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martedì 9 novembre 2010

I papà due settimane a casa: premio o punizione?



Al Parlamento Europeo decidono, forse pure sull’onda di emozione provocata dalla decisione dell’eurodeputata Licia Ronzulli di andare a lavoro portandosi addosso la figlioletta di pochi mesi, di provare ad allungare i tempi di congedo per maternità o meglio di equiparare i tempi di congedo fra tutti i Paesi membri.

La proposta è: 20 settimane per le mamme a stipendio pieno (oggi in alcuni Paesi europei si sta a casa per 14 settimane, ma in Italia le venti le abbiamo già, seppure all’80% dello stipendio) e due settimane obbligatorie, a stipendio pieno, per il papà (oggi se il papà lo chiede può stare a casa per cinque mesi ma al 30% dello stipendio lordo).

Per ora se ne discute. Non si vedrà alcuna novità prima del 2011.
Ma mi chiedo: cosa cambierebbe in Italia se questa normativa venisse approvata? Quali sarebbero i vantaggi per la mamma e per il papà? La domanda sorge spontanea soprattutto leggendo questi dati Istat.

La mia esperienza personale è questa.
Quando nacque nostro figlio, mio marito decise che voleva rimanere a casa per un mese. Le condizioni professionali lo permettevano e così fu. Ricordo che i suoi colleghi sorridevano e gli dicevano: “vedrai che alla fine non vedrai l’ora di venire a lavoro”.

Nostro figlio era un angelo. Mangiava e dormiva e alla fine per noi fu come una piccola vacanza. Insomma, mio marito se l’è cavata ed è tornato a lavorare dopo un mese soddisfatto di se stesso e quasi quasi con il pensiero che in fondo “cos’era tutto questo gran parlare di depressione post parto e difficoltà con un neonato”.

Sei mesi dopo la scena era un po’ diversa. Io mi barcamenavano tra un lavoro imprenditoriale, i sensi di colpa per essere dovuta tornare a lavoro dopo soli tre mesi dalla nascita del piccolo e un bel po’ di difficoltà. Lui lavorava a tempo pieno. Un giorno rimase a casa e arrivati alla sera, dopo una lunga sequenza di latte, lavoro, spesa, lavoro, lavatrici, stendo e stiro, lavoro, cacchina e vomitino, giochino e lavoro, pranzo e cena, mi ha guardato e ha detto la sacrosanta verità: “certo che tutta la giornata è difficile eh?”.

La mia esperienza mi porta a concludere che:

- bello permettere, anzi obbligare i padri, a stare a casa per due settimane dopo la nascita perché così si favorisce l’instaurarsi di un legame che non sia solo madre/figlio, ma anche padre/figlio, perché per una neomamma poter condividere l’ansia e le difficoltà dei primi tempi con il proprio compagno sarebbe molto utile, perché forse aiuterebbe anche la coppia ad affrontare meglio questo travolgente cambiamento;

- inutile cantare vittoria perché il punto non è questo: alla fine delle due settimane la maggior parte dei padri tornerà alla sua vita di sempre pensando che in fondo non è così difficile (se il bambino è un angioletto), oppure ringraziando il datore di lavoro perché l’obbligo è di sole due settimane (se il bambino è un diavoletto) e alla fine tutto o quasi tornerà come sempre:

la mamma impegnata in una folle corsa a tentare di far tutto, assolvere a tutti gli impegni, assecondare l’immagine che ha di sé stessa, tentare di riprendere il filo della propria vita, cercare di ricordarsi perché lavora, cercare di ricordarsi com’era la vita di prima, tenere a bada i sensi di colpa e, tra un affanno e l’altro, ripetersi come un mantra che in fondo…. “l’importante è il tempo di qualità”.

giovedì 21 ottobre 2010

Velina o maestra? Perchè non tutte e due?



Può una donna che fino a qualche anno fa desiderava fare la velina ed entrare nel mondo dello spettacolo diventare una brava insegnante in uno dei più antichi istituti milanesi? La risposta la lascio a voi.

Per quanto mi riguarda, il mio approccio è quello di credere alla possibilità che una velina non sia solo una cretina e che se a vent’anni vuoi diventare una showgirl, con gli anni sei sempre in tempo per rivedere le tue aspirazioni.

