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martedì 8 giugno 2010

Il sonno dei bambini è prezioso anche per lo sviluppo cognitivo

Gli esperti sono concordi nel ritenere che i bambini, non solo i neonati, abbiano bisogno di regolarità, abitudini, rituali. Io sono d’accordo con buona pace di chi pensa che i bambini vadano lasciati liberi di dormire, poppare, giocare quando preferiscono. Penso che anche noi adulti abbiamo bisogno di dormire un certo numero di ore, mangiare a una certa ora e una totale deregulation di abitudini e orari farebbe andare in loop anche noi.

Certo, noi siamo grandi e ce ne rendiamo conto, loro sono piccoli e hanno bisogno della nostra guida e del nostro aiuto per capire quando è tempo di mangiare e quando di dormire.
L’ho costatato con mio figlio che è un bambino sereno e tranquillo e lo è anche per le abitudini che ha e per il fatto che non l’ho mai strapazzato costringendolo a venirmi dietro di sera mentre era chiaro che voleva dormire nel suo lettino. Sin da piccolo è sempre stato un dormiglione e io l’ho assecondato in questa sua inclinazione, creandogli i presupposti perché al massimo entro le 20.30 andasse a dormire volentieri: a casa nostra a una certa ora tutto inizia a rallentare e a scemare.

Leggo di questa ricerca condotta su ottomila bambini di 4 anni presso il SRI International, un istituto di ricerca non governativo e no profit, presentata in occasione del grande congresso internazionale che si sta tenendo in questi giorni in Texas e che ha come tema proprio il sonno (SLEEP).

Questi studiosi hanno concluso che i bambini che hanno delle regole per andare a dormire e che dormono un numero giusto di ore vanno meglio a scuola e in generale mostrano un migliore sviluppo cognitivo. Capacità di esprimersi con linguaggio, alfabetizzazione, consapevolezza dei fonemi, abilità manuali: i bambini che hanno orari regolari nel sonno e dormono almeno dieci ore a notte avrebbero maggiori abilità in questi campi e andare a letto presto, spiegano gli studiosi, è il più importante fattore predittivo per avere il massimo punteggio a questi test.

lunedì 24 maggio 2010

Dell’amore per la lettura trasmesso ai bambini...

Per anni gli educatori hanno pensato che avere dei genitori istruiti fosse il più efficace modo per predire il livello culturale ed educativo di un bambino (il che potrebbe anche essere se non fosse che se ne vedono in giro di capre con genitori di sopraffina cultura..).

Adesso uno studio condotto da alcuni sociologi dell’Università del Nevada ha scoperto che a fare la differenza sarebbe la quantità di libri che ci sono in casa: se un bambino cresce in una casa dove ci sono almeno 500 titoli le sue chanche di studiare più a lungo e con maggior profitto aumentano.
Il connubio tra i due elementi, poi, sarebbe davvero interessante: crescere in mezzo ai libri e avere dei genitori acculturati aumenta di almeno 3,2 anni il livello dell’istruzione.

I sociologi hanno analizzato per vent’anni ben 70mila famiglie abitanti in 27 Paesi diversi e hanno concluso che, in generale, avere dei libri in casa è un economico investimento che potrebbe avere ripercussioni significative e preziose sul livello di educazione e sul futuro dei bambini. Secondo Mariah Evans non è nemmeno necessario arrivare fino a 500 titoli: averne già venti in uno scaffale aumenta le probabilità che il bambino cresca con curiosità e si sviluppi in lui il desiderio della conoscenza e dello studio.

In fondo tutti noi che amiamo i libri lo sappiamo bene: magari siamo cresciuti in una casa dove c’era un mucchio di libri e questi misteriosi oggetti hanno rappresentato per ciascuno una scintilla di curiosità nei confronti del mondo.

Mi viene in mente un’intervista rilasciata da Bice Biagi all’indomani della morte di suo padre: raccontava che nella grande libreria di casa alcuni libri erano inaccessibili. Alcuni grandi classici erano stati sistemati negli scaffali più alti e alle bambine che chiedevano di leggerli, Enzo Biagi spiegava che non era ancora arrivato il momento perché erano troppo piccole. Questa inacessibilità, questo alone di mistero ha stimolato nelle ragazzine una straordinaria curiosità nei confronti dei grandi libri e ne ha fatto appassionate lettrici.

lunedì 8 marzo 2010

Mio figlio non dorme, fa astrazioni!

