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giovedì 16 dicembre 2010

Babbo Natale non esiste? Che non glielo dica un prete!



Leggo che Fabriciano Sigampa, arcivescovo di Resistencia, in Argentina, durante un’omelia ha pensato bene di dichiarare guerra a Babbo Natale e di rivelare ai bambini che “Babbo Natale è un grasso signore vestito di rosso frutto della fantasia e che è giusto che i bambini sappiano che i regali li fanno i loro genitori con i loro sforzi e con l'aiuto di Gesù".

Non so voi ma io mi sarei arrabbiata da morire. Tralasciando il fatto che se mio figlio deve sapere che Babbo Natale non esiste glielo dico io e non un prete durante l’omelia a tradimento, rivendico il diritto, in quanto adulta, di avere l’esclusiva sulla preoccupazione di come far arrivare i regali sotto l’albero la sera di Natale.
Insomma, i bambini vanno protetti da un mucchio di cose molto serie e drammatiche, ma a volte anche da persone saccenti che hanno probabilmente dimenticato (o forse mai vissuto) il sapore della magia e del mistero di Babbo Natale.
Arriverà il momento in cui i piccoli si accorgeranno che Babbo Natale non esiste e con questa scoperta se ne andrà una buona fetta della loro ingenuità e della loro capacità di credere alle magie.
Quindi perché non lasciare che le cose abbiano il loro corso naturale e non aspettare che il primo compagno di scuola un po’ più di esperienza rompa le uova nel paniere?

mercoledì 15 settembre 2010

I bambini piccoli non provano empatia


Ho letto una teoria che mi ha molto incuriosito. Alcuni studiosi hanno scoperto che i bambini di meno di 4 anni non imitano lo sbadiglio. Potrebbe sembrare una banalità, ma questo dato ne indica un altro ben più importante: i bambini non provano empatia prima dei quattro anni.

Gli scienziati sono certi che lo sbadiglio contagioso (che interessa a un individuo su due) sia la dimostrazione di una innata capacità di “immedesimarci” nell’altro, di sentire ciò che prova e di metterci nei panni del prossimo. Un’abilità straordinaria che ci permette di essere solidali, di non causare intenzionalmente dolore o sofferenza e di comprendere il dolore altrui.

I ricercatori dell'Università del Connecticut hanno osservato un gruppo di 120 bambini da uno a sei anni di vita e hanno paragonato le loro risposte alla vista dello sbadiglio con quelle date da un gruppo di bambini autistici dai 6 ai 15 anni. I risultati hanno evidenziato da un lato che i bambini autistici difficilmente sbadigliano in risposta allo sbadiglio e che prima dei quattro anni è molto raro che un bambino sbadigli per imitazione.

Imitare il prossimo, hanno spiegato gli studiosi su Child Development, è sintomo di empatia e i risultati di questo studio lasciano supporre che prima dei 4 anni i bambini non abbiano sviluppato alcuna empatia verso l’altro.

La teoria mi ha colpito prima di tutto perchè il mio nano duenne non ha lo sbadiglio contagioso e poi perchè in effetti ho la netta sensazione che i bambini piccoli come lui non provino empatia verso il prossimo.
Gli altri - bambini, adulti, animali - non sono che giocattoli per loro e i sentimenti che provano arrivano ai piccoli in maniera talmente confusa e forse ingigantita al punto che, non sapendola filtrare con l’esperienza e la sensibilità che si affina anche con il tempo, non abbiano per loro alcun valore.

Sentiamo spesso ripetere “E’ piccolo, non capisce che fa la bua”.
Lo dico io stessa di mio figlio. Lo dico perchè effettivamente lui non ha la capacità di comprendere che fa del male, ma anche perchè forse non ha alcuna capacità di “sentire” il dolore dell’altro.

lunedì 24 maggio 2010

Dell’amore per la lettura trasmesso ai bambini...

Per anni gli educatori hanno pensato che avere dei genitori istruiti fosse il più efficace modo per predire il livello culturale ed educativo di un bambino (il che potrebbe anche essere se non fosse che se ne vedono in giro di capre con genitori di sopraffina cultura..).

Adesso uno studio condotto da alcuni sociologi dell’Università del Nevada ha scoperto che a fare la differenza sarebbe la quantità di libri che ci sono in casa: se un bambino cresce in una casa dove ci sono almeno 500 titoli le sue chanche di studiare più a lungo e con maggior profitto aumentano.
Il connubio tra i due elementi, poi, sarebbe davvero interessante: crescere in mezzo ai libri e avere dei genitori acculturati aumenta di almeno 3,2 anni il livello dell’istruzione.

