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giovedì 17 maggio 2012

Bambini poveri: in Italia 1 su 4

Un bambino su 4 in Italia e a rischio povertà. Un dato allarmante che è contenuto nell'ultimo dossier "Il paese di Pollicino" di Save the Children.

Per sensibilizzare i politici e le istituzioni è stata lanciata una campagna "Ricordiamoci dell'infanzia". Un'azione urgente, motivata anche dal fatto che sembra che gli adulti si siano dimenticati dei bambini e delle loro necessità. "Altrimenti - scrive Save the children - il nostro Paese sarebbe già corso ai ripari di fronte ai dati drammatici che ci posizionano ai primi posti della classifica europea sul rischio povertà minorile, e alla loro escalation negli anni".

La percentuale di bambini a rischio povertà è tra le più alte d'Europa: lo è il 22,6% dei bambini e uno su 3 se si guarda ai piccoli con un solo genitore e i figli delle giovani coppie dove il rischio colpisce un minore su 2.

Colpisce il dato relativo ai figli di genitori under 35, magari con un solo genitore che lavora con un contratto precario: in questa fascia i bambini a rischio sono il 47,8%, un dato salito del 10% negli ultimi 15 anni. Nel sud e nelle isole il picco più alto: 40% dei bambini a rishcio nel Sud e il 44,7% nelle isole.

Per combattere il fenomeno cosa si fa? Poco o niente, denuncia Save The Children. L`Italia si colloca, infatti, agli ultimi posti in Europa per finanziamenti a favore delle famiglie, infanzia e maternità: 1,3% del Pil contro 2,2% della media europea. Leggendo questi dati c'è forse da stupirsi se molte coppie rimandano o addirittura rinunciano ad avere un figlio?

giovedì 3 marzo 2011

Telelavoro: il Ministro ci prova sul serio

Nuove proposte in tema di conciliazione. Il ministro del Welfare Sacconi ha elaborato una bozza di linee guida sul tema della conciliazione tra tempi di vita e di lavoro. "L'obiettivo -ha spiegato il ministro- è di favorire la conciliazione dei tempi di lavoro e dei tempi di famiglia attraverso la modulazione della flessibilità dell'orario di lavoro".

In particolare, la bozza prevede l'introduzione di regimi di orario di lavoro modulati su base semestrale o annuale a fronte di impegni contrattuali per la conciliazione. Nel testo si sottolinea l'importanza della necessità di "incentivare un maggiore e migliore utilizzo su base volontaria e compatibilmente con le esigenze aziendali, del telelavoro e di tipologie contrattuali come part time, lavoro ripartito, lavoro intermittente". Il documento inoltre sottolinea che "le politiche aziendali di conciliazione possono beneficiare delle misure fiscali di detassazione del salario di produttività".

Tra i diversi punti previsti dal documento presentato da Sacconi: la possibilità per il lavoratore padre e la lavoratrice madre, di beneficiare, entro i primi tre anni di vita del bambino, di particolari forme di flessibilità di orario in entrata e in uscita. Inoltre, è prevista la trasformazione temporanea del rapporto di lavoro a tempo pieno in tempo parziale, per i primi 5 anni di vita del bambino o in caso di particolari esigenze di cura per genitori o altri familiari.

La bozza di intesa prevede l'impegno, al rientro dalla maternità, di assegnare alla lavoratrice le stesse mansioni che svolgeva in precedenza oppure mansioni che non vanifichino la professionalità e l'esperienza già acquisite.

Altra agevolazione prevista è la possibilità di ricorrere a una 'banca delle ore', e dove possibile, a meccanismi di banca-ore dedicati in particolare a genitori di bambini in età fino a 24 mesi. E ancora, l'opportunità di usufruire di un orario di lavoro 'concentrato', ossia un orario 'continuato' dei propri turni giornalieri.

La bozza è stata approvata dai sindacati e adesso la parola passa a un tavolo tecnico che esaminerà le proposte e studierà le modalità per metterle in pratica.
Fonte: Adnkronos

martedì 25 gennaio 2011

La maternità migliora il cervello delle donne

Qualche giorno fa una mia cara amica, nonché giovane mamma 35enne, mi raccontava che poco prima aveva stirato tenendo la sua ultimogenita (di neanche 2 mesi) "appollaiata" dietro alla schiena grazie alla fascia/marsupio e con la sua primogenita (di neanche 2 anni) che giocava a poca distanza da lei con la sua tastiera di suoni e versi degli animali della fattoria. Suoni e versi che lei le insegnava a ripetere.

Una super mamma? No una mamma come molte secondo quanto riportato dalla scrittrice e giornalista Katherine Ellison nel suo libro di prossima uscita (il 26 gennaio per Rizzoli) "Il cervello della mamme", di cui Repubblica (il 19 gennaio) ha riportato le tesi principali.

Secondo la Ellison - che si rifà ad alcune ricerche condotte dall'Università di Yale - il diventare mamma migliora il cervello delle donne ovvero ne sviluppa particolari caratteristiche fino ad allora sopite. Il cervello infatti si espande: gesti e azioni - condotte in un colpo solo - si raddoppiano (vedi l'esempio iniziale) e nello stesso tempo si affina la capacità di selezionare le priorità.

Inoltre l'ormone dell'ossitocina - caratteristico di tutto il periodo del parto e del puerperio - stimola e amplia le capacità sociali e produttive. Un ampliamento che rimane nell'intelligenza femminile e si trasforma in intelligenza emozionale, plasticità, capacità di relazione.
Del resto quando i nostri bimbi non sono ancora in grado di raccontaci con la loro voce cosa sentono, non siamo forse noi che interpretiamo il loro pianto, i gesti delle braccia e delle gambe, della bocca e della lingua?
Dunque un nuovo approccio al "pensiero materno" che ribalta molti luoghi comuni sulle donne/mamme e che sarebbe da consigliare a molti datori di lavoro italiani...

Consiglio di lettura: sullo stesso argomento, "Pensare per due" di Massimo Ammaniti per Laterza.

lunedì 22 novembre 2010

Partorire: il Ministro annuncia una piccola rivoluzione



Rimarranno solo parole, come quelle dei predecessori, illustri e pur carichi di buone intenzioni?
Il Ministro della Salute Ferruccio Fazio si unisce al coro di quelli che dichiarano che l’epidurale è un diritto per tutte e che se si garantisse l’accesso gratuito all’anestesia epidurale in tutti gli ospedali italiani si riuscirebbe finalmente a ridurre la percentuale di parti cesarei che oggi sfiora, nel nostro Paese, il 40% dei parti, a fronte di un 15% indicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come tetto massimo.

