Su L'Espresso in edicola questa settimana 14 padri illustri scrivono lettere ai propri figli per fare auguri unici e profondi per questo 2014.
Ecco un estratto della lettera scritta dal regista Martin Scorsese alla figlia Francesca
"...devi essere totalmente dedito al lavoro, che devi dare tutto te stesso e
che devi proteggere quella prima scintilla che ti ha portato a fare
quel film. Devi proteggerla con la tua vita. In passato, dato che fare
cinema era così costoso, dovevamo combattere stanchezza e compromessi.
Nel futuro, dovrai avere una tempra d’acciaio per opporti a
qualcos’altro: alla tentazione di seguire la corrente come tutti e di
lasciare che il tuo film stia semplicemente a galla.
Questo non vale solo per il cinema. Le scorciatoie non portano mai da
nessuna parte. Non sto dicendo che tutto deve essere difficile. Sto
dicendo che la voce che ti accende è la “tua” voce. La luce interiore,
come dicevano i Quaccheri.
La luce sei tu. Questa è la verità".
E questo un estratto della meravigliosa lettera scritta da Umberto Eco a suo nipote:
"volevo parlarti ....di una malattia che ha colpito la tua generazione e persino quella dei
ragazzi più grandi di te, che magari vanno già all’università: la
perdita della memoria. ...
Quindi ecco la mia dieta. Ogni mattina impara qualche verso, una breve
poesia, o come hanno fatto fare a noi, “La Cavallina Storna” o “Il
sabato del villaggio”. E magari fai a gara con gli amici per sapere chi
ricorda meglio. Se non piace la poesia fallo con le formazioni dei
calciatori, ma attento che non devi solo sapere chi sono i giocatori
della Roma di oggi, ma anche quelli di altre squadre, e magari di
squadre del passato (figurati che io ricordo la formazione del Torino
quando il loro aereo si era schiantato a Superga con tutti i giocatori a
bordo: Bacigalupo, Ballarin, Maroso eccetera)....
" C’è poi la memoria storica, quella che non riguarda i fatti della tua
vita o le cose che hai letto, ma quello che è accaduto prima che tu
nascessi"
...."Ma perché è così importante sapere che cosa è accaduto prima? Perché
molte volte quello che è accaduto prima ti spiega perché certe cose
accadono oggi e in ogni caso, come per le formazioni dei calciatori, è
un modo di arricchire la nostra memoria.
"Potrei continuare all’infinito, e sarebbero tutte belle avventure di
ricerca. E tutto da ricordare. Verrà il giorno in cui sarai anziano e ti
sentirai come se avessi vissuto mille vite, perché sarà come se tu
fossi stato presente alla battaglia di Waterloo, avessi assistito
all’assassinio di Giulio Cesare e fossi a poca distanza dal luogo in cui
Bertoldo il Nero, mescolando sostanze in un mortaio per trovare il modo
di fabbricare l’oro, ha scoperto per sbaglio la polvere da sparo, ed è
saltato in aria (e ben gli stava). Altri tuoi amici, che non avranno
coltivato la loro memoria, avranno vissuto invece una sola vita, la
loro, che dovrebbe essere stata assai malinconica e povera di grandi
emozioni.".
Visualizzazione post con etichetta figli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta figli. Mostra tutti i post
martedì 7 gennaio 2014
mercoledì 12 ottobre 2011
Weekend in famiglia: una domenica bestiale
Per alcuni miei amici la domenica ideale è quella in cui si va a casa della propria madre, le donne cucinano e stanno con i bambini e i maschi di casa si chiudono in una camera a vedere la partita (sonnecchiando) e alle sei, prima dell'inizio delle trasmissioni con i resoconti dei gol, le mogli gli portano pure il caffè....
Per loro il massimo del relax, per le mogli una domenica bestiale.
Mi viene in mente questo quadretto leggendo che secondo uno studio dell'Eurodap, Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico, il weekend in famiglia diventa il momento principale di stress per molti italiani.
Gli esperti hanno esaminato le risposte di 800 persone che hanno partecipato al sondaggio on line sullo stress, pubblicato sul sito dell'Eurodap ehanno concluso che il weekend in famiglia non è più un momento di "tranquillità nel quale ci si poteva ricaricare, lontano dal lavoro e dalle preoccupazioni, oggi procura forte stress soprattutto nel fine settimana".

Senso di soffocamento, stato di irritabilità elevato o apatia, insonnia: sono alcuni dei sintomi riscontrati in molte persone che hanno preso parte al sondaggio online", afferma Paola Vinciguerra, psicologa, psicoterapeuta e presidente Eurodap.
Perchè il weekend può diventare infernale? Secondo gli esperti il motivo va ricercato nella precarietà economica e lavorativa che moltissimi italiani stanno vivendo. Difficoltà economiche e paura di perdere il lavoro creano la sensazione di fallimento e di inadeguatezza, soprattutto negli uomini che reagiscono rifugiandosi "nel silenzio, nell'assenza e nella tecnologia, con Internet al primo posto".
E le "donne si sentono abbandonate alle loro difficoltà, alle loro paure, probabilmente avendo anche dovuto rinunciare a qualche aiuto domestico o a piccoli lussi, che però riuscivano ad alleviare i pesi delle incombenze quotidiane", dice l’esperta.
"La famiglia da contenitore protettivo diventa un luogo di oppressione, fallimento, solitudine, inadeguatezza... Per chi ha figli si aggiunge il senso di colpa di non poter più permettere loro il tenore di vita cui li avevamo abituati, diminuiscono gli sport da fare, le vacanze, i vestiti da poter comperare. La famiglia sta diventando, soprattutto nel weekend, quando lo spazio da trascorrere con i propri cari è maggiore rispetto a una cena o una colazione, lo specchio di una realtà difficile. Che sta invadendo anche quei momenti che dovrebbero servire a ricaricarsi", conclude la Vinciguerra.
Per loro il massimo del relax, per le mogli una domenica bestiale.
Mi viene in mente questo quadretto leggendo che secondo uno studio dell'Eurodap, Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico, il weekend in famiglia diventa il momento principale di stress per molti italiani.
Gli esperti hanno esaminato le risposte di 800 persone che hanno partecipato al sondaggio on line sullo stress, pubblicato sul sito dell'Eurodap ehanno concluso che il weekend in famiglia non è più un momento di "tranquillità nel quale ci si poteva ricaricare, lontano dal lavoro e dalle preoccupazioni, oggi procura forte stress soprattutto nel fine settimana".

Senso di soffocamento, stato di irritabilità elevato o apatia, insonnia: sono alcuni dei sintomi riscontrati in molte persone che hanno preso parte al sondaggio online", afferma Paola Vinciguerra, psicologa, psicoterapeuta e presidente Eurodap.
Perchè il weekend può diventare infernale? Secondo gli esperti il motivo va ricercato nella precarietà economica e lavorativa che moltissimi italiani stanno vivendo. Difficoltà economiche e paura di perdere il lavoro creano la sensazione di fallimento e di inadeguatezza, soprattutto negli uomini che reagiscono rifugiandosi "nel silenzio, nell'assenza e nella tecnologia, con Internet al primo posto".