Qualche giorno fa mio figlio, 18 mesi, ha guardato un aereo disegnato su un libro e ha detto “aeeo”. E io l’ho festeggiato confermandogli “certo amore, aereo”. E gli ho raccontato di quando poco più che unenne lo un aereo lo portò in vacanza un po’ lontano da casa sua.
Il giorno successivo il nano guardava fuori dalla finestra e a un certo punto ha detto: “Aeeo” , io gli ho ripetuto un po’ distrattamente “si amore, aereo”, ma poi ho alzato gli occhi e ho visto che lui indicava un aereo nel cielo.
Come abbia fatto un’associazione tra l’oggetto disegnato e uno che vola veramente non lo so.
Il particolare aereo che aveva visto nel libro si era trasformato per lui in un concetto universale di aereo che vola in cielo. Si chiama astrazione e sembra che i bambini la facciano continuamente, complice anche il fatto che dormono tanto.
Provo a sintetizzare in parole semplici un complesso studio fatto da alcuni ricercatori dell’Università di Tucson che hanno utilizzato un linguaggio artificiale per capire in che modo 50 bambini di 15 mesi apprendessero cose nuove attraverso l’astrazione.
Ai bambini sono state fatte ascoltare alcune frasi preregistrate e senza senso finché non sono diventate per loro familiari. Queste frasi contenevano tre distinte parti, la prima prediceva la terza nel senso che riproduceva la struttura tipica di una frase inglese composta da un soggetto e da un verbo.
Dopo aver ascoltato le frasi, i bambini venivano lasciati liberi di fare un sonnellino e al risveglio venivano fatte loro ascoltare frasi nuove con lo stesso costrutto.
Ebbene, secondo quanto hanno osservato questi scienziati, i piccoli che avevano dormito riuscivano non solo a riconoscere le frasi che avevano imparato, ma anche ad essere capaci di riconoscere la vecchia struttura in una frase mai ascoltata.
Avevano sviluppato, quindi, l’abilità di formulare concetti universali ricavandoli dalla conoscenza del particolare. In altre parole, avevano fatto un’astrazione.

Image: Exhausted

lunedì 15 giugno 2009

Come una di famiglia ...

L’altro giorno ero a casa di amici che hanno una bimba di due anni e mezzo. La piccola ha chiesto alla madre di metterle un film nel dvd e di farlo partire.
Per tutto il tempo che sono stata lì la tv è andata a ruota libera mentre la bambina pranzava, giocava con le bambole, si rotolava sul tappetone, andava e veniva dalla cameretta. Faceva tutto. Tranne che guardare il cartone.
Era più una specie di compagnia di sottofondo. Come per i vecchietti.

Ora, io ho una nota avversione per la televisione. Nel senso che davvero la accendo di rado. Quello che mi spinge a scrivere questo post non è il tentativo di entrare nel merito della qualità dei programmi della tv generalista o del ruolo educativo o deleterio della televisione.
Quello che spesso mi fa riflettere del rapporto tra le persone e la televisione è questa specie di abitudine a tenerla accesa anche se non la si sta guardando. Una compagnia continua. Una di famiglia.
Mi capita molto spesso. Andiamo a cena da amici e durante la cena la tv è accesa e i programmi vanno avanti da soli. Nessuno li guarda, eppure il rumore di sottofondo si insinua nella conversazione e nelle risate.

E’ un’abitudine davvero molto comune questa di tenere accesa la televisione a prescindere dal fatto che la si stia guardando davvero. E allora non mi coglie del tutto di sorpresa questa ricerca condotta dall’università di Washington e pubblicata sugli Archives of Pediatric & Adolescent Medicine che dimostra come i neonati che crescono in case dove la tv è accesa per molte ore tendono a emettere meno suoni verbali e a sviluppare il linguaggio con ritardo.
Il fatto è che nel 30% delle famiglie occidentali la tv è accesa per tutto il tempo che si trascorre in casa e ciò fa sì che i genitori parlino di meno con i bambini.
Tradotto in numeri: i bambini sentono 770 parole in meno dai propri genitori per ogni ora in cui la televisione è accesa, per una riduzione pari al 7% della comunicazione tra genitori e figli.

