto di lavoro a tempo pieno in tempo parziale, per i primi 5 anni di vita del bambino o in caso di particolari esigenze di cura per genitori o altri familiari.

La bozza di intesa prevede l'impegno, al rientro dalla maternità, di assegnare alla lavoratrice le stesse mansioni che svolgeva in precedenza oppure mansioni che non vanifichino la professionalità e l'esperienza già acquisite.

Altra agevolazione prevista è la possibilità di ricorrere a una 'banca delle ore', e dove possibile, a meccanismi di banca-ore dedicati in particolare a genitori di bambini in età fino a 24 mesi. E ancora, l'opportunità di usufruire di un orario di lavoro 'concentrato', ossia un orario 'continuato' dei propri turni giornalieri.

La bozza è stata approvata dai sindacati e adesso la parola passa a un tavolo tecnico che esaminerà le proposte e studierà le modalità per metterle in pratica.
Fonte: Adnkronos

mercoledì 9 febbraio 2011

Addio a Giovanni Bollea

Quando è nato mio figlio ho acquistato un alberello di ulivo e sono andata in Umbria per piantarlo nella terra di un mio amico. Ogni tanto il mio amico mi manda MMS con le immagini dell’alberello che cresce insieme al mio cucciolo.
Ho ripensato all’immagine di mio marito con stivaloni da contadino e zappa in mano quando ho letto che se n’era andato Giovanni Bollea, l’amico dei bambini, il padre italiano della neuropsichiatria infantile, nonché l’ideatore dell’iniziativa “un albero per ogni bambino” e presidente dell’associazione
ALVI (Alberi per la vita).



Bollea è scomparso a 97 anni, dopo una intera vita dedicata ai bambini, alla loro serenità e alla loro crescita. “Alla mia età sono felice al mattino quando mi alzo e realizzo che sono uno psichiatra infantile: che vedrò bambini e farò sorridere qualche madre”, così diceva e sintetizzava il senso profondo della sua professione, che non era solo un lavoro ma un’autentica vocazione.
Un istinto affettuoso e compassionevole lo ha spinto a lavorare accanto alle mamme e ai loro bambini, gli ha permesso di accostarsi con umiltà a quelle mamme che tutto il sapere hanno dentro se stesse e che esortava sempre affinchè non cercassero la perfezione, ma fossero se stesse e dedicassero tempo a loro, oltre che ai loro bambini.

Ha introdotto in Italia la psicoanalisi e la psicoterapia di gruppo in pediatra e si è dedicato soprattutto ai bambini con sindrome di Down, convinto forse da quel ricordo di se stesso bambino che gridava “perché non li curate?” alle suore che portavano i bambini al Cottolengo dicendo che erano “ destinati al paradiso”.

Consigli di lettura: Le madri non sbagliano mai

martedì 25 gennaio 2011

La maternità migliora il cervello delle donne

Qualche giorno fa una mia cara amica, nonché giovane mamma 35enne, mi raccontava che poco prima aveva stirato tenendo la sua ultimogenita (di neanche 2 mesi) "appollaiata" dietro alla schiena grazie alla fascia/marsupio e con la sua primogenita (di neanche 2 anni) che giocava a poca distanza da lei con la sua tastiera di suoni e versi degli animali della fattoria. Suoni e versi che lei le insegnava a ripetere.

Una super mamma? No una mamma come molte secondo quanto riportato dalla scrittrice e giornalista Katherine Ellison nel suo libro di prossima uscita (il 26 gennaio per Rizzoli) "Il cervello della mamme", di cui Repubblica (il 19 gennaio) ha riportato le tesi principali.

Secondo la Ellison - che si rifà ad alcune ricerche condotte dall'Università di Yale - il diventare mamma migliora il cervello delle donne ovvero ne sviluppa particolari caratteristiche fino ad allora sopite. Il cervello infatti si espande: gesti e azioni - condotte in un colpo solo - si raddoppiano (vedi l'esempio iniziale) e nello stesso tempo si affina la capacità di selezionare le priorità.