E le "donne si sentono abbandonate alle loro difficoltà, alle loro paure, probabilmente avendo anche dovuto rinunciare a qualche aiuto domestico o a piccoli lussi, che però riuscivano ad alleviare i pesi delle incombenze quotidiane", dice l’esperta.
"La famiglia da contenitore protettivo diventa un luogo di oppressione, fallimento, solitudine, inadeguatezza... Per chi ha figli si aggiunge il senso di colpa di non poter più permettere loro il tenore di vita cui li avevamo abituati, diminuiscono gli sport da fare, le vacanze, i vestiti da poter comperare. La famiglia sta diventando, soprattutto nel weekend, quando lo spazio da trascorrere con i propri cari è maggiore rispetto a una cena o una colazione, lo specchio di una realtà difficile. Che sta invadendo anche quei momenti che dovrebbero servire a ricaricarsi", conclude la Vinciguerra.
lunedì 7 febbraio 2011
Giocare con i bambini: un vero e proprio Special Time
Sono certa che ad una prima lettura direte: "Questa è la scoperta dell'acqua calda" ma dopo un'onesta riflessione converrete che il concetto non è così ovvio e scontato.
Di cosa parliamo? Della teoria dello "special time" appena arrivata dal mondo dell'infanzia made in USA.

In cosa consiste? In dedicare al proprio figlio almeno 15 minuti della proprio giornata (se parliamo di bimbi piccoli, per quanto il concetto venga applicato anche agli adolescenti utilizzando una fetta di tempo più ampia) per giocare secondo quelli che sono i suoi desideri, non in base alle sollecitazoni che siamo noi a dargli e spegnendo rigorosamente cellulare, tv, computer e interrompendo qualsiasi altra azione che ci distragga da lui.
L'obiettivo non è viziarli - sostengono i teorizzatori dello "special time" - ma rispettare i loro desideri, divertirsi insieme quotidianamente creando un abitudine al gioco condiviso.
Il tutto aiuterebbe ad incrementare l'autostima dei figli e rafforzare il legame tra adulti e bambini.
Durante quel tempo dedicato, infatti, è il bimbo a condurre il giorco, a decidere se vuole giocare al pirata, con le bambole o dipingersi la faccia per fare l'indiano.
Di cosa parliamo? Della teoria dello "special time" appena arrivata dal mondo dell'infanzia made in USA.

In cosa consiste? In dedicare al proprio figlio almeno 15 minuti della proprio giornata (se parliamo di bimbi piccoli, per quanto il concetto venga applicato anche agli adolescenti utilizzando una fetta di tempo più ampia) per giocare secondo quelli che sono i suoi desideri, non in base alle sollecitazoni che siamo noi a dargli e spegnendo rigorosamente cellulare, tv, computer e interrompendo qualsiasi altra azione che ci distragga da lui.
L'obiettivo non è viziarli - sostengono i teorizzatori dello "special time" - ma rispettare i loro desideri, divertirsi insieme quotidianamente creando un abitudine al gioco condiviso.
Il tutto aiuterebbe ad incrementare l'autostima dei figli e rafforzare il legame tra adulti e bambini.
Durante quel tempo dedicato, infatti, è il bimbo a condurre il giorco, a decidere se vuole giocare al pirata, con le bambole o dipingersi la faccia per fare l'indiano.
Etichette:
creatività,
crescita,
figli,
giocare con i bambini
martedì 25 gennaio 2011
La maternità migliora il cervello delle donne
Qualche giorno fa una mia cara amica, nonché giovane mamma 35enne, mi raccontava che poco prima aveva stirato tenendo la sua ultimogenita (di neanche 2 mesi) "appollaiata" dietro alla schiena grazie alla fascia/marsupio e con la sua primogenita (di neanche 2 anni) che giocava a poca distanza da lei con la sua tastiera di suoni e versi degli animali della fattoria. Suoni e versi che lei le insegnava a ripetere.
Una super mamma? No una mamma come molte secondo quanto riportato dalla scrittrice e giornalista Katherine Ellison nel suo libro di prossima uscita (il 26 gennaio per Rizzoli) "Il cervello della mamme", di cui Repubblica (il 19 gennaio) ha riportato le tesi principali.
Secondo la Ellison - che si rifà ad alcune ricerche condotte dall'Università di Yale - il diventare mamma migliora il cervello delle donne ovvero ne sviluppa particolari caratteristiche fino ad allora sopite. Il cervello infatti si espande: gesti e azioni - condotte in un colpo solo - si raddoppiano (vedi l'esempio iniziale) e nello stesso tempo si affina la capacità di selezionare le priorità.

Inoltre l'ormone dell'ossitocina - caratteristico di tutto il periodo del parto e del puerperio - stimola e amplia le capacità sociali e produttive. Un ampliamento che rimane nell'intelligenza femminile e si trasforma in intelligenza emozionale, plasticità, capacità di relazione.
Del resto quando i nostri bimbi non sono ancora in grado di raccontaci con la loro voce cosa sentono, non siamo forse noi che interpretiamo il loro pianto, i gesti delle braccia e delle gambe, della bocca e della lingua?
Dunque un nuovo approccio al "pensiero materno" che ribalta molti luoghi comuni sulle donne/mamme e che sarebbe da consigliare a molti datori di lavoro italiani...
Consiglio di lettura: sullo stesso argomento, "Pensare per due" di Massimo Ammaniti per Laterza.
Una super mamma? No una mamma come molte secondo quanto riportato dalla scrittrice e giornalista Katherine Ellison nel suo libro di prossima uscita (il 26 gennaio per Rizzoli) "Il cervello della mamme", di cui Repubblica (il 19 gennaio) ha riportato le tesi principali.
Secondo la Ellison - che si rifà ad alcune ricerche condotte dall'Università di Yale - il diventare mamma migliora il cervello delle donne ovvero ne sviluppa particolari caratteristiche fino ad allora sopite. Il cervello infatti si espande: gesti e azioni - condotte in un colpo solo - si raddoppiano (vedi l'esempio iniziale) e nello stesso tempo si affina la capacità di selezionare le priorità.

Inoltre l'ormone dell'ossitocina - caratteristico di tutto il periodo del parto e del puerperio - stimola e amplia le capacità sociali e produttive. Un ampliamento che rimane nell'intelligenza femminile e si trasforma in intelligenza emozionale, plasticità, capacità di relazione.
Del resto quando i nostri bimbi non sono ancora in grado di raccontaci con la loro voce cosa sentono, non siamo forse noi che interpretiamo il loro pianto, i gesti delle braccia e delle gambe, della bocca e della lingua?
Dunque un nuovo approccio al "pensiero materno" che ribalta molti luoghi comuni sulle donne/mamme e che sarebbe da consigliare a molti datori di lavoro italiani...