Photo: Gotta love television

domenica 19 aprile 2009

Controllare lo sviluppo del bambino con telecamera e pc. Non è un reality



Il nostro bambino che fa i primi passi o mangia la pappa per la prima volta.
E il primo dentino, la prima parola, altezza e peso mese dopo mese.
Teniamo sotto controllo i nostri figli attraverso fotografie e video amatoriali, ma se il pediatra ci chiede se il piccolo ha imparato o meno a fissare la punta del suo dito indice la domanda ci sembra alquanto bizzarra e sotto sotto ci fa sentire genitori inadeguati.
Niente di strano: con la vita frenetica che facciamo ogni giorno non è così semplice prendere nota di ogni singolo cambiamento, eppure alcuni di questi cambiamenti possono rivelarsi molto utili per verificare il corretto sviluppo del bebè.
Per risolvere la questione alcuni ricercatori dell’università di Washington hanno messo a punto uno strumento chiamato Baby Step che consiste in un sistema integrato di telecamera e software e che è stato testato con successo su otto famiglie per un periodo di tre mesi.
Posizionando la telecamera nella stanza del piccolo, i genitori la accendono quando lo desiderano e così vengono registrati i momenti di gioco e di attività; le immagini e i filmati non costituiranno solo un album di ricordi difficilmente paragonabile a quelli tradizionali, ma verranno valutati dal software e analizzati alla luce di alcuni parametri inseriti dagli scienziati. A questo punto è il dispositivo stesso che avverte quando c’è un’anomalia che andrebbe segnalata al pediatra.
La studiosa Julie Kientz, coordinatrice l’equipe che ha realizzato il dispositivo, ha spiegato che dal primo al quinto anno di vita i genitori sono chiamati a compilare regolari questionari per descrivere le varie tappe dello sviluppo del bambino: l’incapacità del piccolo a compiere precise azioni può essere spia di un ritardo nello sviluppo del linguaggio, di difficoltà dell’udito e della vista o di autismo.
Sappiamo dalla letteratura scientifica che una quantità maggiore di dati aiuta a fare diagnosi precoci e offrire tempestivi trattamenti, ma nel mondo reale i genitori sono talmente impegnati dalla vita di tutti i giorni che difficilmente riescono a prendere nota d ogni singolo cambiamento, il Baby Step li aiuta in questo compito”, ha spiegato la Kientz.
Sembra un po’ un Grande Fratello dei piccoli.

mercoledì 18 febbraio 2009

Mimare la realtà aiuta i piccoli a crearsi un vocabolario ricco


Siete anche voi delle mamme pagliaccio? Cioè quelle mamme che imitano, indicano, fanno le facce e le smorfie?
Se vi riconoscete in questo identikit di cui non andate proprio fierissime può consolarvi una ricerca che dimostra quanto sia importante mettere su questo teatrino, perché se nell’immediato non ne vediamo nessun effetto, se non quello di sentirci un po’ ridicole, verremo ripagate tra qualche anno.
Sembra infatti che i bambini cresciuti in ambienti domestici dove si gesticola molto, si mima, si indica e si chiamano gli oggetti con il loro nome anche quando il poppante non capisce un acca svilupperanno prima e con maggiore rapidità le capacità legate al linguaggio e avranno un vocabolario più ricco quando andranno a scuola.

La ricerca, condotta dalla studiosa Meredith Rowe dell’Università di Chicago, ha osservato lo sviluppo linguistico di cinquanta bambini di diversi strati socio-economici e provenienti da varie zone della città e ha concluso che i piccoli che a 14 mesi erano cresciuti in un contesto familiare dove si comunicava anche con l’uso delle mani e dei gesti una volta a scuola, all’età di quattro anni e mezzo, potevano vantare un vocabolario più ricco e una migliore capacità linguistica.

Le famiglie dove si dava più importanza ai gesti e alla mimica nella comunicazione erano quelle ad alto reddito e con un elevato livello di istruzione ma la studiosa ha sottolineato che non è una questione di soldi, ma di avere una più o meno spiccata tendenza a comunicare usando molto la gestualità. Spesso, infatti, i genitori che sono abituati a raccontare la realtà usando anche i gesti utilizzano le parole giuste per chiamare ogni oggetto, aiutando così il bambino a fissare nella memoria il nome e ad associarlo proprio all’oggetto giusto.

Una teoria affascinante davvero. Se non altro mi sentirò un po’ meno stupida la prossima volta che indicherò un giochino scandendo lentamente la parola “papera” e facendo qua-qua con la faccia da palmipede.