Inoltre l'ormone dell'ossitocina - caratteristico di tutto il periodo del parto e del puerperio - stimola e amplia le capacità sociali e produttive. Un ampliamento che rimane nell'intelligenza femminile e si trasforma in intelligenza emozionale, plasticità, capacità di relazione.
Del resto quando i nostri bimbi non sono ancora in grado di raccontaci con la loro voce cosa sentono, non siamo forse noi che interpretiamo il loro pianto, i gesti delle braccia e delle gambe, della bocca e della lingua?
Dunque un nuovo approccio al "pensiero materno" che ribalta molti luoghi comuni sulle donne/mamme e che sarebbe da consigliare a molti datori di lavoro italiani...

Consiglio di lettura: sullo stesso argomento, "Pensare per due" di Massimo Ammaniti per Laterza.

lunedì 22 novembre 2010

Partorire: il Ministro annuncia una piccola rivoluzione



Rimarranno solo parole, come quelle dei predecessori, illustri e pur carichi di buone intenzioni?
Il Ministro della Salute Ferruccio Fazio si unisce al coro di quelli che dichiarano che l’epidurale è un diritto per tutte e che se si garantisse l’accesso gratuito all’anestesia epidurale in tutti gli ospedali italiani si riuscirebbe finalmente a ridurre la percentuale di parti cesarei che oggi sfiora, nel nostro Paese, il 40% dei parti, a fronte di un 15% indicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come tetto massimo.

Non c’è dubbio che garantire l’epidurale a chi ne fa richiesta significherebbe far salire l’Italia un gradino più su nella scala della civiltà, ma lavorare in tal senso potrebbe contribuire anche a ottenere l’obiettivo di ridurre il numero di parti cesarei.
Fazio annuncia di voler ridisegnare il percorso nascita in Italia e di aver stilato, in sinergia con la Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia e l’Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani, un elenco di priorità:

1) chiudere i centri nascita italiani dove avvengono meno di 500 parti all’anno. Questi centri così piccoli verranno inglobati in quelli più grandi: “bisogna superare la logica dell’ospedale sotto casa””, ha dichiarato il Ministro, che punta ad evere ospedali più grandi, più sicuri e con un'assistenza 24 ore su 24

2) garantire l’epidurale per tutte le partorienti che ne fanno richiesta. Oggi solo il 16% dei centri nascita in Italia offre l’epidurale e non certo perché le donne desiderino TUTTE un parto con dolore (anche perché laddove l’epidurale è garantita ne fa richiesta il 90% delle partorienti!): la causa è da ricercare nella mancanza di fondi e nella carenza di anestesisti e a farne le spese sono soprattutto le donne

3) investire nella formazione e nella promozione del parto vaginale, con l’obiettivo dichiarato di ridurre l’incidenza del parto cesareo, il che significa anche rivalutare il parto fisiologico dal punto di vista economico dal momento che una parto normale vale tra i 1200 e i 2000 euro: meno di un’artroscopia.

Per far questo bisognerà investire, stanziare fondi, formare gli anestesisti, convincere le Regioni a destinare fondi a questa operazione. Praticamente si tratterà di superare gli ostacoli che si sono trovati davanti anche i predecessori dell’attuale Ministro.
Riuscirà il nostro eroe?

venerdì 1 ottobre 2010

Nelle sale parto d'Italia si litiga continuamente. Oppure no...



Premessa: provo tenerezza, sgomento e solidarietà per le famiglie che nelle ultime settimane hanno visto trasformare il momento più bello della loro vita (quello della nascita di un bambino) in un incubo dal quale non si sveglieranno mai più. La nascita dovrebbe essere un evento carico di gioia (e per la maggior parte delle famiglie è così), e quando accadono tragedie come quelle che stanno riempiendo i giornali mi si stringe il cuore e mi dico che sono fortunata perché come dice mia nonna “stiamo sotto al cielo”.

Ora, fatta questa fondamentale premessa che dovrebbe scongiurare il rischio di commenti del tipo “non hai pietà per queste famiglie”, esprimo la mia perplessità di fronte a questa epidemia di liti in sala parto, medici fanatici privi di qualsiasi morale, casi di malasanità che affollano i giornali.