Consiglio di lettura: sullo stesso argomento, "Pensare per due" di Massimo Ammaniti per Laterza.
Etichette:
figli,
intelligenza materna,
maternità,
ossitocina,
sostenere le mamme
mercoledì 22 settembre 2010
Mantenere unita la coppia dopo l'arrivo di un bambino

Salvare la coppia dall’uragano/bambino? A volte sembra essere davvero un’impresa difficile. I neonati piangono, non dormono, pretendono, catalizzano coccole, attenzione e amore. Un urgano che si abbatte sulla coppia che spesso arriva alla nascita impreparata e spesso carica di aspettative e certezze che poi si rivelano inconsistenti.
I dati rivelano che una coppia su tre entra in crisi dopo l’arrivo del primo figlio. Spesso sento ripetere da futuri genitori in trepidante attesa che “non cambierà niente”, che “sarà il bambino ad adattarsi e non noi a lui” e giù altre frasi del genere.
Lo dicevo anche io. Oggi so che è un errore crearsi aspettative così enormi. Perché non è vero che non cambia niente: cambia tutto. non è vero che si adatterà lui alla tua vita: sarà la coppia a doversi adattare ai ritmi di vita di un neonato. Ritmi di vita basilari - nanna, pappa, cacca, coccole - ma che nella loro apparente banalità richiedono a una coppia che prima usciva, non tornava, non mangiava, faceva le ore piccole e sesso o un film sul divano quando voleva, di darsi una regolata, di fissare delle regole. In altre parole di adattarsi alle necessità basilari ma non rinviabili di un neonato. Pena un bambino isterico, piangente, arrabbiato. E allora sì che si va in crisi. E non solo di coppia.
Insomma, agli amici che scoprono di aspettare un bambino e che dicono che tanto nulla cambierà dico di non farsi illusioni e che essere consapevoli che ciò che sta accadendo è un cambiamento epocale, per i singoli e per la coppia, aiuta ad affrontare l’arrivo di un bambino con la giusta dose di lucidità e maturità. Con ciò non dico che bisogna annullarsi come coppia o come persone, ma certamente è bene caricarsi di pazienza, saggezza zen, flessibilità e buonumore per affrontare la sfida del diventare famiglia.
Leggo sulla BBC qualche consiglio per mantenere unita la coppia.
Comunicare è la chiave per superare la fase difficile: parlarsi, progettare, organizzarsi, manifestare sentimenti e difficoltà, consolarsi e sostenersi a vicenda.
Ma anche: passare del tempo insieme, anche se non è come prima, anche se sembra poco e sembra rubato. E’ tempo prezioso e va trovato (e goduto) assolutamente.
Fare piccoli progetti per la famiglia e organizzare uscite e programmi da fare insieme.
Condividere sogni e speranze.
Chiedere ciò di cui si ha bisogno: smettiamola (soprattutto noi donne) di pensare che il nostro compagno debba saperci leggere nella mente e anticipare i nostri bisogni. Chiediamo senza farci tanti problemi.
Parlare di soldi insieme e ipotizzare un budget familiare nuovo.
Trovare occasione per ridere insieme.
Mi sembrano tutti consigli efficaci. Aggiungerei: non mollare e ricordare che i primi tempi possono essere difficili ma passeranno. Bisogna allenarsi a diventare genitori e dare tempo alla coppia di riassestarsi su nuovi equilibri.
giovedì 24 giugno 2010
Il latte delle mamme milanesi è più inquinato di quello delle napoletane
Parlo di nuovo di latte, ma non posso farne a meno perché questa notizia del latte contaminato mi colpisce. In pratica alcuni ricercatori hanno analizzato i campioni di latte prelevati da 63 mamme, alcune di Piacenza, altre di Milano e altre della provincia di Napoli (Giugliano, luogo funestato ancora oggi dalla presenza di cumuli di spazzatura per le strade), ed è emerso che il latte delle mamme milanesi sarebbe più inquinato rispetto a quello delle mamme napoletane. Il risultato ha molto sorpreso i ricercatori che partivano dal presupposto che siccome le mamme napoletane avevano respirato fumo proveniente da roghi di spazzatura e chissà quali altri miasmi il loro latte sarebbe stato sicuramente più inquinato e più ricco di diossina.E invece no.
Le mamme milanesi sono più in là con gli anni (in media hanno il primo figlio tra i 30 e i 40 anni, mentre a Napoli la media è al di sotto dei 30 anni) e questa circostanza sembra influenzare davvero molto il livello di contaminazione del latte.
La buona notizia c’è: in generale il latte è meno inquinato rispetto agli anni scorsi.
I livelli di diossina sono scesi del 60% negli ultimi vent’anni e anche le concentrazioni di altri inquinanti come i policlorobifenili (PCB) e altre sostanze tossiche sarebbe diminuita del 20%.
I ricercatori della Facoltà di agraria della sede di Piacenza dell'Università Cattolica, che hanno condotto le analisi, hanno spiegato che l’età della madre è determinante dal momento che la diossina e altre sostanze si accumulano nell’organismo attraverso il cibo e la respirazione. Quindi più si è grandi più diossina ci sarebbe nel sangue.
Niente paura, però: anche le mamme milanesi hanno dei valori di diossina per nulla allarmanti. La diossina che si trova le latte materno viene naturalizzata dall’organismo e i livelli registrati sono molto inferiori ai limiti imposti dalla legge (tra i più bassi in Europa).
Etichette:
alimentazione,
allattamento,
figli,
inquinamento,
latte,
maternità
martedì 8 giugno 2010
Il sonno dei bambini è prezioso anche per lo sviluppo cognitivo
Gli esperti sono concordi nel ritenere che i bambini, non solo i neonati, abbiano bisogno di regolarità, abitudini, rituali. Io sono d’accordo con buona pace di chi pensa che i bambini vadano lasciati liberi di dormire, poppare, giocare quando preferiscono. Penso che anche noi adulti abbiamo bisogno di dormire un certo numero di ore, mangiare a una certa ora e una totale deregulation di abitudini e orari farebbe andare in loop anche noi.Certo, noi siamo grandi e ce ne rendiamo conto, loro sono piccoli e hanno bisogno della nostra guida e del nostro aiuto per capire quando è tempo di mangiare e quando di dormire.
L’ho costatato con mio figlio che è un bambino sereno e tranquillo e lo è anche per le abitudini che ha e per il fatto che non l’ho mai strapazzato costringendolo a venirmi dietro di sera mentre era chiaro che voleva dormire nel suo lettino. Sin da piccolo è sempre stato un dormiglione e io l’ho assecondato in questa sua inclinazione, creandogli i presupposti perché al massimo entro le 20.30 andasse a dormire volentieri: a casa nostra a una certa ora tutto inizia a rallentare e a scemare.
Leggo di questa ricerca condotta su ottomila bambini di 4 anni presso il SRI International, un istituto di ricerca non governativo e no profit, presentata in occasione del grande congresso internazionale che si sta tenendo in questi giorni in Texas e che ha come tema proprio il sonno (SLEEP).
