venerdì 29 marzo 2013
I litigi dei genitori danneggiano il cervello dei bambini
Non ci vuole uno studio ad hoc per immaginare quanto questo possa influenzare negativamente lo stato di benessere e l'equilibrio dei bambini.
Ma una ricerca condotta dall'Università dell'Oregon ha scoperto che i litigi dei genitori hanno effetti davvero molto pesanti sullo sviluppo cognitivo dei bambini e che anche se il bambino dorme, il tono delle voci, le grida e l'atmosfera negativa arriva fino a lui, anche quando è molto piccolo, compromettendone l'equilibrio e influendo negativamente sul suo cervello.
Per arrivare a questa conclusione gli studiosi Phil Fisher e Jennifer Pfeifer hanno studiato l'attività neurale di venti bambini di età compresa tra i 6 e i 12 mesi durante le fasi di veglia e di sonno e al tempo stesso hanno chiesto ai genitori di compilare un questionario finalizzato a valutare il livello di litigiosità della coppia all'interno delle mura domestiche o in presenza dei bambini.
Risultato: maggiore risultava essere il livello di conflittualità nella coppia e più elevata era la reattività del cervello del bebè in relazione all'ascolto delle voci dei genitori.
Ciò dimostra quindi, spiegano gli scienziati sulle pagine della rivista scientifica Psychological Science, che il litigio e il conflitto tra i genitori vengono compresi dal bambino, anche se è neonato, e il suo piccolo cervello diventa particolarmente reattivo nei confronti di toni di voce alterati.
Ciò influisce sullo sviluppo del suo cervello perchè lo studio mostra che ad attivarsi in risposta alle voci alterate dei genitori sono le aree del cervello che regolano lo stress e le emozioni.
martedì 5 giugno 2012
Se i bambini dormono male rischiano di essere meno intelligenti
Secondo Francesco Peverini, Direttore Scientifico della Fondazione per la Ricerca e la Cura dei Disturbi del Sonno, questo disturbo può compromettere seriamente la qualità della vita dei bambini - che rischiano di essere sempre stanchi durante il giorno, di non riuscire a mantenere la concentrazione, di non apprendere a scuola quanto potrebbero, di essere più irritabili e capricciosi - ma anche il loro stesso sviluppo cognitivo.
"E' necessario e urgente sensibilizzare le famiglie, i pediatri ed i medici scolastici affinchè intervengano per tempo nell'individuare i piccoli pazienti affetti da OSAS al fine di evitare l'acuirsi di rischi futuri. Si tratta di disturbi che possono riguardare l'individuo in qualsiasi fase del suo sviluppo e coinvolgere, quindi, anche i bambini di tutte le età: l'OSAS colpisce circa il 2% della popolazione pediatrica in età prescolare e scolare e addirittura in questa fascia di età il 5% registra già il fenomeno del russamento", ha dichiarato l'esperto.
Quali i rischi possibili? Deficit neurocognitivi e insorgenza di una malattia cardiovascolare sin da piccoli, come l'ipertensione arteriosa, fattore di rischio di numerose malattie cardiache e metaboliche. Inoltre possono verificarsi ritardi nella crescita e riduzione della capacità riflessiva e del quoziente intellettivo. Durante la giornata, infatti, i bambini che soffrono di OSAS sono spesso iperattivi, irritabili, hanno problemi comportamentali e scarso rendimento scolastico causato da una ridotta capacità a mantenere viva l'attenzione, la capacità riflessiva, la memoria a lungo termine e il consolidamento di ciò che si è memorizzato. Spesso hanno poi un'ansia immotivata con aumento della frequenza e dell'intensità di alcune paure. In altri casi questi bambini possono, al contrario, essere pigri, svogliati, assonnati e inappetenti.
Come intervenire? Il pediatra va coinvolto in prima persona, lui stesso potrà coinvolgere i genitori in un'attenta analisi del ritmo e delle caratteristiche dle sonno e del comportamento del bambino durante il giorno e potrà prescrivere eventuali esami per capire le cause dell'OSAS, che spesso vanno ricondotte a un'ipertrofia adeno-tonsillare.
martedì 15 marzo 2011
I bambini allattati al seno sarebbero più intelligenti?
I ricercatori dicono che forse è merito degli acidi grassi omega contenuti nel latte. Magari, aggiungo io, è di un patrimonio genetico più favorevole, oppure di un contesto familiare stimolante, oppure di chissà cos’altro.