Non c’è dubbio che garantire l’epidurale a chi ne fa richiesta significherebbe far salire l’Italia un gradino più su nella scala della civiltà, ma lavorare in tal senso potrebbe contribuire anche a ottenere l’obiettivo di ridurre il numero di parti cesarei.
Fazio annuncia di voler ridisegnare il percorso nascita in Italia e di aver stilato, in sinergia con la Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia e l’Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani, un elenco di priorità:

1) chiudere i centri nascita italiani dove avvengono meno di 500 parti all’anno. Questi centri così piccoli verranno inglobati in quelli più grandi: “bisogna superare la logica dell’ospedale sotto casa””, ha dichiarato il Ministro, che punta ad evere ospedali più grandi, più sicuri e con un'assistenza 24 ore su 24

2) garantire l’epidurale per tutte le partorienti che ne fanno richiesta. Oggi solo il 16% dei centri nascita in Italia offre l’epidurale e non certo perché le donne desiderino TUTTE un parto con dolore (anche perché laddove l’epidurale è garantita ne fa richiesta il 90% delle partorienti!): la causa è da ricercare nella mancanza di fondi e nella carenza di anestesisti e a farne le spese sono soprattutto le donne

3) investire nella formazione e nella promozione del parto vaginale, con l’obiettivo dichiarato di ridurre l’incidenza del parto cesareo, il che significa anche rivalutare il parto fisiologico dal punto di vista economico dal momento che una parto normale vale tra i 1200 e i 2000 euro: meno di un’artroscopia.

Per far questo bisognerà investire, stanziare fondi, formare gli anestesisti, convincere le Regioni a destinare fondi a questa operazione. Praticamente si tratterà di superare gli ostacoli che si sono trovati davanti anche i predecessori dell’attuale Ministro.
Riuscirà il nostro eroe?

martedì 9 novembre 2010

I papà due settimane a casa: premio o punizione?



Al Parlamento Europeo decidono, forse pure sull’onda di emozione provocata dalla decisione dell’eurodeputata Licia Ronzulli di andare a lavoro portandosi addosso la figlioletta di pochi mesi, di provare ad allungare i tempi di congedo per maternità o meglio di equiparare i tempi di congedo fra tutti i Paesi membri.

La proposta è: 20 settimane per le mamme a stipendio pieno (oggi in alcuni Paesi europei si sta a casa per 14 settimane, ma in Italia le venti le abbiamo già, seppure all’80% dello stipendio) e due settimane obbligatorie, a stipendio pieno, per il papà (oggi se il papà lo chiede può stare a casa per cinque mesi ma al 30% dello stipendio lordo).

Per ora se ne discute. Non si vedrà alcuna novità prima del 2011.
Ma mi chiedo: cosa cambierebbe in Italia se questa normativa venisse approvata? Quali sarebbero i vantaggi per la mamma e per il papà? La domanda sorge spontanea soprattutto leggendo questi dati Istat.

La mia esperienza personale è questa.
Quando nacque nostro figlio, mio marito decise che voleva rimanere a casa per un mese. Le condizioni professionali lo permettevano e così fu. Ricordo che i suoi colleghi sorridevano e gli dicevano: “vedrai che alla fine non vedrai l’ora di venire a lavoro”.

Nostro figlio era un angelo. Mangiava e dormiva e alla fine per noi fu come una piccola vacanza. Insomma, mio marito se l’è cavata ed è tornato a lavorare dopo un mese soddisfatto di se stesso e quasi quasi con il pensiero che in fondo “cos’era tutto questo gran parlare di depressione post parto e difficoltà con un neonato”.

Sei mesi dopo la scena era un po’ diversa. Io mi barcamenavano tra un lavoro imprenditoriale, i sensi di colpa per essere dovuta tornare a lavoro dopo soli tre mesi dalla nascita del piccolo e un bel po’ di difficoltà. Lui lavorava a tempo pieno. Un giorno rimase a casa e arrivati alla sera, dopo una lunga sequenza di latte, lavoro, spesa, lavoro, lavatrici, stendo e stiro, lavoro, cacchina e vomitino, giochino e lavoro, pranzo e cena, mi ha guardato e ha detto la sacrosanta verità: “certo che tutta la giornata è difficile eh?”.

La mia esperienza mi porta a concludere che:

- bello permettere, anzi obbligare i padri, a stare a casa per due settimane dopo la nascita perché così si favorisce l’instaurarsi di un legame che non sia solo madre/figlio, ma anche padre/figlio, perché per una neomamma poter condividere l’ansia e le difficoltà dei primi tempi con il proprio compagno sarebbe molto utile, perché forse aiuterebbe anche la coppia ad affrontare meglio questo travolgente cambiamento;

- inutile cantare vittoria perché il punto non è questo: alla fine delle due settimane la maggior parte dei padri tornerà alla sua vita di sempre pensando che in fondo non è così difficile (se il bambino è un angioletto), oppure ringraziando il datore di lavoro perché l’obbligo è di sole due settimane (se il bambino è un diavoletto) e alla fine tutto o quasi tornerà come sempre:

la mamma impegnata in una folle corsa a tentare di far tutto, assolvere a tutti gli impegni, assecondare l’immagine che ha di sé stessa, tentare di riprendere il filo della propria vita, cercare di ricordarsi perché lavora, cercare di ricordarsi com’era la vita di prima, tenere a bada i sensi di colpa e, tra un affanno e l’altro, ripetersi come un mantra che in fondo…. “l’importante è il tempo di qualità”.

venerdì 15 ottobre 2010

Da Mamma a Mamma...



Questo blog è nato più di un anno e mezzo fa. E’ nato sull’onda del lavoro che svolgo ogni giorno (e che mi permette di avere accesso a un bel po’ di fonti di informazione scientifica) e della curiosità che ho sempre avuto per i temi della ricerca.
E’ nato perché, al di là di ogni aspettativa, la maternità è stata per me un’occasione straordinaria di crescita personale, un momento per scoprire una insospettata parte di me e non potevo lasciar fluire via queste emozioni senza cercare di fissarle nel modo in cui ho sempre fatto sin da bambina. Scrivendo.