I giornalisti ci marciano. Lo so per esperienza. Se si crea un caso si ha materiale per fare i titoloni per settimane. Una volta fu l’epoca dei cani che azzannavano a morte le persone (e per un periodo sembrava che l’Italia fosse invasa da cani assatanati e fuori controllo), poi più nulla, anche se magari ogni tanto ancora capita che un cane azzanni un bambino, poi vennero i casi di influenza dei quali i media sentivano l’urgenza di informarci ogni giorno con una specie di countdown e adesso è la volta del “caso delle liti in sala parto”.

Da qualche parte ci sarà senz’altro (probabilmente nel primo caso, quello avvenuto a Messina, anche se l’inchiesta sta ancora chiarendo i fatti) una coppia di medici che ha dimenticato il motivo per il quale fa questo lavoro e ha sprecato tempo prezioso a litigare sull’eventualità o meno di praticare un taglio cesareo (un talebano fanatico del naturale a tutti i costi esisterà certamente, così come quello dal bisturi facile “un taglio e via in dieci minuti”: incontrarsi nella stessa sala parto può essere deflagrante).

Ma poi è stato tutto un fiorire di liti tra medici, bambini nati con problemi di invalidità e ovviamente di denunce: quale sarà stato il ruolo giocato da solerti avvocati desiderosi di “fare giustizia” nella scelta dei genitori di fare causa all’ospedale (anche dopo mesi) per ottenere un risarcimento? E quale ruolo ha giocato il solito circo mediatico allestito attorno a una succulenta epidemia di liti in sala parto?

Parti andati male, famiglie distrutte, avvocati e media: un circolo vizioso che contribuisce ad alimentare una diffusa sfiducia nei confronti della classe medica e della Sanità in Italia, tanto che secondo i dati nell’ultimo mese si è registrato un significativo aumento del numero di denunce ai medici nelle ultime settimane.

Non c'è dubbio che sia necessario e urgente ripensare ad una nuova organizzazione dei Reparti di Ostetricia e Ginecologia dei nostri Ospedali, lavorare su una maggiore umanizzazione della classe medica, su una maggiore attenzione alla mamma e alle sue esigenze, così come è importante informare la mamma sui rischi che sta correndo, ma questi ed altri aspetti - che vanno migliorati e affrontati - non devono essere strumentalizzati al fine di instillare nell'opinione pubblica l'idea che in Italia non sia sicuro partorire perchè in realtà l'Italia è il posto dove si registra la più bassa mortalità materna di tutto il mondo.

martedì 22 giugno 2010

Allattare fa bene, lo abbiamo capito. Però adesso diamoci un taglio

Il latte materno è meglio, non c’è dubbio. Però gli esperti cominciano a mettere in discussione le campagne che mirano a promuovere l’allattamento materno usando leve come “il latte è ricco di nutrienti” oppure “il latte materno protegge dalle malattie” e via così.

Questo perché dopo decenni di monopolio del latte artificiale e dopo che da qualche anno l’allattamento al seno è tornato alla ribalta, anche grazie a campagne di sensibilizzazione, sembra essere arrivato il momento giusto per darci un taglio e di ricordare semplicemente che allattare è facile, economico, naturale.

Un po’ sono d’accordo. Ormai lo sappiamo tutte che il latte materno è il migliore che ci sia, che fornisce anticorpi, che regala una protezione immunitaria eccezionale, che previene numerose malattie in mamma e bambino. Quindi potrebbero anche smettere di ricordarcelo in ogni dove e in ogni momento della nostra gravidanza e del nostro puerperio perché il senso di colpa è dietro l’angolo. E pure il senso di inadeguatezza che ti prende se proprio non ci riesci, se non puoi, non vuoi, se stai male, se sanguini, se smetti.

In Gran Bretagna ne stanno discutendo in questi giorni. Stop alle campagne che promuovono l’allattamento perché fa bene e via a campagne che utilizzino linguaggi diversi, mirati a ricordare quanto l’allattamento possa rappresentare una esperienza appagante e straordinaria per la mamma e il bambino.