Di certo sembra essere l’ennesima ricerca che conforta le mamme che hanno allattato fino allo stremo e punta il dito contro quelle che non lo hanno fatto. Insomma, lo sappiamo ormai strabene che il latte materno è l'alimento migliore che esista, che è nutrizionalmente completo, che dà gli anticorpi, che protegge dalle malattie e dalle allergie e garantisce un mucchio di altri benefici. Lo sappiamo talmente bene che quelle che non riescono, non possono, non se la sentono di allattare si sentono inadeguate, incoscienti, inette al punto da farsene un problema psicologico, a volte molto serio.
Ci mancava solo qualche scienziato che veniva a dirci che se allattiamo i nostri bambini saranno più intelligenti.
E che dire di tutti noi cresciuti a latte artificiale negli anni Settanta? Quando le nostre madri tornavano a lavoro sulla scia di un’indipendenza e di un diritto alla realizzazione come donna oltre che come mamma appena conquistato? Dovremmo essere un popolo di deficienti. Per fortuna non lo siamo e sappiamo distinguere le fesserie dalle cose serie.
Non è la prima volta che qualcuno azzarda che i bambini nutriti con latte materno diventano più intelligenti. Qualche anno fa sull'American Journal of Clinical Nutrition il professor Gordon spiegò che se i bambini allattati al seno sembravano essere più intelligenti non era tanto per il latte in sè ma perchè andavano meno soggetti a otiti e altre infezioni: spesso quando si allatta col biberon si mette il bambino in una posizione scorretta che favorisce lo sviluppo di otiti che a loro volta causano problemi nello sviluppo del linguaggio e dell'apprendimento. Secondo Gordon le apparenti differenze del QI dei bambini nutriti con biberon e con latte materno scomparivano se il contesto familiare e sociale dei bambini era stimolante.
mercoledì 15 settembre 2010
I bambini piccoli non provano empatia

Ho letto una teoria che mi ha molto incuriosito. Alcuni studiosi hanno scoperto che i bambini di meno di 4 anni non imitano lo sbadiglio. Potrebbe sembrare una banalità, ma questo dato ne indica un altro ben più importante: i bambini non provano empatia prima dei quattro anni.
Gli scienziati sono certi che lo sbadiglio contagioso (che interessa a un individuo su due) sia la dimostrazione di una innata capacità di “immedesimarci” nell’altro, di sentire ciò che prova e di metterci nei panni del prossimo. Un’abilità straordinaria che ci permette di essere solidali, di non causare intenzionalmente dolore o sofferenza e di comprendere il dolore altrui.
I ricercatori dell'Università del Connecticut hanno osservato un gruppo di 120 bambini da uno a sei anni di vita e hanno paragonato le loro risposte alla vista dello sbadiglio con quelle date da un gruppo di bambini autistici dai 6 ai 15 anni. I risultati hanno evidenziato da un lato che i bambini autistici difficilmente sbadigliano in risposta allo sbadiglio e che prima dei quattro anni è molto raro che un bambino sbadigli per imitazione.
Imitare il prossimo, hanno spiegato gli studiosi su Child Development, è sintomo di empatia e i risultati di questo studio lasciano supporre che prima dei 4 anni i bambini non abbiano sviluppato alcuna empatia verso l’altro.
La teoria mi ha colpito prima di tutto perchè il mio nano duenne non ha lo sbadiglio contagioso e poi perchè in effetti ho la netta sensazione che i bambini piccoli come lui non provino empatia verso il prossimo.
Gli altri - bambini, adulti, animali - non sono che giocattoli per loro e i sentimenti che provano arrivano ai piccoli in maniera talmente confusa e forse ingigantita al punto che, non sapendola filtrare con l’esperienza e la sensibilità che si affina anche con il tempo, non abbiano per loro alcun valore.
Sentiamo spesso ripetere “E’ piccolo, non capisce che fa la bua”.
Lo dico io stessa di mio figlio. Lo dico perchè effettivamente lui non ha la capacità di comprendere che fa del male, ma anche perchè forse non ha alcuna capacità di “sentire” il dolore dell’altro.
mercoledì 17 marzo 2010
I bambini nascono con il ritmo nel sangue
Alcuni bambini hanno la danza nel sangue. Anzi nel DNA. Lo conferma una ricerca condotta presso la University of Jyvaskyla in Finlandia: i bambini rispondono ai ritmi e ai tempi della musica sin da piccolissimi, proprio come se fossero nati per ballare.I ricercatori hanno osservato alcuni bambini tra i 5 mesi e i due anni di vita e hanno scoperto che, più che la melodia, è il battito del ritmo a fare la differenza e a stimolare i bambini alla danza e al “sentire la musica col corpo”.