Questi studiosi hanno concluso che i bambini che hanno delle regole per andare a dormire e che dormono un numero giusto di ore vanno meglio a scuola e in generale mostrano un migliore sviluppo cognitivo. Capacità di esprimersi con linguaggio, alfabetizzazione, consapevolezza dei fonemi, abilità manuali: i bambini che hanno orari regolari nel sonno e dormono almeno dieci ore a notte avrebbero maggiori abilità in questi campi e andare a letto presto, spiegano gli studiosi, è il più importante fattore predittivo per avere il massimo punteggio a questi test.
Etichette:
Di me,
famiglia,
figli,
infanzia,
lettura,
linguaggio,
rito della buonanotte,
sonno
lunedì 24 maggio 2010
Dell’amore per la lettura trasmesso ai bambini...
Per anni gli educatori hanno pensato che avere dei genitori istruiti fosse il più efficace modo per predire il livello culturale ed educativo di un bambino (il che potrebbe anche essere se non fosse che se ne vedono in giro di capre con genitori di sopraffina cultura..).Adesso uno studio condotto da alcuni sociologi dell’Università del Nevada ha scoperto che a fare la differenza sarebbe la quantità di libri che ci sono in casa: se un bambino cresce in una casa dove ci sono almeno 500 titoli le sue chanche di studiare più a lungo e con maggior profitto aumentano.
Il connubio tra i due elementi, poi, sarebbe davvero interessante: crescere in mezzo ai libri e avere dei genitori acculturati aumenta di almeno 3,2 anni il livello dell’istruzione.
I sociologi hanno analizzato per vent’anni ben 70mila famiglie abitanti in 27 Paesi diversi e hanno concluso che, in generale, avere dei libri in casa è un economico investimento che potrebbe avere ripercussioni significative e preziose sul livello di educazione e sul futuro dei bambini. Secondo Mariah Evans non è nemmeno necessario arrivare fino a 500 titoli: averne già venti in uno scaffale aumenta le probabilità che il bambino cresca con curiosità e si sviluppi in lui il desiderio della conoscenza e dello studio.
In fondo tutti noi che amiamo i libri lo sappiamo bene: magari siamo cresciuti in una casa dove c’era un mucchio di libri e questi misteriosi oggetti hanno rappresentato per ciascuno una scintilla di curiosità nei confronti del mondo.
Mi viene in mente un’intervista rilasciata da Bice Biagi all’indomani della morte di suo padre: raccontava che nella grande libreria di casa alcuni libri erano inaccessibili. Alcuni grandi classici erano stati sistemati negli scaffali più alti e alle bambine che chiedevano di leggerli, Enzo Biagi spiegava che non era ancora arrivato il momento perché erano troppo piccole. Questa inacessibilità, questo alone di mistero ha stimolato nelle ragazzine una straordinaria curiosità nei confronti dei grandi libri e ne ha fatto appassionate lettrici.
Etichette:
creatività,
famiglia,
figli,
infanzia,
lettura,
linguaggio,
parole scritte,
un posto nel mondo
giovedì 13 maggio 2010
Saper soccorrere i bambini: dovremmo impararlo tutti
Un bambino di un anno e mezzo è rimasto ucciso, soffocato da un pezzo di pizza che stava mangiando insieme alla mamma. Non so voi, ma io ho spesso paura che qualcosa si incastri nella gola di mio figlio e che io non riesca a toglierlo. La notizia mi ha fatto rabbrividire perché, avendone uno praticamente coetaneo, non riesco a liberarmi dall’immagine dello strazio di questa mamma che tenta di liberare la gola di suo figlio.Ma come ci si deve comportare in questi casi? Qual è il modo migliore per agire? Si legge ovunque che la calma e la lucidità sono essenziali ma ditelo a una giovane mamma che si vede il figlio soffocare sotto gli occhi.
La cosa più istintiva che verrebbe in mente di fare è mettergli una mano in gola tentando di strapparli via il pezzetto killer. Invece non c’è niente di più sbagliato: infilargli le dita in gola potrebbe contribuire a spingere in giù il pezzo di cibo incastrato.
Quindi l’ideale sarebbe praticare una manovra che si chiama Manovra di Heimlich.
La manovra si esegue così: ci si posiziona dietro la persona unendo le mani sotto lo sterno. Si stringono forte le braccia e questa stretta provoca un aumento della pressione tracheo-bronchiale che può essere sufficiente a spingere fuori l’oggetto che ostruisce la respirazione. Questa procedura è valida per gli adulti, mentre con i bambini si esegue mettendo il piccolo a testa in giù sulle ginocchia, mantenendo la testa ad un’altezza più bassa del torace e tenendo la mandibola. Dopo averlo messo in questa posizione si alternano 5 colpi interscapolari e 5 compressioni addominali.
Questo video spiega meglio delle parole come si pratica la manovra:
All’indomani della tragedia che ha colpito la giovane coppia nel milanese, il Codacons ha chiesto di avviare una campagna di informazione destinata ai papà e alle mamme per aumentare il grado di informazione e sensibilizzazione al problema degli incidenti domestici.
Ma secondo me le campagne di informazione restano spesso lettera morta, soprattutto quando si tratta di cose come questa, quando dobbiamo imparare concretamente a fare una cosa alla quale non siamo abituati e soprattutto allenarci.
Qualche mese fa il telegiornale raccontava di un corso gratuito che si era tenuto a Milano (spero di non sbagliare) al quale avevano partecipato mamme e nonne e che aveva insegnato loro le principali tecniche di intervento in casi come questo. Non sarà l’unico corso di questo tipo che esiste in Italia. Ecco secondo me, invece che in campagne di informazione, il denaro andrebbe speso per finanziare corsi gratuiti nelle Asl o presso gli ospedali e i consultori per insegnare in modo rapido e concreto le più importanti tecniche di pronto soccorso. Ad esempio per contribuire a persone come Marco Squicciarini, medico della Croce Rossa, che gratuitamente va in giro per l’Italia a insegnare alle mamme e alle maestre come si interviene nel modo migliore.
Etichette:
alimentazione,
famiglia,
figli,
incidenti,
sicurezza,
sostenere le mamme
martedì 11 maggio 2010
Dedicato a chi soffre di nonno-dipendenza
Anche se la festa della mamma è passata da qualche giorno questo post è dedicato a mia madre. Giovanissima nonna, è un aiuto prezioso per me e per il mio nano al quale si dedica quanto più le è possibile con amore e una cura quasi professionale. Sarà che sono davvero un po’ scombinata e che il fatto che mia madre abiti praticamente accanto a me mi fa sentire più tranquilla su un sacco di incombenze: se dimentico di comprare il latte attingo al suo frigo, se i panni da stirare si accumulano sulla sedia lei li fa sparire e ricomparire belli piegati, se la sera voglio uscire oppure devo fare una commissione nel pomeriggio lei è sempre disponibile a stare con il nano.