Inoltre immagino che se Ileana Tacconelli, ex Miss, ha studiato e si è conquistata un posto di docente presso lo storico Collegio San Carlo, qualche dote, riconducibile non solo all’aspetto estetico, l’avrà certamente.
Insomma, non avrei mai costretto mia figlia a cambiare scuola solo perché un’insegnante dieci anni fa è stata una Miss. E ancor di più storco il naso di fronte ai toni usati da chi difende l’insegnante: questi padri che si sono presi la briga di creare un ironico Fan Club della Tacconelli e che illustrano così il loro sostegno all’insegnante:

Per la cultura classica, la bellezza estetica è una ricchezza ed una forza, per noi cattolici anche un positivo dono di Dio (…) Confermiamo che la maestra, oltre ad essere una ragazza estremamente bella, è una insegnante altrettanto brava, intelligente, preparata, seria, sobria, rigorosa, assolutamente all'altezza del difficile ruolo educativo che le è stato affidato (…) La dolcezza del suo sorriso e la sensualità delle sue forme, generose quanto naturali, sono qualità ulteriori, secondarie, quanto assolutamente positive e apprezzate da tutti

Ci sarà dell’ironia, certamente. Ma in fondo, che fa? In questa Italia qui, con questi dirigenti e questa concezione del femminile, la difesa del “manchi di sense of humor”, è sempre utile per giustificare battute, scherzetti e pseudo-galanterie.

Insomma la Tacconelli alla fine mi sta simpatica. Ce la farà mai nella vita a levarsi di dosso il peso, tutto italiota, di aver voluto, solo per un po’, calcare le scene grazie alla sua bellezza?
Nel Paese delle veline mi sa di no.

lunedì 18 ottobre 2010

Una rivoluzione tutta rosa



I dati scientifici rilevano spesso che le donne sono più esposte al rischio di malattie fulminanti, come ad esempio un infarto, perché sono troppo prese dalla gestione della vita familiare, lavorativa e sociale e la visita di controllo mensile viene spesso rimandata, così come viene sottovalutato un dolore o un fastidio.

Invece dobbiamo prenderci cura di noi stesse, proprio perché siamo importanti per i nostri cari e perché amiamo vivere e sentirci utili. Potremmo iniziare a dimostrare l’amore per noi stesse e per la nostra salute chiamando il numero verde della LILT (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori), 800-998877, per prenotare una visita gratuita e un controllo clinico strumentale in uno dei 390 ambulatori e centri LILT sparsi in tutta Italia.

Restiamo tutte unite per sconfiggere il tumore al seno, che rappresenta la prima casa di morte oncologica tra le donne, e ricordiamo che diagnosticare precocemente la malattia è la principale arma di difesa che abbiamo a disposizione, perché negli ultimi anni il tumore è sempre più diffuso ma uccide di meno e questo proprio grazie al fatto che le campagne di screening danno i loro frutti e la diagnosi precoce permette di affrontare in tempo e con aggressività la malattia.

Ecco perché iniziative come la campagna Nastro Rosa, promossa da tanti anni da Estée Lauder Companies e in Italia dalla LILT, sono importanti: perché richiamano l’attenzione dell’opinione pubblica femminile sull’importanza di non abbassare la guardia e soprattutto invitano a prendersi cura di se stesse.

E’ il richiamo che oggi invade il mondo del blog al femminile e che ci vede tutte unite in questa importante battaglia.

lunedì 3 maggio 2010

Congedo di maternità: un diritto, anzi un valore

Giorni fa leggevo un pezzo scritto da Sarah Fraser sul Times che commentava la notizia che l’Italia è il Paese più sicuro al mondo dove partorire. La Fraser ha partorito sia in Gran Bretagna che in Italia e dice chiaramente di non essere affatto sorpresa della classifica che vede l’Italia fare la parte del leone, perché la sua esperienza conferma in assoluto questi dati.

Non solo, la giornalista indica nella legge che regola, in Italia, il congedo per maternità una possibile causa di questo primato: in Italia, scrive la Fraser, la mamma può dedicarsi alla sua maternità fino a un massimo di 24 mesi mentre in Gran Bretagna non si superano i 12 mesi e questo gioca un ruolo importante nel favorire la salute e il benessere della madre.

La teoria è affascinante - anche se per quanto mi sforzi non riesco a capire come si possa allungare il congedo parentale fino a 24 mesi (se qualcuno ne è capace mi sveli il mistero per favore!) – e mi torna utile adesso che scrivo questo post per commentare l’intervista che Maria Stella Gelmini, di professione Ministro dell’Istruzione e neomamma, ha rilasciato qualche giorno fa al Corriere della Sera e che ha fatto andare su tutte le furie le mamme fuori e dentro la rete.