Per tutto questo tempo ho soddisfatto la mia curiosità e quella delle mamme che ho conosciuto grazie alla rete (mamme blogger, ma anche le mamme che ho conosciuto con il profilo su Facebook) con la stesura di post riguardanti la ricerca e la medicina nel mondo mamma/bambino.
Poi questo aspetto della mia vita si è trasformato, passando da semplice passatempo a lavoro.

Pagine Mamma è nato così. Ci sono voluti quasi nove mesi (!?!) perché io, le mie collaboratrici e il team di sole donne di Publicis Healthware International, una importante e-health company specializzata nella comunicazione che realizza, tra gli altri, uno dei portali di salute più conosciuti d’Italia (Pagine Mediche.it), riuscissimo a mettere online questo portale.
Il portale non è nuovo nella sua concezione. Ne esistono di numerosi che offrono informazioni sulla gravidanza, il parto e la salute e in questo senso Pagine Mamma non è da meno (si trovano, infatti, informazioni dettagliate sul concepimento, sulla gravidanza, sul parto e sulla salute del bambino fino ai sei anni, ma anche strumenti interattivi, come il calcolo dell’ovulazione o della data presunta del parto).

Ma quello che mi rende orgogliosa di questo prodotto è che è uno strumento davvero utile per le mamme e future mamme che vogliono tenersi aggiornate e voglio avere accesso ad informazioni accreditate e autorevoli, scritte in un linguaggio semplice e comprensibile.

Ecco, paginemamma.it è il nuovo strumento di informazione destinato alle mamme che stanno al passo coi tempi, che vogliono essere informate e che scelgono di affidarsi ad una rete di informazioni che coniuga il sapere dei professionisti di paginemediche.it (un portale che riceve circa tre milioni di visite al mese!) con quello delle mamme.

Su Pagine Mamma troverete non soltanto le informazioni sulla gravidanza e la salute, ma anche le ultime notizie sul mondo della maternità e dell’infanzia, i consigli da mamma a mamma, le risposte degli esperti, principalmente pediatri e ginecologi, alle domande più comuni delle mamme, numerosi spunti di lettura e tante curiosità, con un’attenzione alla moda e al modo del tutto unico e speciale di essere mamma al giorno d’oggi.

Spero che questo nuovo prodotto editoriale vi piaccia e capirete se da oggi su Mamma News troveranno spazio soprattutto riflessioni personali, articoli riguardanti notizie di attualità e molto altro, invece che post riguardanti la medicina.
Quelli li trovate su Pagine Mamma!

venerdì 1 ottobre 2010

Nelle sale parto d'Italia si litiga continuamente. Oppure no...



Premessa: provo tenerezza, sgomento e solidarietà per le famiglie che nelle ultime settimane hanno visto trasformare il momento più bello della loro vita (quello della nascita di un bambino) in un incubo dal quale non si sveglieranno mai più. La nascita dovrebbe essere un evento carico di gioia (e per la maggior parte delle famiglie è così), e quando accadono tragedie come quelle che stanno riempiendo i giornali mi si stringe il cuore e mi dico che sono fortunata perché come dice mia nonna “stiamo sotto al cielo”.

Ora, fatta questa fondamentale premessa che dovrebbe scongiurare il rischio di commenti del tipo “non hai pietà per queste famiglie”, esprimo la mia perplessità di fronte a questa epidemia di liti in sala parto, medici fanatici privi di qualsiasi morale, casi di malasanità che affollano i giornali.

I giornalisti ci marciano. Lo so per esperienza. Se si crea un caso si ha materiale per fare i titoloni per settimane. Una volta fu l’epoca dei cani che azzannavano a morte le persone (e per un periodo sembrava che l’Italia fosse invasa da cani assatanati e fuori controllo), poi più nulla, anche se magari ogni tanto ancora capita che un cane azzanni un bambino, poi vennero i casi di influenza dei quali i media sentivano l’urgenza di informarci ogni giorno con una specie di countdown e adesso è la volta del “caso delle liti in sala parto”.

Da qualche parte ci sarà senz’altro (probabilmente nel primo caso, quello avvenuto a Messina, anche se l’inchiesta sta ancora chiarendo i fatti) una coppia di medici che ha dimenticato il motivo per il quale fa questo lavoro e ha sprecato tempo prezioso a litigare sull’eventualità o meno di praticare un taglio cesareo (un talebano fanatico del naturale a tutti i costi esisterà certamente, così come quello dal bisturi facile “un taglio e via in dieci minuti”: incontrarsi nella stessa sala parto può essere deflagrante).

Ma poi è stato tutto un fiorire di liti tra medici, bambini nati con problemi di invalidità e ovviamente di denunce: quale sarà stato il ruolo giocato da solerti avvocati desiderosi di “fare giustizia” nella scelta dei genitori di fare causa all’ospedale (anche dopo mesi) per ottenere un risarcimento? E quale ruolo ha giocato il solito circo mediatico allestito attorno a una succulenta epidemia di liti in sala parto?

Parti andati male, famiglie distrutte, avvocati e media: un circolo vizioso che contribuisce ad alimentare una diffusa sfiducia nei confronti della classe medica e della Sanità in Italia, tanto che secondo i dati nell’ultimo mese si è registrato un significativo aumento del numero di denunce ai medici nelle ultime settimane.

Non c'è dubbio che sia necessario e urgente ripensare ad una nuova organizzazione dei Reparti di Ostetricia e Ginecologia dei nostri Ospedali, lavorare su una maggiore umanizzazione della classe medica, su una maggiore attenzione alla mamma e alle sue esigenze, così come è importante informare la mamma sui rischi che sta correndo, ma questi ed altri aspetti - che vanno migliorati e affrontati - non devono essere strumentalizzati al fine di instillare nell'opinione pubblica l'idea che in Italia non sia sicuro partorire perchè in realtà l'Italia è il posto dove si registra la più bassa mortalità materna di tutto il mondo.

mercoledì 22 settembre 2010

Mantenere unita la coppia dopo l'arrivo di un bambino



Salvare la coppia dall’uragano/bambino? A volte sembra essere davvero un’impresa difficile. I neonati piangono, non dormono, pretendono, catalizzano coccole, attenzione e amore. Un urgano che si abbatte sulla coppia che spesso arriva alla nascita impreparata e spesso carica di aspettative e certezze che poi si rivelano inconsistenti.