Per giungere a questa conclusione i ricercatori hanno fatto ascoltare ai bambini differenti tipi di stimoli sonori: musica classica, battiti ritmati e parole. I loro movimenti spontanei sono stati registrati con una telecamera e così i ricercatori hanno concluso che alcuni bambini hanno una capacità innata di rispondere agli stimoli musicali con il corpo e ciò soprattutto quando ascoltano ritmi simili alle percussioni.
Mio figlio è proprio così, per questo motivo questa ricerca mi ha particolarmente colpito: per lui tutto è musica, soprattutto se il suono è ritmato e simile alle percussioni. Sin da quando era piccolissimo lui balla sui rintocchi della campana della chiesa, quando la lavatrice va in fase di centrifuga, quando passa una volante a sirene spiegate. Per lui ogni suono è un ritmo e ogni ritmo è una buona occasione per ballare.
Image: Dancing Baby
giovedì 11 marzo 2010
Part time per le mamme? Fa bene anche alla salute dei figli
Ci provano ancora. A farci sentire in colpa perché tentiamo, generalmente senza un attimo di respiro, di conciliare la nostra maternità con i nostri interessi, il nostro lavoro e la nostra vita.Era già successo che qualcuno dicesse che se noi lavoriamo i nostri figli cresceranno a merendine e televisione e diventeranno grassi e malati. Adesso per addolcire un po’ la pillola questi ricercatori australiani concludono che se lavoriamo può anche andar bene, ma solo part-time.
Magari! La metà delle madri che conosco sogna un orario flessibile o un part-time come la vincita al superenalotto. Che esagerata, direte voi: un superenalotto è proprio evento unico. Perché l’approvazione di una richiesta di part-time non lo è?
Insomma questi studiosi hanno analizzato circa 4500 bambini in età pre-scolare e le loro madri e hanno concluso che i figli delle donne che lavoravano tutto il giorno avevano più rischi di diventare obesi in capo a due anni a causa di un’alimentazione sbagliata e uno stile di vita sedentario e poco sano. Meglio la stay at home mum allora? Niente affatto, anche i figli delle donne che avevano scelto di stare a casa non erano esenti da rischi. Forse a causa dei continui manicaretti preparati dalle mamme? Boh!
L’ideale, insomma, per la salute dei bambini sarebbe che le mamme lavorino part-time.
Non c'è bisogno di tutti gli studi che sto leggendo in questi ultimi tempi sull’argomento per convincerci di questa teoria. Basterebbe chiederlo a noi e risponderemmo che un orario flessibile è l’ideale, ci renderebbe donne felici, realizzate, mamme amorevoli e presenti, ma non soffocanti.
Una mamma felice è la mamma migliore del mondo? Questo bisognerebbe chiederlo ai nostri bambini.
Intanto qualcosa, seppure solo in previsione, si muove….
Image: Mother with Baby
lunedì 8 marzo 2010
Mio figlio non dorme, fa astrazioni!
Qualche giorno fa mio figlio, 18 mesi, ha guardato un aereo disegnato su un libro e ha detto “aeeo”. E io l’ho festeggiato confermandogli “certo amore, aereo”. E gli ho raccontato di quando poco più che unenne lo un aereo lo portò in vacanza un po’ lontano da casa sua.Il giorno successivo il nano guardava fuori dalla finestra e a un certo punto ha detto: “Aeeo” , io gli ho ripetuto un po’ distrattamente “si amore, aereo”, ma poi ho alzato gli occhi e ho visto che lui indicava un aereo nel cielo.
Come abbia fatto un’associazione tra l’oggetto disegnato e uno che vola veramente non lo so.
Il particolare aereo che aveva visto nel libro si era trasformato per lui in un concetto universale di aereo che vola in cielo. Si chiama astrazione e sembra che i bambini la facciano continuamente, complice anche il fatto che dormono tanto.
Provo a sintetizzare in parole semplici un complesso studio fatto da alcuni ricercatori dell’Università di Tucson che hanno utilizzato un linguaggio artificiale per capire in che modo 50 bambini di 15 mesi apprendessero cose nuove attraverso l’astrazione.
Ai bambini sono state fatte ascoltare alcune frasi preregistrate e senza senso finché non sono diventate per loro familiari. Queste frasi contenevano tre distinte parti, la prima prediceva la terza nel senso che riproduceva la struttura tipica di una frase inglese composta da un soggetto e da un verbo.
Dopo aver ascoltato le frasi, i bambini venivano lasciati liberi di fare un sonnellino e al risveglio venivano fatte loro ascoltare frasi nuove con lo stesso costrutto.