I sociologi hanno analizzato per vent’anni ben 70mila famiglie abitanti in 27 Paesi diversi e hanno concluso che, in generale, avere dei libri in casa è un economico investimento che potrebbe avere ripercussioni significative e preziose sul livello di educazione e sul futuro dei bambini. Secondo Mariah Evans non è nemmeno necessario arrivare fino a 500 titoli: averne già venti in uno scaffale aumenta le probabilità che il bambino cresca con curiosità e si sviluppi in lui il desiderio della conoscenza e dello studio.

In fondo tutti noi che amiamo i libri lo sappiamo bene: magari siamo cresciuti in una casa dove c’era un mucchio di libri e questi misteriosi oggetti hanno rappresentato per ciascuno una scintilla di curiosità nei confronti del mondo.

Mi viene in mente un’intervista rilasciata da Bice Biagi all’indomani della morte di suo padre: raccontava che nella grande libreria di casa alcuni libri erano inaccessibili. Alcuni grandi classici erano stati sistemati negli scaffali più alti e alle bambine che chiedevano di leggerli, Enzo Biagi spiegava che non era ancora arrivato il momento perché erano troppo piccole. Questa inacessibilità, questo alone di mistero ha stimolato nelle ragazzine una straordinaria curiosità nei confronti dei grandi libri e ne ha fatto appassionate lettrici.

lunedì 3 maggio 2010

Congedo di maternità: un diritto, anzi un valore

Giorni fa leggevo un pezzo scritto da Sarah Fraser sul Times che commentava la notizia che l’Italia è il Paese più sicuro al mondo dove partorire. La Fraser ha partorito sia in Gran Bretagna che in Italia e dice chiaramente di non essere affatto sorpresa della classifica che vede l’Italia fare la parte del leone, perché la sua esperienza conferma in assoluto questi dati.

Non solo, la giornalista indica nella legge che regola, in Italia, il congedo per maternità una possibile causa di questo primato: in Italia, scrive la Fraser, la mamma può dedicarsi alla sua maternità fino a un massimo di 24 mesi mentre in Gran Bretagna non si superano i 12 mesi e questo gioca un ruolo importante nel favorire la salute e il benessere della madre.

La teoria è affascinante - anche se per quanto mi sforzi non riesco a capire come si possa allungare il congedo parentale fino a 24 mesi (se qualcuno ne è capace mi sveli il mistero per favore!) – e mi torna utile adesso che scrivo questo post per commentare l’intervista che Maria Stella Gelmini, di professione Ministro dell’Istruzione e neomamma, ha rilasciato qualche giorno fa al Corriere della Sera e che ha fatto andare su tutte le furie le mamme fuori e dentro la rete.

Ci ho messo un po’ a elaborare la cosa e a capire cosa ne pensavo veramente, perché in fondo io ho vissuto la maternità un po’ a casa e un po’ al lavoro, senza godermela quanto avrei voluto ed è stato un sacrificio. Sono tornata a lavoro dopo nemmeno tre mesi dalla nascita di mio figlio perché sono una lavoratrice autonoma e non c’era modo di convincere clienti e incarichi a vivere con sana lentezza e a prendersi una pausa pure loro.

Quindi leggere che il Ministro Gelmini dopo SOLO DIECI giorni dalla nascita della figlia era già a lavoro, seppure a casa sua, che secondo lei


è complicato conciliare il lavoro con la maternità, ma penso che siano poche quelle che possono davvero permettersi di stare a casa per mesi. Bisogna accettare di fare sacrifici.

E che


le donne normali che lavorano dopo il parto e sono costrette a stare a casa sono delle privilegiate



non mi ha sconvolto più di tanto. In questi anni una marea di donne che conosco, impiegate o dipendenti, non si sono godute soltanto il SACROSANTO periodo di maternità che spetta di DIRITTO e che è anche un obbligo previsto dalla legge. Ma hanno fatto carte false (intendo proprio false) per stare a casa dodici mesi e più. Dal diritto alla truffa.

Io i dodici mesi a casa con mio figlio me li sogno (libero professionista = precaria = sempre a lavoro) e forse pure li temo.