Quindi non più
Breast is best
Ma
breast is natural, easy, economy.

D’altra parte sembra che sia questa la giusta chiave di lettura per favorire la diffusione dell’allattamento materno. Leggo che presso il Queensland University of Technology hanno condotto un’indagine su 400 donne con figli di età inferiore ai 18 mesi e hanno scoperto che in tema di allattamento le neomamme preferiscono la vicinanza, il supporto pratico e i suggerimenti di amici e parenti piuttosto che le campagne di comunicazione sull’importanza del latte materno. La ricercatrice australiana spiega che “l’approccio colpevolizzante tutto basato sui benefici al bambino dell’allattamento materno non funziona, è ora che la comunicazione sui temi della salute impari a usare strategie di marketing sociale piuttosto che sullo stile tipicamente educational, un approccio che enfatizza la scelta libera e la fornitura di servizi che aiutino le donne ad allattare al seno”.

giovedì 13 maggio 2010

Saper soccorrere i bambini: dovremmo impararlo tutti

Un bambino di un anno e mezzo è rimasto ucciso, soffocato da un pezzo di pizza che stava mangiando insieme alla mamma. Non so voi, ma io ho spesso paura che qualcosa si incastri nella gola di mio figlio e che io non riesca a toglierlo. La notizia mi ha fatto rabbrividire perché, avendone uno praticamente coetaneo, non riesco a liberarmi dall’immagine dello strazio di questa mamma che tenta di liberare la gola di suo figlio.

Ma come ci si deve comportare in questi casi? Qual è il modo migliore per agire? Si legge ovunque che la calma e la lucidità sono essenziali ma ditelo a una giovane mamma che si vede il figlio soffocare sotto gli occhi.

La cosa più istintiva che verrebbe in mente di fare è mettergli una mano in gola tentando di strapparli via il pezzetto killer. Invece non c’è niente di più sbagliato: infilargli le dita in gola potrebbe contribuire a spingere in giù il pezzo di cibo incastrato.

Quindi l’ideale sarebbe praticare una manovra che si chiama Manovra di Heimlich.
La manovra si esegue così: ci si posiziona dietro la persona unendo le mani sotto lo sterno. Si stringono forte le braccia e questa stretta provoca un aumento della pressione tracheo-bronchiale che può essere sufficiente a spingere fuori l’oggetto che ostruisce la respirazione. Questa procedura è valida per gli adulti, mentre con i bambini si esegue mettendo il piccolo a testa in giù sulle ginocchia, mantenendo la testa ad un’altezza più bassa del torace e tenendo la mandibola. Dopo averlo messo in questa posizione si alternano 5 colpi interscapolari e 5 compressioni addominali.

Questo video spiega meglio delle parole come si pratica la manovra:



All’indomani della tragedia che ha colpito la giovane coppia nel milanese, il Codacons ha chiesto di avviare una campagna di informazione destinata ai papà e alle mamme per aumentare il grado di informazione e sensibilizzazione al problema degli incidenti domestici.
Ma secondo me le campagne di informazione restano spesso lettera morta, soprattutto quando si tratta di cose come questa, quando dobbiamo imparare concretamente a fare una cosa alla quale non siamo abituati e soprattutto allenarci.

Qualche mese fa il telegiornale raccontava di un corso gratuito che si era tenuto a Milano (spero di non sbagliare) al quale avevano partecipato mamme e nonne e che aveva insegnato loro le principali tecniche di intervento in casi come questo. Non sarà l’unico corso di questo tipo che esiste in Italia. Ecco secondo me, invece che in campagne di informazione, il denaro andrebbe speso per finanziare corsi gratuiti nelle Asl o presso gli ospedali e i consultori per insegnare in modo rapido e concreto le più importanti tecniche di pronto soccorso. Ad esempio per contribuire a persone come Marco Squicciarini, medico della Croce Rossa, che gratuitamente va in giro per l’Italia a insegnare alle mamme e alle maestre come si interviene nel modo migliore.

martedì 11 maggio 2010

Dedicato a chi soffre di nonno-dipendenza

Anche se la festa della mamma è passata da qualche giorno questo post è dedicato a mia madre. Giovanissima nonna, è un aiuto prezioso per me e per il mio nano al quale si dedica quanto più le è possibile con amore e una cura quasi professionale.