I dati rivelano che una coppia su tre entra in crisi dopo l’arrivo del primo figlio. Spesso sento ripetere da futuri genitori in trepidante attesa che “non cambierà niente”, che “sarà il bambino ad adattarsi e non noi a lui” e giù altre frasi del genere.
Lo dicevo anche io. Oggi so che è un errore crearsi aspettative così enormi. Perché non è vero che non cambia niente: cambia tutto. non è vero che si adatterà lui alla tua vita: sarà la coppia a doversi adattare ai ritmi di vita di un neonato. Ritmi di vita basilari - nanna, pappa, cacca, coccole - ma che nella loro apparente banalità richiedono a una coppia che prima usciva, non tornava, non mangiava, faceva le ore piccole e sesso o un film sul divano quando voleva, di darsi una regolata, di fissare delle regole. In altre parole di adattarsi alle necessità basilari ma non rinviabili di un neonato. Pena un bambino isterico, piangente, arrabbiato. E allora sì che si va in crisi. E non solo di coppia.

Insomma, agli amici che scoprono di aspettare un bambino e che dicono che tanto nulla cambierà dico di non farsi illusioni e che essere consapevoli che ciò che sta accadendo è un cambiamento epocale, per i singoli e per la coppia, aiuta ad affrontare l’arrivo di un bambino con la giusta dose di lucidità e maturità. Con ciò non dico che bisogna annullarsi come coppia o come persone, ma certamente è bene caricarsi di pazienza, saggezza zen, flessibilità e buonumore per affrontare la sfida del diventare famiglia.

Leggo sulla BBC qualche consiglio per mantenere unita la coppia.
Comunicare è la chiave per superare la fase difficile: parlarsi, progettare, organizzarsi, manifestare sentimenti e difficoltà, consolarsi e sostenersi a vicenda.
Ma anche: passare del tempo insieme, anche se non è come prima, anche se sembra poco e sembra rubato. E’ tempo prezioso e va trovato (e goduto) assolutamente.
Fare piccoli progetti per la famiglia e organizzare uscite e programmi da fare insieme.
Condividere sogni e speranze.
Chiedere ciò di cui si ha bisogno: smettiamola (soprattutto noi donne) di pensare che il nostro compagno debba saperci leggere nella mente e anticipare i nostri bisogni. Chiediamo senza farci tanti problemi.
Parlare di soldi insieme e ipotizzare un budget familiare nuovo.
Trovare occasione per ridere insieme.
Mi sembrano tutti consigli efficaci. Aggiungerei: non mollare e ricordare che i primi tempi possono essere difficili ma passeranno. Bisogna allenarsi a diventare genitori e dare tempo alla coppia di riassestarsi su nuovi equilibri.

martedì 29 giugno 2010

L'orologio biologico diventa un incubo? Qualcuna pensa a crioconservarsi gli ovuli

L’orologio biologico batte inesorabilmente i suoi colpi? Il terrore di essere in ritardo e di non poter avere figli vi perseguita? La folle e a volte necessaria corsa al successo, alla carriera, all’uomo giusto vi impedisce di soddisfare il vostro desiderio di maternità?

La scienza corre in aiuto delle donne che sulla soglia dei 40 iniziano a pensare che non ce la faranno. In una clinica belga stanno provvedendo a congelare gli ovuli per poterli poi scongelare quando il momento giusto sarà arrivato.
Uno studio condotto su 200 studentesse di medicina ha dimostrato che otto su dieci prenderebbero in considerazione l’idea di congelare gli ovuli per assicurarsi una fertilità più duratura.

La tecnica di crioconservazione degli ovuli è relativamente recente ma abbastanza sicura ed efficace. Se l’ovulo proviene da una donna giovane e in buona salute ci sono ottime probabilità che la cosa riesca, ma al momento sono di più le donne che si avviano verso i quaranta a rendere in seria considerazione questa opportunità, vista un po’ come un’ultima spiaggia. Il costo della crio-conservazione degli ovuli si aggira intorno alle tremila sterline.

giovedì 24 giugno 2010

Il latte delle mamme milanesi è più inquinato di quello delle napoletane

Parlo di nuovo di latte, ma non posso farne a meno perché questa notizia del latte contaminato mi colpisce. In pratica alcuni ricercatori hanno analizzato i campioni di latte prelevati da 63 mamme, alcune di Piacenza, altre di Milano e altre della provincia di Napoli (Giugliano, luogo funestato ancora oggi dalla presenza di cumuli di spazzatura per le strade), ed è emerso che il latte delle mamme milanesi sarebbe più inquinato rispetto a quello delle mamme napoletane. Il risultato ha molto sorpreso i ricercatori che partivano dal presupposto che siccome le mamme napoletane avevano respirato fumo proveniente da roghi di spazzatura e chissà quali altri miasmi il loro latte sarebbe stato sicuramente più inquinato e più ricco di diossina.

E invece no.

Le mamme milanesi sono più in là con gli anni (in media hanno il primo figlio tra i 30 e i 40 anni, mentre a Napoli la media è al di sotto dei 30 anni) e questa circostanza sembra influenzare davvero molto il livello di contaminazione del latte.
La buona notizia c’è: in generale il latte è meno inquinato rispetto agli anni scorsi.
I livelli di diossina sono scesi del 60% negli ultimi vent’anni e anche le concentrazioni di altri inquinanti come i policlorobifenili (PCB) e altre sostanze tossiche sarebbe diminuita del 20%.
I ricercatori della Facoltà di agraria della sede di Piacenza dell'Università Cattolica, che hanno condotto le analisi, hanno spiegato che l’età della madre è determinante dal momento che la diossina e altre sostanze si accumulano nell’organismo attraverso il cibo e la respirazione. Quindi più si è grandi più diossina ci sarebbe nel sangue.
Niente paura, però: anche le mamme milanesi hanno dei valori di diossina per nulla allarmanti. La diossina che si trova le latte materno viene naturalizzata dall’organismo e i livelli registrati sono molto inferiori ai limiti imposti dalla legge (tra i più bassi in Europa).

lunedì 3 maggio 2010

Congedo di maternità: un diritto, anzi un valore

Giorni fa leggevo un pezzo scritto da Sarah Fraser sul Times che commentava la notizia che l’Italia è il Paese più sicuro al mondo dove partorire. La Fraser ha partorito sia in Gran Bretagna che in Italia e dice chiaramente di non essere affatto sorpresa della classifica che vede l’Italia fare la parte del leone, perché la sua esperienza conferma in assoluto questi dati.