Ci ho messo un po’ a elaborare la cosa e a capire cosa ne pensavo veramente, perché in fondo io ho vissuto la maternità un po’ a casa e un po’ al lavoro, senza godermela quanto avrei voluto ed è stato un sacrificio. Sono tornata a lavoro dopo nemmeno tre mesi dalla nascita di mio figlio perché sono una lavoratrice autonoma e non c’era modo di convincere clienti e incarichi a vivere con sana lentezza e a prendersi una pausa pure loro.

Quindi leggere che il Ministro Gelmini dopo SOLO DIECI giorni dalla nascita della figlia era già a lavoro, seppure a casa sua, che secondo lei


è complicato conciliare il lavoro con la maternità, ma penso che siano poche quelle che possono davvero permettersi di stare a casa per mesi. Bisogna accettare di fare sacrifici.

E che


le donne normali che lavorano dopo il parto e sono costrette a stare a casa sono delle privilegiate



non mi ha sconvolto più di tanto. In questi anni una marea di donne che conosco, impiegate o dipendenti, non si sono godute soltanto il SACROSANTO periodo di maternità che spetta di DIRITTO e che è anche un obbligo previsto dalla legge. Ma hanno fatto carte false (intendo proprio false) per stare a casa dodici mesi e più. Dal diritto alla truffa.

Io i dodici mesi a casa con mio figlio me li sogno (libero professionista = precaria = sempre a lavoro) e forse pure li temo.

Questo per dire che il discorso della Gelmini in fondo non mi era del tutto ostico - dopo tre mesi ero a lavoro, mi dispiaceva, ma potevo organizzarmi orari e giorni in modo personale e flessibile (esattamente come probabilmente farà la Gelmini o la D’Amico che lei stessa portava ad esempio)- e che, all’inizio, questa intervista aveva un sapore familiare, qualcosa di comprensibile e di già vissuto.

Poi mi sono detta no.

No. Perché queste dichiarazioni e questo modo di pensare trovano un proprio significato solo se le incastriamo nella nostra vita di tutti i giorni, fatta di impegni, di responsabilità, di lavoro, lavoro, lavoro. Una vita di corsa, della quale spesso si perde il senso.

No. Perché quando nasce un bambino la nostra vita dovrebbe rallentare, prendersi una pausa perché la nascita e il parto sono due momenti assolutamente irripetibili, che ti lasciano sgomenta, spaventata, travolta da una soddisfazione e da una gratificazione che mai avresti immaginato, da una inesauribile energia e voglia di stare con il tuo bambino.

No. Perché mai verrebbe in mente a una neomamma di andare a lavorare dopo dieci giorni. Se qualcuna ci riesce è solo perché non ha scelta o perché “bisogna fare sacrifici e non lagnarsi”.

No. Perché il bambino appena nato ha bisogno di stare con la mamma in un ambiente caldo, protetto e sereno. E’ un suo diritto e i suoi diritti vanno tutelati (non solo quelli dell’embrione/blastocisti che ha diritto alla vita anche a costo di rovinare quella della donna che lo ha accolto in grembo).

No. Perché quel periodo iniziale è irripetibile, dura un attimo poi si perde, a un tratto scompare. Quell’unione incredibile e improvvisa con il passare dei mesi si rafforza, assume le forme di un legame forte, stabile e duraturo. Ma quella tempesta di ormoni ed emozioni non torna più.

Secondo me questo periodo prezioso va tutelato ad ogni costo, a dispetto della folle corsa e delle urgenze lavorative. E’ vero, dobbiamo rimboccarci le maniche e francamente ce lo ricordiamo ogni giorno mentre ci sbattiamo avanti e indietro. Ma quando diventiamo mamme, quando incontriamo il nostro bambino, la priorità è solo poter stare con lui per conoscerci, abituarci a questo nuovo pazzo amore e poter consolidare un legame che poi, quando verrà il giusto momento di separarci per tornare a lavoro, non verrà intaccato dall’assenza e dal rimpianto.

Proprio oggi un lancio di agenzia ha reso note le dichiarazioni di Mara Carfagna, Ministro per le Pari Opportunità:

"l’accesso e la permanenza delle donne nel mercato del lavoro, la loro progressione in carriera e la tutela della maternità rientrano senza dubbio tra i principali obiettivi dell'azione del nostro Governo".

Ecco, tutelare il lavoro delle donne che diventano madri è un obiettivo da non dimenticare mai, ma anche fare in modo che le donne che diventano madri possano godere del congedo di maternità come un inalienabile diritto, promuovendo questo congedo come un autentico valore per la società, questa sì che sarebbe una gran bella sfida. Degna del Paese dove è radicato il senso della famigghia.