Questo per dire che il discorso della Gelmini in fondo non mi era del tutto ostico - dopo tre mesi ero a lavoro, mi dispiaceva, ma potevo organizzarmi orari e giorni in modo personale e flessibile (esattamente come probabilmente farà la Gelmini o la D’Amico che lei stessa portava ad esempio)- e che, all’inizio, questa intervista aveva un sapore familiare, qualcosa di comprensibile e di già vissuto.

Poi mi sono detta no.

No. Perché queste dichiarazioni e questo modo di pensare trovano un proprio significato solo se le incastriamo nella nostra vita di tutti i giorni, fatta di impegni, di responsabilità, di lavoro, lavoro, lavoro. Una vita di corsa, della quale spesso si perde il senso.

No. Perché quando nasce un bambino la nostra vita dovrebbe rallentare, prendersi una pausa perché la nascita e il parto sono due momenti assolutamente irripetibili, che ti lasciano sgomenta, spaventata, travolta da una soddisfazione e da una gratificazione che mai avresti immaginato, da una inesauribile energia e voglia di stare con il tuo bambino.

No. Perché mai verrebbe in mente a una neomamma di andare a lavorare dopo dieci giorni. Se qualcuna ci riesce è solo perché non ha scelta o perché “bisogna fare sacrifici e non lagnarsi”.

No. Perché il bambino appena nato ha bisogno di stare con la mamma in un ambiente caldo, protetto e sereno. E’ un suo diritto e i suoi diritti vanno tutelati (non solo quelli dell’embrione/blastocisti che ha diritto alla vita anche a costo di rovinare quella della donna che lo ha accolto in grembo).

No. Perché quel periodo iniziale è irripetibile, dura un attimo poi si perde, a un tratto scompare. Quell’unione incredibile e improvvisa con il passare dei mesi si rafforza, assume le forme di un legame forte, stabile e duraturo. Ma quella tempesta di ormoni ed emozioni non torna più.

Secondo me questo periodo prezioso va tutelato ad ogni costo, a dispetto della folle corsa e delle urgenze lavorative. E’ vero, dobbiamo rimboccarci le maniche e francamente ce lo ricordiamo ogni giorno mentre ci sbattiamo avanti e indietro. Ma quando diventiamo mamme, quando incontriamo il nostro bambino, la priorità è solo poter stare con lui per conoscerci, abituarci a questo nuovo pazzo amore e poter consolidare un legame che poi, quando verrà il giusto momento di separarci per tornare a lavoro, non verrà intaccato dall’assenza e dal rimpianto.

Proprio oggi un lancio di agenzia ha reso note le dichiarazioni di Mara Carfagna, Ministro per le Pari Opportunità:

"l’accesso e la permanenza delle donne nel mercato del lavoro, la loro progressione in carriera e la tutela della maternità rientrano senza dubbio tra i principali obiettivi dell'azione del nostro Governo".

Ecco, tutelare il lavoro delle donne che diventano madri è un obiettivo da non dimenticare mai, ma anche fare in modo che le donne che diventano madri possano godere del congedo di maternità come un inalienabile diritto, promuovendo questo congedo come un autentico valore per la società, questa sì che sarebbe una gran bella sfida. Degna del Paese dove è radicato il senso della famigghia.


Qualche link utile per saperne di più sul diritto al congedo di maternità:
INPS
Camera dei Deputati
INAIL
Immagine:
Maternità di Keith Haring

mercoledì 17 marzo 2010

I bambini nascono con il ritmo nel sangue

Alcuni bambini hanno la danza nel sangue. Anzi nel DNA. Lo conferma una ricerca condotta presso la University of Jyvaskyla in Finlandia: i bambini rispondono ai ritmi e ai tempi della musica sin da piccolissimi, proprio come se fossero nati per ballare.

I ricercatori hanno osservato alcuni bambini tra i 5 mesi e i due anni di vita e hanno scoperto che, più che la melodia, è il battito del ritmo a fare la differenza e a stimolare i bambini alla danza e al “sentire la musica col corpo”.

Per giungere a questa conclusione i ricercatori hanno fatto ascoltare ai bambini differenti tipi di stimoli sonori: musica classica, battiti ritmati e parole. I loro movimenti spontanei sono stati registrati con una telecamera e così i ricercatori hanno concluso che alcuni bambini hanno una capacità innata di rispondere agli stimoli musicali con il corpo e ciò soprattutto quando ascoltano ritmi simili alle percussioni.

Mio figlio è proprio così, per questo motivo questa ricerca mi ha particolarmente colpito: per lui tutto è musica, soprattutto se il suono è ritmato e simile alle percussioni. Sin da quando era piccolissimo lui balla sui rintocchi della campana della chiesa, quando la lavatrice va in fase di centrifuga, quando passa una volante a sirene spiegate. Per lui ogni suono è un ritmo e ogni ritmo è una buona occasione per ballare.