Sarà che sono davvero un po’ scombinata e che il fatto che mia madre abiti praticamente accanto a me mi fa sentire più tranquilla su un sacco di incombenze: se dimentico di comprare il latte attingo al suo frigo, se i panni da stirare si accumulano sulla sedia lei li fa sparire e ricomparire belli piegati, se la sera voglio uscire oppure devo fare una commissione nel pomeriggio lei è sempre disponibile a stare con il nano.

E' quindi ovvio che non posso fare a meno della nonna e sembra che io non sia l’unico genitore a soffrire di nonno-dipendenza. Secondo i recenti dati resi noti dalla Spi-Cgil che ha commissionato uno studio in proposito, sembra che i nonni siano uno dei pilastri della nostra società, sia dal punto di vista economico che da quello della vita quotidiana. Secondo questo studio, infatti, ben sette bambini su dieci vivono con i nonni e il contributo fornito dai nonni è calcolato in una cifra tra i 7,3 e i 13,8 miliardi di euro l'anno. Questa cifra è il risultato di un calcolo retributivo che prende in esame sia un lavoro che viene svolto gratuitamente sia numerose variabili connesse alla presenza dei nonni, come ad esempio le ore che i genitori possono passare a lavoro contribuendo, quindi, all’economia generale oppure al risparmio per le famiglie che possono fare a meno di baby sitter e asili nido.

Inoltre sembra che i nonni aiutino i propri figli in maniera significativa anche dal punto di vista economico, in certi casi addirittura con la metà della loro pensione.

Insomma gli anziani sono una risorsa per il nostro Paese e si danno un gran daffare
La segretaria generale dello Spi Cgil, Carla Cantone, lo dice chiaramente "sono proprio le persone tra i 55 e i 75 anni che contribuiscono a sostituire un welfare che nel nostro Paese non c'è".
Sì, perché se gli asili nido pubblici sono un miraggio per la maggior parte dei genitori e se le baby sitter costano quanto lo stipendio che io porto a casa è chiaro che ho ben poca scelta: o impacchetto il nano e me lo porto a lavoro nascosto nella borsa pregandolo di stare zitto oppure mi dimetto per stare con lui.

A meno che non io abbia un nonno dietro la porta.

Image: Food of love

lunedì 3 maggio 2010

Congedo di maternità: un diritto, anzi un valore

Giorni fa leggevo un pezzo scritto da Sarah Fraser sul Times che commentava la notizia che l’Italia è il Paese più sicuro al mondo dove partorire. La Fraser ha partorito sia in Gran Bretagna che in Italia e dice chiaramente di non essere affatto sorpresa della classifica che vede l’Italia fare la parte del leone, perché la sua esperienza conferma in assoluto questi dati.

Non solo, la giornalista indica nella legge che regola, in Italia, il congedo per maternità una possibile causa di questo primato: in Italia, scrive la Fraser, la mamma può dedicarsi alla sua maternità fino a un massimo di 24 mesi mentre in Gran Bretagna non si superano i 12 mesi e questo gioca un ruolo importante nel favorire la salute e il benessere della madre.

La teoria è affascinante - anche se per quanto mi sforzi non riesco a capire come si possa allungare il congedo parentale fino a 24 mesi (se qualcuno ne è capace mi sveli il mistero per favore!) – e mi torna utile adesso che scrivo questo post per commentare l’intervista che Maria Stella Gelmini, di professione Ministro dell’Istruzione e neomamma, ha rilasciato qualche giorno fa al Corriere della Sera e che ha fatto andare su tutte le furie le mamme fuori e dentro la rete.

Ci ho messo un po’ a elaborare la cosa e a capire cosa ne pensavo veramente, perché in fondo io ho vissuto la maternità un po’ a casa e un po’ al lavoro, senza godermela quanto avrei voluto ed è stato un sacrificio. Sono tornata a lavoro dopo nemmeno tre mesi dalla nascita di mio figlio perché sono una lavoratrice autonoma e non c’era modo di convincere clienti e incarichi a vivere con sana lentezza e a prendersi una pausa pure loro.