Ebbene, secondo quanto hanno osservato questi scienziati, i piccoli che avevano dormito riuscivano non solo a riconoscere le frasi che avevano imparato, ma anche ad essere capaci di riconoscere la vecchia struttura in una frase mai ascoltata.
Avevano sviluppato, quindi, l’abilità di formulare concetti universali ricavandoli dalla conoscenza del particolare. In altre parole, avevano fatto un’astrazione.
Image: Exhausted
mercoledì 3 febbraio 2010
Ma davvero crediamo che il latte materno renda più intelligenti?
Si diceva che quelli cresciuti a latte materno fossero più intelligenti. Non così per dire, ma proprio con un quoziente di intelligenza più alto. Insomma un'assurdità, che però trovava seguito ed era diventata oggetto di dibattito.

Adesso a smentire una volta per tutte questa teoria è la ricercatrice britannica Catherine Gale che ha condotto lo stesso esperimento su 241 bambini che sono stati seguiti dalla nascita fino ai 4 anni, quando sono stati sottoposti ai test per misurare il quoziente intellettivo.
I ricercatori non hanno tenuto conto solo del QI e del tipo di allattamento ricevuto, ma anche altri fattori come il QI della madre e il livello di educazione nonché il contesto socio-culturale della famiglia.
Fatto questo, sparite le differenze: non è l’allattamento al seno a fare i bambini più intelligenti ma l’ambiente in cui sono cresciuti, più o meno stimolante, unito a fattori ereditari.
Lo studio è apparso sugli Archive of Disease in Childhood e quello stesso Michael Kramer, chiamato a scrivere un editoriale su questa nuova ricerca, ha spiegato che questi dati non contraddicono le sue conclusioni perché “le donne che allattano tendono ad essere più intelligenti e ad investire più risorse ed energie nel rapporto con il bambino”.
Insiste. E’ de’ coccio.
Ma per quale motivo si pensava che il latte materno rendesse più intelligenti?
Non c’è dubbio che il latte materno sia un alimento completo e assolutamente perfetto e contenga la giusta quantità di acidi grassi. Ma proprio per questo la Comunità Europea obbliga tutti i produttori di latte artificiale a seguire una formula standard che si avvicini il più possibile a quella del latte materno. Anche nella quantità dei preziosi acidi grassi.
venerdì 20 novembre 2009
Chi bene inizia è a metà dell'opera
Una prima colazione da cervelloni?La ricetta eccola qua: cioccolato, caffè e tè per stimolare l’attenzione, pane o fette biscottate con miele e marmellata per fare il pieno di energie e arrivare tranquillamente all’ora di pranzo, latte parzialmente scremato o yogurt per assicurarsi il giusto apporto di proteine.
Non è una colazione da leoni, ma il minimo indispensabile per iniziare bene la giornata e per aiutare i nostri figli nel rendimento scolastico e nel gestire le energie, mentali e fisiche, per l’intera giornata.
Le indicazioni sulla colazione perfetta vengono da uno specialista milanese, Livio Luzi, che ha tenuto una sorta di lezione aperta con l’intento di fotografare i singoli ingredienti della migliore colazione possibile e magari convincerci a metterla in tavola per i nostri figli ogni mattina (anche se forse quelli da convincere non siamo noi, ma loro).
Non si tratta di generici consigli, ma di una prova scientificamente dimostrata: questi ingredienti della prima colazione migliorano il rendimento del cervello e la tenuta dell’organismo. Il professore meneghino, infatti, ha usato tre tipi di test per misurare il grado di reattività del cervello di alcuni teenager (l’analisi dell’onda cerebrale P 300 che è la prima che si manifesta in risposta a uno stimolo, il test di stroop che "consiste nel guardare due diverse schermate su cui compaiono scritte colorate con i nomi dei colori e cronometrare il tempo che passa prima di individuare le differenze", e il tapping test che misura il numero di cliccate che si riesce a fare su un mouse) e alla fine, indagando sulla loro abituale colazione, ha stilato il menu della colazione ideale:
· latte parzialmente scremato o yogurt (il 15-20% della colazione deve essere costituito da proteine),
· fette biscottate o pane o biscotti o cereali (il 50-60% della colazione è costituito da carboidrati)
· miele, marmellata, cioccolato o caffè (che garantiscono il 12-15% di zuccheri e il 25-30% di grassi, nonché qualche stimolante gustoso e indispensabile per iniziare bene la giornata),
Complessivamente è bene tenere a mente che la prima colazione deve coprire il 15-20% dell’intero apporto calorico giornaliero.