E' quindi ovvio che non posso fare a meno della nonna e sembra che io non sia l’unico genitore a soffrire di nonno-dipendenza. Secondo i recenti dati resi noti dalla Spi-Cgil che ha commissionato uno studio in proposito, sembra che i nonni siano uno dei pilastri della nostra società, sia dal punto di vista economico che da quello della vita quotidiana. Secondo questo studio, infatti, ben sette bambini su dieci vivono con i nonni e il contributo fornito dai nonni è calcolato in una cifra tra i 7,3 e i 13,8 miliardi di euro l'anno. Questa cifra è il risultato di un calcolo retributivo che prende in esame sia un lavoro che viene svolto gratuitamente sia numerose variabili connesse alla presenza dei nonni, come ad esempio le ore che i genitori possono passare a lavoro contribuendo, quindi, all’economia generale oppure al risparmio per le famiglie che possono fare a meno di baby sitter e asili nido.
Inoltre sembra che i nonni aiutino i propri figli in maniera significativa anche dal punto di vista economico, in certi casi addirittura con la metà della loro pensione.
Insomma gli anziani sono una risorsa per il nostro Paese e si danno un gran daffare
La segretaria generale dello Spi Cgil, Carla Cantone, lo dice chiaramente "sono proprio le persone tra i 55 e i 75 anni che contribuiscono a sostituire un welfare che nel nostro Paese non c'è".
Sì, perché se gli asili nido pubblici sono un miraggio per la maggior parte dei genitori e se le baby sitter costano quanto lo stipendio che io porto a casa è chiaro che ho ben poca scelta: o impacchetto il nano e me lo porto a lavoro nascosto nella borsa pregandolo di stare zitto oppure mi dimetto per stare con lui.
A meno che non io abbia un nonno dietro la porta.
Image: Food of love
lunedì 3 maggio 2010
Congedo di maternità: un diritto, anzi un valore
Giorni fa leggevo un pezzo scritto da Sarah Fraser sul Times che commentava la notizia che l’Italia è il Paese più sicuro al mondo dove partorire. La Fraser ha partorito sia in Gran Bretagna che in Italia e dice chiaramente di non essere affatto sorpresa della classifica che vede l’Italia fare la parte del leone, perché la sua esperienza conferma in assoluto questi dati.Non solo, la giornalista indica nella legge che regola, in Italia, il congedo per maternità una possibile causa di questo primato: in Italia, scrive la Fraser, la mamma può dedicarsi alla sua maternità fino a un massimo di 24 mesi mentre in Gran Bretagna non si superano i 12 mesi e questo gioca un ruolo importante nel favorire la salute e il benessere della madre.
La teoria è affascinante - anche se per quanto mi sforzi non riesco a capire come si possa allungare il congedo parentale fino a 24 mesi (se qualcuno ne è capace mi sveli il mistero per favore!) – e mi torna utile adesso che scrivo questo post per commentare l’intervista che Maria Stella Gelmini, di professione Ministro dell’Istruzione e neomamma, ha rilasciato qualche giorno fa al Corriere della Sera e che ha fatto andare su tutte le furie le mamme fuori e dentro la rete.
Ci ho messo un po’ a elaborare la cosa e a capire cosa ne pensavo veramente, perché in fondo io ho vissuto la maternità un po’ a casa e un po’ al lavoro, senza godermela quanto avrei voluto ed è stato un sacrificio. Sono tornata a lavoro dopo nemmeno tre mesi dalla nascita di mio figlio perché sono una lavoratrice autonoma e non c’era modo di convincere clienti e incarichi a vivere con sana lentezza e a prendersi una pausa pure loro.
Quindi leggere che il Ministro Gelmini dopo SOLO DIECI giorni dalla nascita della figlia era già a lavoro, seppure a casa sua, che secondo lei
è complicato conciliare il lavoro con la maternità, ma penso che siano poche quelle che possono davvero permettersi di stare a casa per mesi. Bisogna accettare di fare sacrifici.
E che
le donne normali che lavorano dopo il parto e sono costrette a stare a casa sono delle privilegiate
non mi ha sconvolto più di tanto. In questi anni una marea di donne che conosco, impiegate o dipendenti, non si sono godute soltanto il SACROSANTO periodo di maternità che spetta di DIRITTO e che è anche un obbligo previsto dalla legge. Ma hanno fatto carte false (intendo proprio false) per stare a casa dodici mesi e più. Dal diritto alla truffa.
Io i dodici mesi a casa con mio figlio me li sogno (libero professionista = precaria = sempre a lavoro) e forse pure li temo.
Questo per dire che il discorso della Gelmini in fondo non mi era del tutto ostico - dopo tre mesi ero a lavoro, mi dispiaceva, ma potevo organizzarmi orari e giorni in modo personale e flessibile (esattamente come probabilmente farà la Gelmini o la D’Amico che lei stessa portava ad esempio)- e che, all’inizio, questa intervista aveva un sapore familiare, qualcosa di comprensibile e di già vissuto.
Poi mi sono detta no.
No. Perché queste dichiarazioni e questo modo di pensare trovano un proprio significato solo se le incastriamo nella nostra vita di tutti i giorni, fatta di impegni, di responsabilità, di lavoro, lavoro, lavoro. Una vita di corsa, della quale spesso si perde il senso.
No. Perché quando nasce un bambino la nostra vita dovrebbe rallentare, prendersi una pausa perché la nascita e il parto sono due momenti assolutamente irripetibili, che ti lasciano sgomenta, spaventata, travolta da una soddisfazione e da una gratificazione che mai avresti immaginato, da una inesauribile energia e voglia di stare con il tuo bambino.
No. Perché mai verrebbe in mente a una neomamma di andare a lavorare dopo dieci giorni. Se qualcuna ci riesce è solo perché non ha scelta o perché “bisogna fare sacrifici e non lagnarsi”.
No. Perché il bambino appena nato ha bisogno di stare con la mamma in un ambiente caldo, protetto e sereno. E’ un suo diritto e i suoi diritti vanno tutelati (non solo quelli dell’embrione/blastocisti che ha diritto alla vita anche a costo di rovinare quella della donna che lo ha accolto in grembo).
No. Perché quel periodo iniziale è irripetibile, dura un attimo poi si perde, a un tratto scompare. Quell’unione incredibile e improvvisa con il passare dei mesi si rafforza, assume le forme di un legame forte, stabile e duraturo. Ma quella tempesta di ormoni ed emozioni non torna più.
Secondo me questo periodo prezioso va tutelato ad ogni costo, a dispetto della folle corsa e delle urgenze lavorative. E’ vero, dobbiamo rimboccarci le maniche e francamente ce lo ricordiamo ogni giorno mentre ci sbattiamo avanti e indietro. Ma quando diventiamo mamme, quando incontriamo il nostro bambino, la priorità è solo poter stare con lui per conoscerci, abituarci a questo nuovo pazzo amore e poter consolidare un legame che poi, quando verrà il giusto momento di separarci per tornare a lavoro, non verrà intaccato dall’assenza e dal rimpianto.