Quindi leggere che il Ministro Gelmini dopo SOLO DIECI giorni dalla nascita della figlia era già a lavoro, seppure a casa sua, che secondo lei


è complicato conciliare il lavoro con la maternità, ma penso che siano poche quelle che possono davvero permettersi di stare a casa per mesi. Bisogna accettare di fare sacrifici.

E che


le donne normali che lavorano dopo il parto e sono costrette a stare a casa sono delle privilegiate



non mi ha sconvolto più di tanto. In questi anni una marea di donne che conosco, impiegate o dipendenti, non si sono godute soltanto il SACROSANTO periodo di maternità che spetta di DIRITTO e che è anche un obbligo previsto dalla legge. Ma hanno fatto carte false (intendo proprio false) per stare a casa dodici mesi e più. Dal diritto alla truffa.

Io i dodici mesi a casa con mio figlio me li sogno (libero professionista = precaria = sempre a lavoro) e forse pure li temo.

Questo per dire che il discorso della Gelmini in fondo non mi era del tutto ostico - dopo tre mesi ero a lavoro, mi dispiaceva, ma potevo organizzarmi orari e giorni in modo personale e flessibile (esattamente come probabilmente farà la Gelmini o la D’Amico che lei stessa portava ad esempio)- e che, all’inizio, questa intervista aveva un sapore familiare, qualcosa di comprensibile e di già vissuto.

Poi mi sono detta no.

No. Perché queste dichiarazioni e questo modo di pensare trovano un proprio significato solo se le incastriamo nella nostra vita di tutti i giorni, fatta di impegni, di responsabilità, di lavoro, lavoro, lavoro. Una vita di corsa, della quale spesso si perde il senso.

No. Perché quando nasce un bambino la nostra vita dovrebbe rallentare, prendersi una pausa perché la nascita e il parto sono due momenti assolutamente irripetibili, che ti lasciano sgomenta, spaventata, travolta da una soddisfazione e da una gratificazione che mai avresti immaginato, da una inesauribile energia e voglia di stare con il tuo bambino.

No. Perché mai verrebbe in mente a una neomamma di andare a lavorare dopo dieci giorni. Se qualcuna ci riesce è solo perché non ha scelta o perché “bisogna fare sacrifici e non lagnarsi”.

No. Perché il bambino appena nato ha bisogno di stare con la mamma in un ambiente caldo, protetto e sereno. E’ un suo diritto e i suoi diritti vanno tutelati (non solo quelli dell’embrione/blastocisti che ha diritto alla vita anche a costo di rovinare quella della donna che lo ha accolto in grembo).

No. Perché quel periodo iniziale è irripetibile, dura un attimo poi si perde, a un tratto scompare. Quell’unione incredibile e improvvisa con il passare dei mesi si rafforza, assume le forme di un legame forte, stabile e duraturo. Ma quella tempesta di ormoni ed emozioni non torna più.

Secondo me questo periodo prezioso va tutelato ad ogni costo, a dispetto della folle corsa e delle urgenze lavorative. E’ vero, dobbiamo rimboccarci le maniche e francamente ce lo ricordiamo ogni giorno mentre ci sbattiamo avanti e indietro. Ma quando diventiamo mamme, quando incontriamo il nostro bambino, la priorità è solo poter stare con lui per conoscerci, abituarci a questo nuovo pazzo amore e poter consolidare un legame che poi, quando verrà il giusto momento di separarci per tornare a lavoro, non verrà intaccato dall’assenza e dal rimpianto.

Proprio oggi un lancio di agenzia ha reso note le dichiarazioni di Mara Carfagna, Ministro per le Pari Opportunità:

"l’accesso e la permanenza delle donne nel mercato del lavoro, la loro progressione in carriera e la tutela della maternità rientrano senza dubbio tra i principali obiettivi dell'azione del nostro Governo".