Image: Dancing Baby

lunedì 8 marzo 2010

Mio figlio non dorme, fa astrazioni!

Qualche giorno fa mio figlio, 18 mesi, ha guardato un aereo disegnato su un libro e ha detto “aeeo”. E io l’ho festeggiato confermandogli “certo amore, aereo”. E gli ho raccontato di quando poco più che unenne lo un aereo lo portò in vacanza un po’ lontano da casa sua.
Il giorno successivo il nano guardava fuori dalla finestra e a un certo punto ha detto: “Aeeo” , io gli ho ripetuto un po’ distrattamente “si amore, aereo”, ma poi ho alzato gli occhi e ho visto che lui indicava un aereo nel cielo.
Come abbia fatto un’associazione tra l’oggetto disegnato e uno che vola veramente non lo so.
Il particolare aereo che aveva visto nel libro si era trasformato per lui in un concetto universale di aereo che vola in cielo. Si chiama astrazione e sembra che i bambini la facciano continuamente, complice anche il fatto che dormono tanto.
Provo a sintetizzare in parole semplici un complesso studio fatto da alcuni ricercatori dell’Università di Tucson che hanno utilizzato un linguaggio artificiale per capire in che modo 50 bambini di 15 mesi apprendessero cose nuove attraverso l’astrazione.
Ai bambini sono state fatte ascoltare alcune frasi preregistrate e senza senso finché non sono diventate per loro familiari. Queste frasi contenevano tre distinte parti, la prima prediceva la terza nel senso che riproduceva la struttura tipica di una frase inglese composta da un soggetto e da un verbo.
Dopo aver ascoltato le frasi, i bambini venivano lasciati liberi di fare un sonnellino e al risveglio venivano fatte loro ascoltare frasi nuove con lo stesso costrutto.
Ebbene, secondo quanto hanno osservato questi scienziati, i piccoli che avevano dormito riuscivano non solo a riconoscere le frasi che avevano imparato, ma anche ad essere capaci di riconoscere la vecchia struttura in una frase mai ascoltata.
Avevano sviluppato, quindi, l’abilità di formulare concetti universali ricavandoli dalla conoscenza del particolare. In altre parole, avevano fatto un’astrazione.

Image: Exhausted

giovedì 3 dicembre 2009

Un lungo concerto

Quando ero incinta ascoltavo un sacco di musica.
Non amo particolarmente la musica classica ma avevo letto ovunque che il piccolo che cresceva dentro la mia pancia l’avrebbe gradita molto, quindi mi sottoponevo a ore di ascolto di Vivaldi, Mozart e Bach mentre lavoravo o leggevo. In effetti il piccolo sembrava essere contento, si muoveva, rispondeva alle sollecitazioni ed era tranquillo.
Spesso alle mamme in attesa viene consigliato di ascoltare musica classica e leggo che in un congresso della Federazione Italiana di Ostetricia e Ginecologia si è discusso anche di questo tema.
Gli esperti che si sono riuniti a Torino hanno convenuto su un punto: la musica fa certamente bene al feto , ma alcuni tipi di musiche fanno bene ancor di più.
Se ci accingiamo a realizzare una track list con i brani che vogliamo far ascoltare al nostro bimbo mettiamo in pole position Vivaldi e Mozart, perché sembrano avere un effetto calmante, ed evitiamo brani di Beethoven e Brahms che innervosiscono il pupo.
I ginecologi sono anche d’accordo sul considerare la voce materna come il suono più amato dal feto. Come a dire, invece che ascoltare la musica magari preferirebbe che gli raccontassimo qualcosa.
Come hanno fatto questi esperti a giungere a queste conclusioni, direte voi?
Risposta semplice: grazie alle moderne tecnologie a ultrasuoni sono stati in grado di osservare il feto mentre ascoltava diversi tipi di musiche e suoni e hanno stilato l’hit parade dei pezzi più amati. Ecco, allora, che se ascolta Mozart il suo respiro si fa più regolare e i suoi movimenti più armonici, mentre se ascolta Stravinskj gli prende un colpo e si agita.
Non vi dico come si arrabbia se gli facciamo ascoltare musica rock a manetta.
Ma cosa sente nostro figlio nella suo mondo ovattato?
Un feto sente suoni e rumori sin dalle prime settimane di vita intrauterina e per lui tutto può potenzialmente trasformarsi in musica. Praticamente vive un concerto perpetuo.
Il cuore della mamma batte come un tamburo, il liquido della placenta, le pareti uterine, i rumori esterni suonano un concerto che lo accompagna fino alla nascita.
Molti si dicono certi che i neonati che non riescono a dormire di notte nelle prime settimane di vita soffrano proprio del silenzio.
Un silenzio pauroso che si presenta da un momento all’altro, inaspettato, dopo mesi di suoni che hanno fatto compagnia.