Come si dice, chi bene inizia è a metà dell’opera.
lunedì 15 giugno 2009
Come una di famiglia ...
L’altro giorno ero a casa di amici che hanno una bimba di due anni e mezzo. La piccola ha chiesto alla madre di metterle un film nel dvd e di farlo partire.Per tutto il tempo che sono stata lì la tv è andata a ruota libera mentre la bambina pranzava, giocava con le bambole, si rotolava sul tappetone, andava e veniva dalla cameretta. Faceva tutto. Tranne che guardare il cartone.
Era più una specie di compagnia di sottofondo. Come per i vecchietti.
Ora, io ho una nota avversione per la televisione. Nel senso che davvero la accendo di rado. Quello che mi spinge a scrivere questo post non è il tentativo di entrare nel merito della qualità dei programmi della tv generalista o del ruolo educativo o deleterio della televisione.
Quello che spesso mi fa riflettere del rapporto tra le persone e la televisione è questa specie di abitudine a tenerla accesa anche se non la si sta guardando. Una compagnia continua. Una di famiglia.
Mi capita molto spesso. Andiamo a cena da amici e durante la cena la tv è accesa e i programmi vanno avanti da soli. Nessuno li guarda, eppure il rumore di sottofondo si insinua nella conversazione e nelle risate.
E’ un’abitudine davvero molto comune questa di tenere accesa la televisione a prescindere dal fatto che la si stia guardando davvero. E allora non mi coglie del tutto di sorpresa questa ricerca condotta dall’università di Washington e pubblicata sugli Archives of Pediatric & Adolescent Medicine che dimostra come i neonati che crescono in case dove la tv è accesa per molte ore tendono a emettere meno suoni verbali e a sviluppare il linguaggio con ritardo.
Il fatto è che nel 30% delle famiglie occidentali la tv è accesa per tutto il tempo che si trascorre in casa e ciò fa sì che i genitori parlino di meno con i bambini.
Tradotto in numeri: i bambini sentono 770 parole in meno dai propri genitori per ogni ora in cui la televisione è accesa, per una riduzione pari al 7% della comunicazione tra genitori e figli.
Photo: Gotta love television
domenica 19 aprile 2009
Controllare lo sviluppo del bambino con telecamera e pc. Non è un reality

Il nostro bambino che fa i primi passi o mangia la pappa per la prima volta.
E il primo dentino, la prima parola, altezza e peso mese dopo mese.
Teniamo sotto controllo i nostri figli attraverso fotografie e video amatoriali, ma se il pediatra ci chiede se il piccolo ha imparato o meno a fissare la punta del suo dito indice la domanda ci sembra alquanto bizzarra e sotto sotto ci fa sentire genitori inadeguati.
Niente di strano: con la vita frenetica che facciamo ogni giorno non è così semplice prendere nota di ogni singolo cambiamento, eppure alcuni di questi cambiamenti possono rivelarsi molto utili per verificare il corretto sviluppo del bebè.
Per risolvere la questione alcuni ricercatori dell’università di Washington hanno messo a punto uno strumento chiamato Baby Step che consiste in un sistema integrato di telecamera e software e che è stato testato con successo su otto famiglie per un periodo di tre mesi.
Posizionando la telecamera nella stanza del piccolo, i genitori la accendono quando lo desiderano e così vengono registrati i momenti di gioco e di attività; le immagini e i filmati non costituiranno solo un album di ricordi difficilmente paragonabile a quelli tradizionali, ma verranno valutati dal software e analizzati alla luce di alcuni parametri inseriti dagli scienziati. A questo punto è il dispositivo stesso che avverte quando c’è un’anomalia che andrebbe segnalata al pediatra.
La studiosa Julie Kientz, coordinatrice l’equipe che ha realizzato il dispositivo, ha spiegato che dal primo al quinto anno di vita i genitori sono chiamati a compilare regolari questionari per descrivere le varie tappe dello sviluppo del bambino: l’incapacità del piccolo a compiere precise azioni può essere spia di un ritardo nello sviluppo del linguaggio, di difficoltà dell’udito e della vista o di autismo.
“Sappiamo dalla letteratura scientifica che una quantità maggiore di dati aiuta a fare diagnosi precoci e offrire tempestivi trattamenti, ma nel mondo reale i genitori sono talmente impegnati dalla vita di tutti i giorni che difficilmente riescono a prendere nota d ogni singolo cambiamento, il Baby Step li aiuta in questo compito”, ha spiegato la Kientz.
Sembra un po’ un Grande Fratello dei piccoli.