Ecco, tutelare il lavoro delle donne che diventano madri è un obiettivo da non dimenticare mai, ma anche fare in modo che le donne che diventano madri possano godere del congedo di maternità come un inalienabile diritto, promuovendo questo congedo come un autentico valore per la società, questa sì che sarebbe una gran bella sfida. Degna del Paese dove è radicato il senso della famigghia.


Qualche link utile per saperne di più sul diritto al congedo di maternità:
INPS
Camera dei Deputati
INAIL
Immagine:
Maternità di Keith Haring

giovedì 8 aprile 2010

In Italia la famigghia al primo posto

La giovane donna barese che, assolutamente controvoglia, si è sottoposta ad aborto terapeutico assumendo la pillola Ru486, ha rifiutato il ricovero. Impossibile, in un Paese che ancora si professa democratico, obbligare qualcuno a ricoverarsi contro la propria volontà.
La giovane mamma di due bambini, che, come cita il Corriere della Sera, avrebbe tanto voluto accogliere altri figli ma un brutto male glielo ha impedito, ha preso la pillola al Policlinico di Bari, è rimasta per qualche ora nel letto dell’ospedale senza che accadesse nulla e poi è andata a casa.
Ritornerà dopo 48 ore per ricevere un’altra pillola che le procurerà l’espulsione dell’embrione.

Il principio attivo della pillola Ru486 è il mifepristone che inibisce la produzione di progesterone, un ormone fondamentale per garantire l’attecchimento dell’embrione nell’utero. E’ un aborto farmacologico, che deve essere praticato secondo la legge, entro la settima settimana di gestazione e che francamente non vedo perché debba essere indice di scarsa sensibilità da parte della donna.

Sì, perché è di questo che si tratta. Chi fa polemica sulla pillola Ru486 si attacca alla presunta facilità con la quale una donna riesce ad abortire, magari prendendo sotto gamba la decisione, magari facendolo senza troppi grattacapi.
Ora, ma è possibile che si possa credere che una che decide di abortire lo faccia a cuor leggero, senza pensieri, senza un enorme bagaglio di sensi di colpa, rimpianto, paura e senso di inadeguatezza? Attaccare la pillola Ru486 significa attaccare in maniera diretta la legge che permette a una donna se scegliere o no di diventare madre.

Se l’aborto è permesso dalla legge allora non si capisce quale e dove sia il problema a usare gli strumenti che la scienza offre per ridurre il numero di interventi chirurgici, di interventi invasivi, fatti in anestesia generale, che costringono la donna a dormire in ospedale.
Ma veramente crediamo che se invece di sottopormi a questa orrenda trafila chirurgica io posso abortire con una pillola questo mi farà meno male? Mi farà sanguinare di meno il cuore, mi farà dimenticare questa scintilla di vita a cui non ho permesso di scoppiare? Tutt’altro, abortire con la pillola significa che io ho parte attiva in questo processo: sono io che prendo la pillola, che prendo quelle successive che mi faranno venire dolori ed emorragie e che infine vedrò l’embrione uscire dalla mia pancia. Ma perché ogni volta che si parla di dolore femminile ci si specula sopra e a farlo sono sempre di più quelli che poi pontificano sulla famiglia (“fammigghia”) senza fare assolutamente nulla per aiutare davvero le donne e la famiglia.

Per inciso in Europa la pillola Ru486 è prassi in undici Paesi dal 1989 e ormai l’aborto farmacologico si pratica in regime di day hospital, altro che ricovero ordinario di tre giorni come da noi (come fanno a farci sentire in colpa e in colpa se non tenendoci per ben tre giorni in ospedale a far niente?).

La pillola è disponibile in tutti quei Paesi dove la famigghia è davvero un valore sociale ed economico che viene coltivato dalle istituzioni: Francia, Svezia, Danimarca, Finlandia e via scendendo giù verso i gradini più bassi della classifica europea dei Paesi dove è bello avere figli, dove esistono asili nido pubblici e sostanziali politiche di sostegno alla famiglia .
Giù dove sta l’Italia insomma. In ritardo di undici anni sull’aborto farmacologico. In ritardo cronico sul sostegno alla famiglia.

Image: Australian Democrats