Image: http://www.flickr.com/photos/micahtaylor/738448992/

giovedì 19 marzo 2009

Come nasce un amico orsetto (pensieri sciolti sulle teorie winnicottiane)



Il bambino scopre di non essere più una sola cosa con la madre e che al di fuori di lui esiste tutto un mondo popolato da oggetti e persone che esistono indipendentemente dalla sua volontà. E’ il superamento di una fase di onnipotenza soggettiva che fino a quel momento gli ha fatto credere che lui e la mamma, che lui e il suo mondo fossero tutt’uno e che ogni cosa fosse sotto il suo controllo onnipotente.
Per ammortizzare questo delicato e per certi versi traumatico passaggio dalla onnipotenza soggettiva alla realtà oggettiva serve un oggetto che lo aiuti a non sentirsi solo, qualcosa che si possa toccare e sentire. Un orso, ad esempio. O un pezzo di stoffa.
L’orso diventa il migliore amico del bambino perché lui c’è sempre, anche quando la mamma non è presente, o quando il piccolo sente di dover essere per forza di cose autonomo e separato dalla mamma. L’oggetto transizionale, come in generale tutte le esperienze transizionali, aiuta il bambino a costruirsi una realtà esterna e diversa. A scoprire – non senza una bella dose di coraggio e adrenalina – che esiste tutto un mondo che sfugge al suo controllo e che per certi versi può essere costruito ed espresso anche attraverso al sua personale esperienza.
Con l’aiuto della sua creatività e della sua passione.
In quanto essere umano in continuo divenire e sempre unico.

mercoledì 18 febbraio 2009

Mimare la realtà aiuta i piccoli a crearsi un vocabolario ricco


Siete anche voi delle mamme pagliaccio? Cioè quelle mamme che imitano, indicano, fanno le facce e le smorfie?
Se vi riconoscete in questo identikit di cui non andate proprio fierissime può consolarvi una ricerca che dimostra quanto sia importante mettere su questo teatrino, perché se nell’immediato non ne vediamo nessun effetto, se non quello di sentirci un po’ ridicole, verremo ripagate tra qualche anno.
Sembra infatti che i bambini cresciuti in ambienti domestici dove si gesticola molto, si mima, si indica e si chiamano gli oggetti con il loro nome anche quando il poppante non capisce un acca svilupperanno prima e con maggiore rapidità le capacità legate al linguaggio e avranno un vocabolario più ricco quando andranno a scuola.

La ricerca, condotta dalla studiosa Meredith Rowe dell’Università di Chicago, ha osservato lo sviluppo linguistico di cinquanta bambini di diversi strati socio-economici e provenienti da varie zone della città e ha concluso che i piccoli che a 14 mesi erano cresciuti in un contesto familiare dove si comunicava anche con l’uso delle mani e dei gesti una volta a scuola, all’età di quattro anni e mezzo, potevano vantare un vocabolario più ricco e una migliore capacità linguistica.

Le famiglie dove si dava più importanza ai gesti e alla mimica nella comunicazione erano quelle ad alto reddito e con un elevato livello di istruzione ma la studiosa ha sottolineato che non è una questione di soldi, ma di avere una più o meno spiccata tendenza a comunicare usando molto la gestualità. Spesso, infatti, i genitori che sono abituati a raccontare la realtà usando anche i gesti utilizzano le parole giuste per chiamare ogni oggetto, aiutando così il bambino a fissare nella memoria il nome e ad associarlo proprio all’oggetto giusto.

Una teoria affascinante davvero. Se non altro mi sentirò un po’ meno stupida la prossima volta che indicherò un giochino scandendo lentamente la parola “papera” e facendo qua-qua con la faccia da palmipede.

mercoledì 21 gennaio 2009

Creare il mondo

La creatività consiste nel mantenere nel corso della vita qualcosa che appartiene all'esperienza infantile, la capacità di creare il mondo.

Donald Winnicott