Qualche link utile per saperne di più sul diritto al congedo di maternità:
INPS
Camera dei Deputati
INAIL
Immagine:
Maternità di Keith Haring

mercoledì 21 aprile 2010

Amici della Terra, almeno per un giorno


Domani si celebra l'Earth Day. Un'occasione per ribadire ancora una volta quanto sia importante proteggere la Terra e guardare con riverenza alla Natura.
Mammafelice lancia una semplice proposta: perchè non prioviamo a mettere in atto dieci piccoli banali accorgimenti per essere amici della Terra almeno domani? Non cambierà il mondo, certo, e nulla farà contro i cambiamenti climatici, ma secondo me se coinvolgiamo anche i nostri bambini in questa giornata un po' speciale lanceremo un sassolino nello stagno e magari, chissà, tornerà indietro tra qualche anno.

Mammafelice propone dieci cambiamenti da attuare almeno per un giorno.
Io aggiungo:

- andare a lavoro a piedi
- spegnere le luci e i led degli elettrodomestici
- piantare insieme al nano una nuova piantina
- buttare di meno e spremersi le meningi per riciclare o dare nuova vita a oggetti e imballaggi
- comprare solo verdure di stagione

Chi più he più ne metta. Almeno per un giorno...

giovedì 11 marzo 2010

Part time per le mamme? Fa bene anche alla salute dei figli

Ci provano ancora. A farci sentire in colpa perché tentiamo, generalmente senza un attimo di respiro, di conciliare la nostra maternità con i nostri interessi, il nostro lavoro e la nostra vita.
Era già successo che qualcuno dicesse che se noi lavoriamo i nostri figli cresceranno a merendine e televisione e diventeranno grassi e malati. Adesso per addolcire un po’ la pillola questi ricercatori australiani concludono che se lavoriamo può anche andar bene, ma solo part-time.

Magari! La metà delle madri che conosco sogna un orario flessibile o un part-time come la vincita al superenalotto. Che esagerata, direte voi: un superenalotto è proprio evento unico. Perché l’approvazione di una richiesta di part-time non lo è?

Insomma questi studiosi hanno analizzato circa 4500 bambini in età pre-scolare e le loro madri e hanno concluso che i figli delle donne che lavoravano tutto il giorno avevano più rischi di diventare obesi in capo a due anni a causa di un’alimentazione sbagliata e uno stile di vita sedentario e poco sano. Meglio la stay at home mum allora? Niente affatto, anche i figli delle donne che avevano scelto di stare a casa non erano esenti da rischi. Forse a causa dei continui manicaretti preparati dalle mamme? Boh!
L’ideale, insomma, per la salute dei bambini sarebbe che le mamme lavorino part-time.

Non c'è bisogno di tutti gli studi che sto leggendo in questi ultimi tempi sull’argomento per convincerci di questa teoria. Basterebbe chiederlo a noi e risponderemmo che un orario flessibile è l’ideale, ci renderebbe donne felici, realizzate, mamme amorevoli e presenti, ma non soffocanti.

Una mamma felice è la mamma migliore del mondo? Questo bisognerebbe chiederlo ai nostri bambini.
Intanto qualcosa, seppure solo in previsione, si muove….

Image: Mother with Baby

venerdì 15 maggio 2009

Perchè non aiutare una mamma che vive lontano?