Proprio oggi un lancio di agenzia ha reso note le dichiarazioni di Mara Carfagna, Ministro per le Pari Opportunità:
"l’accesso e la permanenza delle donne nel mercato del lavoro, la loro progressione in carriera e la tutela della maternità rientrano senza dubbio tra i principali obiettivi dell'azione del nostro Governo".
Ecco, tutelare il lavoro delle donne che diventano madri è un obiettivo da non dimenticare mai, ma anche fare in modo che le donne che diventano madri possano godere del congedo di maternità come un inalienabile diritto, promuovendo questo congedo come un autentico valore per la società, questa sì che sarebbe una gran bella sfida. Degna del Paese dove è radicato il senso della famigghia.
Qualche link utile per saperne di più sul diritto al congedo di maternità:
INPS
Camera dei Deputati
INAIL
Immagine:
Maternità di Keith Haring
lunedì 29 marzo 2010
Bloggare fa bene alla salute
Uno studio della Ohio State University ha coinvolto 100 teen blogger che nel 2007 utilizzavano il portale Xanga (oggi ormai surclassato da Facebook) per condividere racconti e riflessioni sulla loro vita. E’, così, emerso che per chi svolgeva regolarmente questa attività il rischio di dover fare i conti con disturbi tipici dell’adolescenza, come difficoltà nello studio, isolamento sociale, droghe e promiscuità sessuale, era di molto inferiore rispetto alla media.
Gli studiosi hanno spiegato su Child and Adolescent Social Work Journal che i ragazzini che scrivevano avevano davvero pochi problemi legati all’umore e al comportamento.
Penso, ma non solo io, che il potere della scrittura e della condivisione abbia trovato da tempo nuove forme di espressione grazie alla rete. E le mamme blogger sono un esempio di quanto il racconto di se stesse e della propria esperienza di maternità rappresenti un’autentica opportunità terapeutica per affrontare la depressione e le difficoltà psicologiche del post-parto.
Un consiglio su come affrontare una colichetta oppure su come superare il senso di inadeguatezza che a volte ti attanaglia travalica i confini del semplice dialogo e si trasforma in uno strumento per uscire dalla depressione e dalla solitudine e assume i contorni della terapia di gruppo, della cura attraverso la condivisione.
Tempo fa Marilde riportò queste parole scritte un quarto di secolo fa da Annie Lecrerc.
“Scriviamo perché c’è bisogno che si scriva. E non solo perché il passato, l’infanzia, gli odori, lo choc terribile e dolce dei primi corpi raggiungano attraverso il testo scritto la loro ultima incarnazione. E non solo perché le ferite originarie saturino, finalmente, i loro grandi lembi di dolore, di stupore, nelle parole scritte. Ma perché quello che non è stato scritto lo sia, perché il reale sia in qualche modo modificato, dilatato. Perché un piccolo spazio nuovo sia dato ad altri che vi troveranno di che respirare, di che crescere, di che parlare…”.
mercoledì 17 marzo 2010
I bambini nascono con il ritmo nel sangue
Alcuni bambini hanno la danza nel sangue. Anzi nel DNA. Lo conferma una ricerca condotta presso la University of Jyvaskyla in Finlandia: i bambini rispondono ai ritmi e ai tempi della musica sin da piccolissimi, proprio come se fossero nati per ballare.I ricercatori hanno osservato alcuni bambini tra i 5 mesi e i due anni di vita e hanno scoperto che, più che la melodia, è il battito del ritmo a fare la differenza e a stimolare i bambini alla danza e al “sentire la musica col corpo”.
Per giungere a questa conclusione i ricercatori hanno fatto ascoltare ai bambini differenti tipi di stimoli sonori: musica classica, battiti ritmati e parole. I loro movimenti spontanei sono stati registrati con una telecamera e così i ricercatori hanno concluso che alcuni bambini hanno una capacità innata di rispondere agli stimoli musicali con il corpo e ciò soprattutto quando ascoltano ritmi simili alle percussioni.
Mio figlio è proprio così, per questo motivo questa ricerca mi ha particolarmente colpito: per lui tutto è musica, soprattutto se il suono è ritmato e simile alle percussioni. Sin da quando era piccolissimo lui balla sui rintocchi della campana della chiesa, quando la lavatrice va in fase di centrifuga, quando passa una volante a sirene spiegate. Per lui ogni suono è un ritmo e ogni ritmo è una buona occasione per ballare.
Image: Dancing Baby
Etichette:
figli,
infanzia,
musica,
sviluppo,
un posto nel mondo
giovedì 4 marzo 2010
Mio figlio è obeso? Ma quando mai!!
I bambini di oggi sono decisamente più cicciottelli di quelli di qualche anno fa ma la cosa non sembra preoccupare i genitori più di tanto. E’ una questione di occhio: se in giro vediamo un bel po’ di bambini belli in carne non siamo spinti a preoccuparci. Se poi consideriamo che in molte zone d’Italia se un bambino è cicciottello “vuol dire che mangia ed è in buona salute”…In realtà uno studio condotto in Inghilterra ci dice che spesso i genitori chiudono gli occhi per non vedere l’evidenza: i bambini cicciottelli non sono in salute, rischiano di diventare adulti in sovrappeso o obesi e di soffrire di diabete e malattie cardiovascolari. La ricerca condotta da Alison Jeffrey ha coinvolto trecento bambini e i loro genitori: a tutti è stato chiesto di raccontare in che modo vedevano la dimensione del loro corpo. I risultati? Solo un quarto dei genitori dei bambini in sovrappeso ha riconosciuto l’evidenza e il 40% dei bambini obesi ha dichiarato di essere indifferente rispetto al peso del loro bambino.
In apparenza potrebbe sembrare un gesto di amore e tolleranza: “non ti giudico per il tuo peso ma per quello che sei, figlio mio”. Inoppugnabile, davvero. Ma solo se parliamo di adulti che non vanno giudicati e discriminati in base al loro peso o al loro aspetto esteriore.
Qui invece parliamo di bambini, che vengono nutriti, gestiti ed educati da soggetti adulti che hanno la precisa responsabilità di allevarli in buona salute e di dar loro l’esempio. Se iniziamo a ignorare il problema non facciamo che posticiparlo e lasciarlo a loro, come un fardello con il quale prima o poi, ormai da adulti, dovranno fare i conti. Un fardello che i genitori hanno caricato sulle loro spalle.
Giusto per ribadire che grasso non è né bello né sano riporto uno studio pubblicato su Pediatrics: i piccoli che a tre anni sono obesi hanno già i sintomi di un’infiammazione che, negli adulti, provoca problemi cardiaci.
Non è proprio una novità. Numerosi studi avevano già dimostrato che i primi segni dell’aterosclerosi nei bambini obesi sono estremamente evidenti
Questa volta i ricercatori dell’Università del Nord Carolina hanno individuato nel 30% dei bambini obesi tra i 3 e i 5 anni alti livelli della proteina C-reattiva che per intenderci è indice non solo di un’infiammazione in corso ma negli adulti è uno dei principali markers usati per seguire lo sviluppo di malattie al cuore.