Non solo, la giornalista indica nella legge che regola, in Italia, il congedo per maternità una possibile causa di questo primato: in Italia, scrive la Fraser, la mamma può dedicarsi alla sua maternità fino a un massimo di 24 mesi mentre in Gran Bretagna non si superano i 12 mesi e questo gioca un ruolo importante nel favorire la salute e il benessere della madre.

La teoria è affascinante - anche se per quanto mi sforzi non riesco a capire come si possa allungare il congedo parentale fino a 24 mesi (se qualcuno ne è capace mi sveli il mistero per favore!) – e mi torna utile adesso che scrivo questo post per commentare l’intervista che Maria Stella Gelmini, di professione Ministro dell’Istruzione e neomamma, ha rilasciato qualche giorno fa al Corriere della Sera e che ha fatto andare su tutte le furie le mamme fuori e dentro la rete.

Ci ho messo un po’ a elaborare la cosa e a capire cosa ne pensavo veramente, perché in fondo io ho vissuto la maternità un po’ a casa e un po’ al lavoro, senza godermela quanto avrei voluto ed è stato un sacrificio. Sono tornata a lavoro dopo nemmeno tre mesi dalla nascita di mio figlio perché sono una lavoratrice autonoma e non c’era modo di convincere clienti e incarichi a vivere con sana lentezza e a prendersi una pausa pure loro.

Quindi leggere che il Ministro Gelmini dopo SOLO DIECI giorni dalla nascita della figlia era già a lavoro, seppure a casa sua, che secondo lei


è complicato conciliare il lavoro con la maternità, ma penso che siano poche quelle che possono davvero permettersi di stare a casa per mesi. Bisogna accettare di fare sacrifici.

E che


le donne normali che lavorano dopo il parto e sono costrette a stare a casa sono delle privilegiate



non mi ha sconvolto più di tanto. In questi anni una marea di donne che conosco, impiegate o dipendenti, non si sono godute soltanto il SACROSANTO periodo di maternità che spetta di DIRITTO e che è anche un obbligo previsto dalla legge. Ma hanno fatto carte false (intendo proprio false) per stare a casa dodici mesi e più. Dal diritto alla truffa.

Io i dodici mesi a casa con mio figlio me li sogno (libero professionista = precaria = sempre a lavoro) e forse pure li temo.

Questo per dire che il discorso della Gelmini in fondo non mi era del tutto ostico - dopo tre mesi ero a lavoro, mi dispiaceva, ma potevo organizzarmi orari e giorni in modo personale e flessibile (esattamente come probabilmente farà la Gelmini o la D’Amico che lei stessa portava ad esempio)- e che, all’inizio, questa intervista aveva un sapore familiare, qualcosa di comprensibile e di già vissuto.

Poi mi sono detta no.

No. Perché queste dichiarazioni e questo modo di pensare trovano un proprio significato solo se le incastriamo nella nostra vita di tutti i giorni, fatta di impegni, di responsabilità, di lavoro, lavoro, lavoro. Una vita di corsa, della quale spesso si perde il senso.

No. Perché quando nasce un bambino la nostra vita dovrebbe rallentare, prendersi una pausa perché la nascita e il parto sono due momenti assolutamente irripetibili, che ti lasciano sgomenta, spaventata, travolta da una soddisfazione e da una gratificazione che mai avresti immaginato, da una inesauribile energia e voglia di stare con il tuo bambino.

No. Perché mai verrebbe in mente a una neomamma di andare a lavorare dopo dieci giorni. Se qualcuna ci riesce è solo perché non ha scelta o perché “bisogna fare sacrifici e non lagnarsi”.

No. Perché il bambino appena nato ha bisogno di stare con la mamma in un ambiente caldo, protetto e sereno. E’ un suo diritto e i suoi diritti vanno tutelati (non solo quelli dell’embrione/blastocisti che ha diritto alla vita anche a costo di rovinare quella della donna che lo ha accolto in grembo).

No. Perché quel periodo iniziale è irripetibile, dura un attimo poi si perde, a un tratto scompare. Quell’unione incredibile e improvvisa con il passare dei mesi si rafforza, assume le forme di un legame forte, stabile e duraturo. Ma quella tempesta di ormoni ed emozioni non torna più.

Secondo me questo periodo prezioso va tutelato ad ogni costo, a dispetto della folle corsa e delle urgenze lavorative. E’ vero, dobbiamo rimboccarci le maniche e francamente ce lo ricordiamo ogni giorno mentre ci sbattiamo avanti e indietro. Ma quando diventiamo mamme, quando incontriamo il nostro bambino, la priorità è solo poter stare con lui per conoscerci, abituarci a questo nuovo pazzo amore e poter consolidare un legame che poi, quando verrà il giusto momento di separarci per tornare a lavoro, non verrà intaccato dall’assenza e dal rimpianto.

Proprio oggi un lancio di agenzia ha reso note le dichiarazioni di Mara Carfagna, Ministro per le Pari Opportunità:

"l’accesso e la permanenza delle donne nel mercato del lavoro, la loro progressione in carriera e la tutela della maternità rientrano senza dubbio tra i principali obiettivi dell'azione del nostro Governo".

Ecco, tutelare il lavoro delle donne che diventano madri è un obiettivo da non dimenticare mai, ma anche fare in modo che le donne che diventano madri possano godere del congedo di maternità come un inalienabile diritto, promuovendo questo congedo come un autentico valore per la società, questa sì che sarebbe una gran bella sfida. Degna del Paese dove è radicato il senso della famigghia.