Credo fermamente nella solidarietà. Soprattutto nella solidarietà femminile. Perché le donne tutto o quasi sanno.
E tutte le necessità dei figli per le mamme diventano una priorità.
Credo anche nel sostegno concreto e non nel sussidio, non nell’assistenzialismo fine a se stesso che ha il sapore della carità.
Per questo mi interessa molto l’attività di Muhammad Yunus e della sua Banca dei Poveri. Premio Nobel per la Pace nel 2006, Yunus ha inventato il concetto di microcredito: prestare somme che per noi sono un’inezia a persone per le quali invece sono cifre enormi, utili per avviare un’attività, comprare una capra o un telaio.
La Banca dei Poveri presta soprattutto alle donne. Perché è emerso senza alcun dubbio che le donne rimborsano i prestiti e usano i soldi per avviare davvero un’attività che diventi fonte di sostentamento per la famiglia. Non solo, non appena raggiungono un minimo di auto-sussistenza economica pensano ai figli, garantendo loro una istruzione scolastica e contribuendo significativamente al progresso umano e culturale della propria comunità.
In una parola, le donne sono più affidabili e i dati statistici dimostrano che la maggior parte dei prestiti al femminile vengono restituiti.
Sull’onda di queste esperienze mi colpisce il comunicato stampa che la Fondazione Pangea Onlus mi ha inviato per presentare la campagna “Sostieni una Mamma. Sostieni il Futuro”.
Non si tratta dei programmi, ormai molto radicati, di adozione e sostegno a distanza, ma di una forma di collaborazione tra donne che supera i confini e diventa strumento di solidarietà tipicamente femminile.
Con 82 centesimi al giorno possiamo aiutare una mamma che, dall’altra parte del mondo, nelle zone più povere del pianeta, cerca di costruirsi un futuro possibile e di regalarlo ai suoi figli. Si tratta, come spiega Pangea, di aiutarla in un suo percorso di riscatto economico e sociale in comunità indiane, afgane, congolesi o nepalesi.
Con trecento euro l’anno possiamo aiutare una mamma a frequentare prima di tutto un corso di alfabetizzazione e contabilità e poi garantirle un microcredito di 150/200 euro che lei potrà utilizzare per dare vita a un’attività imprenditoriale.
Verranno aiutate anche le mamme che non hanno ancora specifiche competenze: potranno, ad esempio, frequentare un corso di sartoria e acquistare con il loro microcredito le attrezzature per prestare l’opera sartoriale all’interno della loro comunità.
Non solo, le mamme e future mamme verranno avviate a corsi di informazione igienico-sanitaria e verranno garantite visite ginecologiche ed ecografie alle donne incinte al fine di ridurre il tasso di mortalità al momento del parto.
Un obiettivo davvero sensibile questo della riduzione della mortalità legata al parto: basti pensare che la gravidanza, evento assolutamente fisiologico nella vita di una donna, è la principale causa di morte tra le donne in età fertile nel 99% dei paesi in via di Sviluppo e che ogni anno 536mila neomamme muoiono nel dare alla luce i propri figli.
Per info: Pangeaonlus.org

lunedì 20 aprile 2009

In una coppia su tre con il primo figlio arriva anche la crisi

Non è proprio una novità.
Cioè, a questa banale conclusione potevamo arrivarci pure noi mamme e neomamme, mogli, donne, amiche di amiche senza scomodare una intera equipe di ricercatori. La banale conclusione è: l’arrivo del primo figlio crea una frattura tra marito e moglie aprendo a crisi inaspettate e molto serie.
A permeare di valenza scientifica con tanto di letteratura in merito uno dei più diffusi argomenti da chiacchiere al femminile post partum è stato un gruppo di ricerca della Texas A&M University, il cui studio ha trovato spazio sulle pagine del Journal of Personality and Social Psychology.
Ebbene questi scienziati hanno chiesto a 218 coppie di sposi di circa 26 anni – 132 delle quali avevano concepito il primo figlio durante i primi 8 anni di matrimonio e 86 non avevano figli – di raccontare lo stato della loro vita coniugale e della loro felicità matrimoniale.
Risultato: una donna su tre riferiva di avere avuto problemi al momento della nascita del primo figlio. Problemi che erano stati ancora più difficili da superare se il nuovo arrivato era di sesso femminile. I padri, infatti, avevano avuto maggiori difficoltà ad accettare il cambiamento e ad accudire il neonato, in particolar modo se si trattava di una bambina; ciò che le mamme lamentavano era soprattutto la mancanza di collaborazione e di sostegno morale.
Si tratta, naturalmente, di uno studio puramente statistico ma questi dati sembrano confermare che se all’inizio qualcuno ci ricordava di goderci la vita da sposini o da fidanzati, perché con i figli sarebbe cambiato tutto, un motivo c’è.
Appurato il dato, non posso fare a meno di chiedermi quanto le differenze di atteggiamento con il quale maschi e femmine affrontano l’arrivo del cucciolo giochino un ruolo determinante nell’aprirsi della crisi. Leggevo qualche giorno fa un post di

venerdì 27 marzo 2009

Flash News


Cosa vi sembra questa foto?
L’ultima di Scherzi a Parte ai danni di qualche nostro attempato politico?
Una parodia della ministra francese Rachida Dati?
Un frammento di una manifestazione femminista che gira su You Toube?

Ve lo dico.
E’ l’eurodeputata danese Hanne Dahl, neomamma, che non se l’è sentita di perdersi un’importante votazione all’europarlamento, ma nemmeno di lasciare la sua piccolina di poche settimane. E così tra lo stupore e anche i complimenti dei colleghi si è presentata in aula. Una grigia aula parlamentare piena di seriosi deputati che per un giorno ha vissuto di luce propria.