Scorretta alimentazione in primis, e poi sedentarietà, niente sport, troppa televisione, cattivo esempio: ecco le cose sulle quali lavorare, prima noi e poi loro…
Image: Flickr.com
Etichette:
alimentazione,
figli,
obesità,
sport,
televisione,
videogiochi
domenica 17 gennaio 2010
Per prevenire l’ipertensione…viva la maternità!
Non so a voi ma a me la maternità ha fatto bene. Non solo alla psiche e al cuore, ma intendo proprio al fisico.Durante la gravidanza mi sentivo in forma e in buona salute e anche dopo, nonostante non mi fossi mai sentita così stanca in vita mia, ero una riserva infinita di forze e di energie. Di sorrisi e saggezza.
Lo chiamo “effetto droga” e dura ancora oggi che sono passati 18 mesi.
Per questo tutto sommato non mi stupisce questa ricerca condotta dalla Brigham Young University che ha analizzato i valori della pressione sanguigna,di 198 persone sposate (il 70% dei quali con figli) e ha scoperto che chi aveva figli aveva valori migliori, soprattutto le donne.
La studiosa che ha guidato la ricerca, Julianne Holt-Lunstad, ha spiegato su Annals of Behavioral Medicine che si tratta proprio di un miglioramento significativo e reale sulla pressione sanguigna, indipendentemente da altri fattori chiave come l’età, il peso, il sesso, condizioni lavorative e fumo.
In pratica, sembrava che solo il fatto di essere genitore migliorava le condizioni del sistema cardiovascolare.
Per le mamme si trattava di un miglioramento davvero evidente: in generale, i genitori mostravano una pressione media di 116 su 71 - quindi, rispetto a chi non aveva figli, 4,5 punti in meno per la pressione sistolica e 3 per la diastolica - ma per le donne questi valori potevano essere addirittura di 12 punti in meno per la pressione sistolica e 7 per la diastolica.
La ricercatrice americana ha specificato che non è il numero di figli a fare la differenza, ma il solo fatto di essere genitore.
Image A flower for my mommy
giovedì 29 ottobre 2009
Il segreto della felicità

Fatica, sudore, stanchezza, sonno arretrato e irrecuperabile, una vita di corsa, dover fare i conti con pianti incomprensibili e inconsolabili, aver lasciato indietro la vita di prima, smettere di sognare che prima o poi cambieremo tutto.
Un figlio può essere tutto questo, ma di certo è pura felicità.
Charles Schulz l’aveva capito, il che è strano visto che era un uomo. Per lui la felicità è un cucciolo caldo.
Per noi mamme la felicità è il NOSTRO cucciolo caldo.
Uno scienziato inglese si è preso la briga di dimostrarlo statisticamente. Ha chiesto a un bel po’ di donne e uomini cosa fosse la felicità e il risultato è stato che le persone che manifestavano maggiore felicità erano sposate e avevano dei figli. Naturalmente in gran parte erano donne.
Nulla di strano, potremmo pensare, in fondo a chiunque di noi venisse chiesto cosa ci rende felici risponderemmo, quasi di default, “mio figlio”. E invece no. Questo ricercatore dell’Università di Glasgow ha analizzato le risposte mettendole in relazione con caratteristiche individuali come l’età, il reddito, la situazione sentimentale, il background socio-culturale e ha concluso che non solo i figli fanno la felicità ma una vita familiare appagante. La felicità di chi non aveva figli o era genitore single, infatti, risultava essere minore rispetto a chi aveva un partner e dei figli.
Ovvio che questo è uno studio statistico, quindi è una bella teoria che nella realtà trova solo parziale applicazione perchè ognuna ha la sua storia e la sua felicità, ma mi ha colpito perché proprio oggi ho letto una cosa che mi ha commosso e che spiega molto meglio di qualsiasi ricerca ciò che questo scienziato ha provato a calcolare.
PS Lo studio è pubblicato su una rivista che si chiama Journal of Happiness Studies...
Un figlio può essere tutto questo, ma di certo è pura felicità.
Charles Schulz l’aveva capito, il che è strano visto che era un uomo. Per lui la felicità è un cucciolo caldo.
Per noi mamme la felicità è il NOSTRO cucciolo caldo.
Uno scienziato inglese si è preso la briga di dimostrarlo statisticamente. Ha chiesto a un bel po’ di donne e uomini cosa fosse la felicità e il risultato è stato che le persone che manifestavano maggiore felicità erano sposate e avevano dei figli. Naturalmente in gran parte erano donne.
Nulla di strano, potremmo pensare, in fondo a chiunque di noi venisse chiesto cosa ci rende felici risponderemmo, quasi di default, “mio figlio”. E invece no. Questo ricercatore dell’Università di Glasgow ha analizzato le risposte mettendole in relazione con caratteristiche individuali come l’età, il reddito, la situazione sentimentale, il background socio-culturale e ha concluso che non solo i figli fanno la felicità ma una vita familiare appagante. La felicità di chi non aveva figli o era genitore single, infatti, risultava essere minore rispetto a chi aveva un partner e dei figli.
Ovvio che questo è uno studio statistico, quindi è una bella teoria che nella realtà trova solo parziale applicazione perchè ognuna ha la sua storia e la sua felicità, ma mi ha colpito perché proprio oggi ho letto una cosa che mi ha commosso e che spiega molto meglio di qualsiasi ricerca ciò che questo scienziato ha provato a calcolare.
PS Lo studio è pubblicato su una rivista che si chiama Journal of Happiness Studies...
mercoledì 28 ottobre 2009
Un neo piccolo piccolo
I dermatologi lanciano un appello ai genitori: “controllate i nei dei vostri figli”.
Leggo questo comunicato diramato in occasione del Congresso nazionale dell’associazione dermatologi ospedalieri italiani e penso che, in effetti, dovremmo prestare particolare attenzione alla pelle dei nostri piccoli.
Non so voi, ma io ne ho davvero tanti, tra nei veri e propri e lentiggini, e fatico a tenere sotto controllo i miei ma con mio figlio posso fare di meglio. Per ora ne ha solo uno, piccolo piccolo, sulla schiena che ho notato sin da quando aveva pochi giorni e che cresce piano insieme a lui.
Il presidente dell’Adoi spiega che i bambini vanno informati sui rischi che corre la pelle e su come proteggerla al meglio, ma possono anche rivelarsi utili alleati nel tenere sotto controllo la presenza dei nei sul loro corpo.
Lo dimostra uno studio pubblicato su Pediatric Dermatology che ha dimostrato che il 96% dei bambini intervistati, di età compresa tra i 6 e i 10 anni, sa descrivere un neo, il 91% non prova disagio a vederseli sulla pelle e 3 su 10 hanno notato dei nuovi nei sul loro corpo nell’ultimo anno. L’indagine dimostra che i bambini possono essere preziosi e collaborativi alleati nel tener sotto controllo la mappatura dei nei e vanno coinvolti.