Qualche link utile per saperne di più sul diritto al congedo di maternità:
INPS
Camera dei Deputati
INAIL
Immagine:
Maternità di Keith Haring

martedì 27 aprile 2010

Dipendenza da aborto e maternità negata

Ho letto un’intervista con Irene Vilar e dire che sono rimasta sconcertata è un eufemismo. Non posso riuscire facilmente a capire in che modo e per quali strani labirinti dell’anima una donna possa rimanere incinta 15 volte in 16 anni e abortire altrettante volte.
Qui non si tratta di educazione e livello culturale (la Vilar conosceva benissimo i metodi per evitare una gravidanza sgradita) né di violenza o sopruso, qui si tratta di un disagio dell’anima così profondo da tramutarsi in una inesplicabile malattia psichica. Si chiama dipendenza da aborto e non so se è elencato nelle voci degli annali di psichiatria.

La donna si era innamorata di un uomo più grande di lei, suo professore: 17 anni lei, 50 lui che le aveva detto sin da subito che non avrebbe voluto dei figli e lei è rimasta al suo fianco per anni, assecondando questa sua volontà ma senza una reale accettazione, senza un autentico e armonico compromesso. E’ rimasta incinta ogni anno (per dodici volte di questo marito e per altre tre volte di un uomo che aveva conosciuto dopo il divorzio), cullandosi per un po’ nella realizzazione della maternità e ogni volta ha abortito. Sconcertante questa opprimente maternità negata e altrettanto sconcertante la complicità del marito che mai ha pensato di liberarla da questo crudele giogo o di portarla da uno psichiatra.

Oggi la Vilar ha fatto pace con se stessa e con la sua infanzia che certamente ha giocato un ruolo fondamentale nel processo di autodistruzione della maternità da lei avviato. La vita non era stata facile per lei: sua madre era stata sterilizzata dal governo statunitense a sua insaputa e si era suicidata mentre era in auto con lei che aveva solo otto anni, il padre era alcolizzato e due fratelli erano tossicodipendenti. Una vita allo sbando insomma e un desiderio di maternità così forte eppure così soggiogato da una volontà autodistruttiva e da una relazione che la rende succube e che le permette di sfogare il suo dolore sul suo corpo e sul desiderio di una maternità impossibile da realizzare. Lei stessa ammette di non capire ancora fino in fondo cosa l’abbia spinta a abbandonarsi a un’ossessione così enorme: “volevo solo mantenere il controllo della mia vita”, dichiara.
La Natura l’ha assecondata. Ha risposto al suo desiderio di maternità in modo così sfacciato da sembrare quasi crudele: per 15 anni le ha dato un’opportunità e per altrettante volte lei l’ha gettata via. Oggi, quando ha fatto pace con il suo vissuto, ha lasciato il professore ed è sposata con un altro, lavora e sente di aver finalmente raggiunto un punto di equilibrio, è anche madre di due bambine. Nell’intervista si dice molto sorpresa che il suo corpo non si sia ammalato a causa dei ripetuti aborti e che le abbia donato ancora non una ma due chanche di diventare madre. E questa volta le ha colte al volo.
Irene Vilar ha raccontato la sua storia in un’autobiografia “Scritto col mio sangue”, edita da Corbaccio.

lunedì 19 aprile 2010

Parti sicuri: L'Italia è la prima al mondo

L’Italia è al primo posto (sì, avete capito bene: primo posto) nella classifica dei parti sicuri.
Non si tratta della hit parade de noartri ma di una classifica stilata da Christopher Murray dell'Università di Washington di Seattle e pubblicata su The Lancet, la più autorevole rivista scientifica del mondo. Secondo questi esperti, in Italia le donne possono stare tranquille e partorire sicure. Il numero di decessi per parto è il più basso del mondo: non si arriva neanche a 4 ogni 100mila nascite.

Danimarca, Canada e Stati Uniti, invece, non ne escono benissimo: per loro la situazione è in stallo, né più su né più giù, solo che gli altri invece migliorano e quindi, che so, l’Albania supera la Gran Bretagna. Certo, non è tutto oro quel che luccica e abbiamo ancora molte cose su cui lavorare, ma l’Italia fa un figurone, quindi, piazzandosi saldamente al primo posto di una classifica di ben 180 Paesi di tutto il mondo. Maglia nera a tutti questi Paesi dove le mamme sono affette dall’HIV e dove le condizioni igienico-sanitarie sono estremamente carenti, mentre migliora la situazione in Egitto, Cina, Bolivia ed Ecuador.

Il numero di decessi per parto è globalmente sceso, nell’ultimo trentennio, da 500.000 all’anno a 343.000: “ci sono buone ragioni per essere ottimisti”, ha dichiarato il direttore di The Lancet, Richard Horton.
In effetti sembra di sì, ma la resa dei conti si avrà nel 2015 quando si valuterà il raggiungimento di uno degli otto Millenium Development Goals, gli obiettivi di sviluppo fissati dall’ONU: quello di una maggior tutela della salute materna.

Image: Maternità di Klimte

lunedì 29 marzo 2010

Bloggare fa bene alla salute

Condividere i propri pensieri sulla rete migliora il benessere emotivo degli adolescenti.
Uno studio della Ohio State University ha coinvolto 100 teen blogger che nel 2007 utilizzavano il portale Xanga (oggi ormai surclassato da Facebook) per condividere racconti e riflessioni sulla loro vita. E’, così, emerso che per chi svolgeva regolarmente questa attività il rischio di dover fare i conti con disturbi tipici dell’adolescenza, come difficoltà nello studio, isolamento sociale, droghe e promiscuità sessuale, era di molto inferiore rispetto alla media.
Gli studiosi hanno spiegato su Child and Adolescent Social Work Journal che i ragazzini che scrivevano avevano davvero pochi problemi legati all’umore e al comportamento.

Penso, ma non solo io, che il potere della scrittura e della condivisione abbia trovato da tempo nuove forme di espressione grazie alla rete. E le mamme blogger sono un esempio di quanto il racconto di se stesse e della propria esperienza di maternità rappresenti un’autentica opportunità terapeutica per affrontare la depressione e le difficoltà psicologiche del post-parto.

Un consiglio su come affrontare una colichetta oppure su come superare il senso di inadeguatezza che a volte ti attanaglia travalica i confini del semplice dialogo e si trasforma in uno strumento per uscire dalla depressione e dalla solitudine e assume i contorni della terapia di gruppo, della cura attraverso la condivisione.
Tempo fa Marilde riportò queste parole scritte un quarto di secolo fa da Annie Lecrerc.