Ricordiamo che solo l’1% dei nei è presente sin dalla nascita, gli altri vengono fuori con gli anni quindi bisogna annotare i nuovi e seguirli nel tempo.
Ma come riconoscere quando un neo è sospetto? La regola da tenere a mente è ABCDE: asimmetria, bordi, colore, dimensioni (che non devono superare gli 8 millimetri) e evoluzione nel tempo. Se qualcosa cambia o diventa sospetto meglio sottoporsi a una visita specialistica anche se è bene ricordare che nei bambini è facile che i nei cambino nel corso degli anni quindi mai farsi prendere dal panico.
Image: 'Joaquin y sus 9 meses'
Leggo questo comunicato diramato in occasione del Congresso nazionale dell’associazione dermatologi ospedalieri italiani e penso che, in effetti, dovremmo prestare particolare attenzione alla pelle dei nostri piccoli.

Non so voi, ma io ne ho davvero tanti, tra nei veri e propri e lentiggini, e fatico a tenere sotto controllo i miei ma con mio figlio posso fare di meglio. Per ora ne ha solo uno, piccolo piccolo, sulla schiena che ho notato sin da quando aveva pochi giorni e che cresce piano insieme a lui.
Il presidente dell’Adoi spiega che i bambini vanno informati sui rischi che corre la pelle e su come proteggerla al meglio, ma possono anche rivelarsi utili alleati nel tenere sotto controllo la presenza dei nei sul loro corpo.
Lo dimostra uno studio pubblicato su Pediatric Dermatology che ha dimostrato che il 96% dei bambini intervistati, di età compresa tra i 6 e i 10 anni, sa descrivere un neo, il 91% non prova disagio a vederseli sulla pelle e 3 su 10 hanno notato dei nuovi nei sul loro corpo nell’ultimo anno. L’indagine dimostra che i bambini possono essere preziosi e collaborativi alleati nel tener sotto controllo la mappatura dei nei e vanno coinvolti.
Ricordiamo che solo l’1% dei nei è presente sin dalla nascita, gli altri vengono fuori con gli anni quindi bisogna annotare i nuovi e seguirli nel tempo.
Ma come riconoscere quando un neo è sospetto? La regola da tenere a mente è ABCDE: asimmetria, bordi, colore, dimensioni (che non devono superare gli 8 millimetri) e evoluzione nel tempo. Se qualcosa cambia o diventa sospetto meglio sottoporsi a una visita specialistica anche se è bene ricordare che nei bambini è facile che i nei cambino nel corso degli anni quindi mai farsi prendere dal panico.
Image: 'Joaquin y sus 9 meses'
martedì 29 settembre 2009
Bambini più pigri e obesi se la mamma lavora
Obesità infantile. Qualche giorno fa leggevo questo bel post di Flavia e confesso che prima ho tirato un sospiro di sollievo e poi mi sono detta in fondo lo sapevamo, meglio una mamma soddisfatta e gratificata che una mamma a tempo pieno lamentosa e scontenta. Insomma, ce lo ripetiamo sempre che la qualità paga più della quantità.
Poi leggo questo studio condotto dai ricercatori dell’Istitute of Child Health britannico: studiando ben 12.500 bambini cinquenni e le loro mamme la conclusione è stata che i figli delle donne lavoratrici facevano una vita meno attiva e mangiavano peggio.
Per giungere a queste conclusioni i ricercatori hanno chiesto alle mamme di raccontare la loro giornata-tipo, ad esempio quante ore lavorassero fuori casa, ma anche quali fossero le abitudini dei loro figli, che tipo di attività sportiva facessero e in cosa consistesse la loro dieta quotidiana. Ebbene, la conclusione è stata: i bambini delle donne che lavoravano anche solo 21 ore alla settimana bevevano con maggiore frequenza bevande zuccherate tra un pasto e l’altro e avevano maggiori rischi di diventare obesi o in sovrappeso a tre anni.
Non solo, questi bambini erano anche abituati a trascorrere almeno due ore al giorno davanti alla televisione o al pc, rispetto ai figli delle stay-at-home-mum che non superavano le due ore quotidiane, e ad andare a scuola in auto invece che a piedi o in bicicletta, magari pure col passeggino (se ne parla anche qui).
Ovvio che leggendo i dati la prima spiegazione che mi sovviene è che i figli di mamme che lavorano sono, in effetti, meno controllati e più facilmente trasgrediscono alle regole, senza contare che portare i bambini a scuola facendo una sana passeggiata tutti insieme ogni mattina può sembrare un’utopia per la maggior parte di noi.
Ma poi mi sono chiesta: in che modo noi mamme lavoratrici potremmo riuscire ad essere egualmente presenti nella vita quotidiana dei nostri figli anche senza la nostra presenza fisica costante?
Siamo per forza di cose più permissive perché non riusciamo ad essere presenti 24 ore su 24?
Sono convinta - pur se i risultati non sempre ci danno soddisfazione - che ci proviamo al 100 percento, combattendo con sensi di colpa tra progetti di lavoro più o meno gratificanti e una spesa al super…e stiamo sempre lì a chiederci se potevamo fare di più e di meglio.
Mai dome.
Etichette:
alimentazione,
Di me,
figli,
lavoro,
maternità,
obesità,
sport,
televisione
lunedì 19 gennaio 2009
Un cane come un figlio? Pare proprio di sì

L’ho constatato in prima persona: una coppia di miei amici sta insieme da ben otto anni e sembravano dei ragazzini. Una vita sregolata senza orari, ogni sera fuori, nessun impegno e nessun progetto serio. Ecco, hanno adottato un piccolo randagio e tutto è cambiato. Il cane ha fatto la famiglia. Attorno a questo piccolo cucciolo è nata una vera e propria rete di impegni, orari, organizzazione, vacanze a misura di cane, di “torno a casa che mi aspetta” e “cucino che mangia anche lui”.
Per questo non mi stupisco dei risultati di una bizzarra ricerca pubblicata sulla rivista Hormones and Behavior che ha dimostrato come amare un cane provochi più o meno le stesse emozioni che si provano prendendosi cura di un figlio.
Esagerato? Per noi mamme forse sì, ma secondo quanto hanno scoperto questi studiosi nipponici tutto sta nella produzione dell’ormone delle coccole, l’ossitocina. Proprio quell’ormone che noi produciamo in gran quantità quando allattiamo o quando partoriamo o quando abbracciamo il nostro piccolo. Sembra che nel sangue dei padroni dei cani i livelli di ossitocina aumentino del 20% subito dopo aver giocato con il fedele amico o dopo averlo abbracciato e coccolato.
Praticamente più o meno ciò che accade nel nostro organismo quando il piccolo sorride o fa i versetti o gli mordicchiamo le cosce cicciotte.
Iscriviti a:
Post (Atom)