Scriviamo perché c’è bisogno che si scriva. E non solo perché il passato, l’infanzia, gli odori, lo choc terribile e dolce dei primi corpi raggiungano attraverso il testo scritto la loro ultima incarnazione. E non solo perché le ferite originarie saturino, finalmente, i loro grandi lembi di dolore, di stupore, nelle parole scritte. Ma perché quello che non è stato scritto lo sia, perché il reale sia in qualche modo modificato, dilatato. Perché un piccolo spazio nuovo sia dato ad altri che vi troveranno di che respirare, di che crescere, di che parlare…”.

martedì 23 marzo 2010

Anche gli uomini, a volte, covano l'ovetto


Sarà capitato anche a voi o a qualche amica in dolce attesa di riconoscere nel partner qualche sintomo tipico della gravidanza: qualche chilo in più, nausea e vomito, voglia di particolari cibi, emicranie e insonnia, mal di denti e, in qualche caso davvero estremo, le doglie e i dolori del parto. Insomma per qualche futuro papà il desiderio di essere solidale con la propria compagna incinta può assumere davvero forme grottesche.
La Sindrome della Couvade (così si chiama in gergo tecnico) è più diffusa di quanto immaginiamo: solo negli Stati Uniti sembra che interessi il 90% dei padri (la solita megalomania statunitense), mentre in Europa varia da un 30% a un 60% dei neopapà.
Insomma un fenomeno interessante al punto che alcuni ricercatori dell’Università di Waikato in Nuova Zelanda se ne sono occupati. Secondo quanto spiegato dalla ricercatrice Irene Lichtwark si tratta di vere e proprie manifestazioni psicosomatiche legate alla paternità che sfiorano il patologico e che, in alcuni casi, si verificano anche in persone che sono vicine alla mamma, come la nonna o la suocera. Le cause di questa sindrome possono essere di varia natura e, sono da ricercare, ad esempio, nell’incapacità di gestire l’ansia per la propria paternità o quella per lo stato di salute della compagna, nella solidarietà nei confronti della partner oppure può essere un modo per prepararsi a diventare genitore.
La cosa conferma che in fondo anche i maschi possono andare soggetti a bizzarre forme di isteria e mi viene da ridere se immagino a come reagirebbe una donna incinta se la suocera iniziasse a ingrassare, vomitare e infine soffrire le doglie proprio come lei…

lunedì 15 marzo 2010

Sei incinta? Attenzione ai film che vedi!

Quando ero incinta, lo confesso, non ho rinunciato ai miei telefilm preferiti (in effetti, se ci penso, ho rinunciato a ben poco oltre che a grasse mangiate di prosciutto crudo!). Parlo di Dexter, Criminal Minds e CSI e molte altre: per chi non le conoscesse, sono serie tv al cardiopalma. Assassini, delitti efferati, serial killer che fingono di essere persone normali…non proprio un prodotto televisivo edulcorato e con il lieto fine.

Sono appassionata e non mi fanno paura, non mi hanno mai sconvolto più tanto, nemmeno quando aspettavo mio figlio e anche se mi sono domandata “ma gli farà male?”, mi sono risposta che in fondo se non avevo paura io perché avrebbe dovuto averne lui?
Insomma, se avessi guardato una cosa che mi provocava tachicardia, ansia e problemi emotivi sarebbe stato meglio evitare, ma per me era solo (ed è tuttora, anche se non ho più tutto questo tempo per godermele) un modo piacevole per rilassarmi.

Mi sovviene, quindi, il ricordo di me seduta comodamente sul divano mentre lo schermo si riempie di sangue a fiumi mentre leggo con un velato sorrisino questa ricerca nipponica pubblicata niente di meno che su New Scientist.
La teoria è: durante la gravidanza è consigliabile guardare solo film allegri. I ricercatori dell’Università di Nagasaki hanno fatto guardare degli spezzoni di film diversi fra loro ad alcune future mamme e hanno monitorato le reazioni dei feti. Il risultato è stato sorprendente: se andava in onda un tenero musical (quel “Tutti insieme appassionatamente” che ciascuno di noi ha visto almeno una volta nella vita), i piccoli danzavano a suon di musica, mentre di fronte a scene strappalacrime di un film impegnato come “Il campione” di Zeffirelli, si acquietavano fino quasi a immobilizzarsi.
Insomma, non c’è dubbio che le emozioni della mamma influenzino il benessere psicofisico del bebè. Ma questo, in fondo, già lo sapevamo.

giovedì 11 marzo 2010

Part time per le mamme? Fa bene anche alla salute dei figli

Ci provano ancora. A farci sentire in colpa perché tentiamo, generalmente senza un attimo di respiro, di conciliare la nostra maternità con i nostri interessi, il nostro lavoro e la nostra vita.
Era già successo che qualcuno dicesse che se noi lavoriamo i nostri figli cresceranno a merendine e televisione e diventeranno grassi e malati. Adesso per addolcire un po’ la pillola questi ricercatori australiani concludono che se lavoriamo può anche andar bene, ma solo part-time.

Magari! La metà delle madri che conosco sogna un orario flessibile o un part-time come la vincita al superenalotto. Che esagerata, direte voi: un superenalotto è proprio evento unico. Perché l’approvazione di una richiesta di part-time non lo è?

Insomma questi studiosi hanno analizzato circa 4500 bambini in età pre-scolare e le loro madri e hanno concluso che i figli delle donne che lavoravano tutto il giorno avevano più rischi di diventare obesi in capo a due anni a causa di un’alimentazione sbagliata e uno stile di vita sedentario e poco sano. Meglio la stay at home mum allora? Niente affatto, anche i figli delle donne che avevano scelto di stare a casa non erano esenti da rischi. Forse a causa dei continui manicaretti preparati dalle mamme? Boh!
L’ideale, insomma, per la salute dei bambini sarebbe che le mamme lavorino part-time.

Non c'è bisogno di tutti gli studi che sto leggendo in questi ultimi tempi sull’argomento per convincerci di questa teoria. Basterebbe chiederlo a noi e risponderemmo che un orario flessibile è l’ideale, ci renderebbe donne felici, realizzate, mamme amorevoli e presenti, ma non soffocanti.

Una mamma felice è la mamma migliore del mondo? Questo bisognerebbe chiederlo ai nostri bambini.
Intanto qualcosa, seppure solo in previsione, si muove….

Image: Mother with Baby

domenica 17 gennaio 2010

Per prevenire l’ipertensione…viva la maternità!

Non so a voi ma a me la maternità ha fatto bene. Non solo alla psiche e al cuore, ma intendo proprio al fisico.
Durante la gravidanza mi sentivo in forma e in buona salute e anche dopo, nonostante non mi fossi mai sentita così stanca in vita mia, ero una riserva infinita di forze e di energie. Di sorrisi e saggezza.
Lo chiamo “effetto droga” e dura ancora oggi che sono passati 18 mesi.
Per questo tutto sommato non mi stupisce questa ricerca condotta dalla Brigham Young University che ha analizzato i valori della pressione sanguigna,di 198 persone sposate (il 70% dei quali con figli) e ha scoperto che chi aveva figli aveva valori migliori, soprattutto le donne.
La studiosa che ha guidato la ricerca, Julianne Holt-Lunstad, ha spiegato su Annals of Behavioral Medicine che si tratta proprio di un miglioramento significativo e reale sulla pressione sanguigna, indipendentemente da altri fattori chiave come l’età, il peso, il sesso, condizioni lavorative e fumo.
In pratica, sembrava che solo il fatto di essere genitore migliorava le condizioni del sistema cardiovascolare.
Per le mamme si trattava di un miglioramento davvero evidente: in generale, i genitori mostravano una pressione media di 116 su 71 - quindi, rispetto a chi non aveva figli, 4,5 punti in meno per la pressione sistolica e 3 per la diastolica - ma per le donne questi valori potevano essere addirittura di 12 punti in meno per la pressione sistolica e 7 per la diastolica.
La ricercatrice americana ha specificato che non è il numero di figli a fare la differenza, ma il solo fatto di essere genitore.

Image A flower for my mommy

giovedì 29 ottobre 2009

Il segreto della felicità


Fatica, sudore, stanchezza, sonno arretrato e irrecuperabile, una vita di corsa, dover fare i conti con pianti incomprensibili e inconsolabili, aver lasciato indietro la vita di prima, smettere di sognare che prima o poi cambieremo tutto.
Un figlio può essere tutto questo, ma di certo è pura felicità.
Charles Schulz l’aveva capito, il che è strano visto che era un uomo. Per lui la felicità è un cucciolo caldo.
Per noi mamme la felicità è il NOSTRO cucciolo caldo.
Uno scienziato inglese si è preso la briga di dimostrarlo statisticamente. Ha chiesto a un bel po’ di donne e uomini cosa fosse la felicità e il risultato è stato che le persone che manifestavano maggiore felicità erano sposate e avevano dei figli. Naturalmente in gran parte erano donne.
Nulla di strano, potremmo pensare, in fondo a chiunque di noi venisse chiesto cosa ci rende felici risponderemmo, quasi di default, “mio figlio”. E invece no. Questo ricercatore dell’Università di Glasgow ha analizzato le risposte mettendole in relazione con caratteristiche individuali come l’età, il reddito, la situazione sentimentale, il background socio-culturale e ha concluso che non solo i figli fanno la felicità ma una vita familiare appagante. La felicità di chi non aveva figli o era genitore single, infatti, risultava essere minore rispetto a chi aveva un partner e dei figli.
Ovvio che questo è uno studio statistico, quindi è una bella teoria che nella realtà trova solo parziale applicazione perchè ognuna ha la sua storia e la sua felicità, ma mi ha colpito perché proprio oggi ho letto una cosa che mi ha commosso e che spiega molto meglio di qualsiasi ricerca ciò che questo scienziato ha provato a calcolare.

PS Lo studio è pubblicato su una rivista che si chiama Journal of Happiness Studies...

martedì 29 settembre 2009

Bambini più pigri e obesi se la mamma lavora

Obesità infantile. Qualche giorno fa leggevo questo bel post di Flavia e confesso che prima ho tirato un sospiro di sollievo e poi mi sono detta in fondo lo sapevamo, meglio una mamma soddisfatta e gratificata che una mamma a tempo pieno lamentosa e scontenta.
Insomma, ce lo ripetiamo sempre che la qualità paga più della quantità.
Poi leggo questo studio condotto dai ricercatori dell’Istitute of Child Health britannico: studiando ben 12.500 bambini cinquenni e le loro mamme la conclusione è stata che i figli delle donne lavoratrici facevano una vita meno attiva e mangiavano peggio.
Per giungere a queste conclusioni i ricercatori hanno chiesto alle mamme di raccontare la loro giornata-tipo, ad esempio quante ore lavorassero fuori casa, ma anche quali fossero le abitudini dei loro figli, che tipo di attività sportiva facessero e in cosa consistesse la loro dieta quotidiana. Ebbene, la conclusione è stata: i bambini delle donne che lavoravano anche solo 21 ore alla settimana bevevano con maggiore frequenza bevande zuccherate tra un pasto e l’altro e avevano maggiori rischi di diventare obesi o in sovrappeso a tre anni.
Non solo, questi bambini erano anche abituati a trascorrere almeno due ore al giorno davanti alla televisione o al pc, rispetto ai figli delle stay-at-home-mum che non superavano le due ore quotidiane, e ad andare a scuola in auto invece che a piedi o in bicicletta, magari pure col passeggino (se ne parla anche qui).
Ovvio che leggendo i dati la prima spiegazione che mi sovviene è che i figli di mamme che lavorano sono, in effetti, meno controllati e più facilmente trasgrediscono alle regole, senza contare che portare i bambini a scuola facendo una sana passeggiata tutti insieme ogni mattina può sembrare un’utopia per la maggior parte di noi.
Ma poi mi sono chiesta: in che modo noi mamme lavoratrici potremmo riuscire ad essere egualmente presenti nella vita quotidiana dei nostri figli anche senza la nostra presenza fisica costante?
Siamo per forza di cose più permissive perché non riusciamo ad essere presenti 24 ore su 24?
Sono convinta - pur se i risultati non sempre ci danno soddisfazione - che ci proviamo al 100 percento, combattendo con sensi di colpa tra progetti di lavoro più o meno gratificanti e una spesa al super…e stiamo sempre lì a chiederci se potevamo fare di più e di meglio.
Mai dome.