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mercoledì 4 maggio 2011

Non è più un neonato

Un breve elenco di cose che improvvisamente accadono, una dietro l’altra, e ti fanno capire chiaramente che il tuo bambino non è più un neonato.

Devi smetterla di contare in mesi. Se dici trenta mesi per indicare che il piccolo ha due anni e mezzo la gente ti guarda con uno sguardo a metà tra il perplesso e la pena. Certo, lo fai perché così ti sembra ancora di parlare di un bambino piccolo, ma bisogna finirla e parlare in anni e mesi arrotondati.

Il piccolo diventa un saputello logorroico e comincia a chiederti il perché di tutte le cose. Dove hai comprato ogni cosa (anche le tette). E dove sei andata. E come si chiama questo o quello.



Lo guardi mentre dorme e ti rendi conto che in quel letto con le sbarre proprio non ci sta più. Ok, magari è comodo che abbia le sbarre, così quando fa i capricci di sonno bastano cinque minuti e crolla senza poter nemmeno tentare di alzarsi. E poi è tenero nel suo primo, romantico lettino. Ma effettivamente non ci sta più ed è proprio ora di comprargli un letto vero.

Il passeggino è out. Abbandonato da mesi nel garage di casa, coperto da strati di polvere. Inutile uscire col passeggino perché alla fine è lui che lo vuole spingere e tu ti ritrovi a dover spingere il bambino che spinge il passeggino in quella che NON è una piacevole passeggiata. Quindi diciamo addio alle piacevoli passeggiate in centro, fatte guardando le vetrine con un tranquillo bebè seduto nel passeggino.

Non vuole più sedersi sul seggiolone. E’ accaduto da un giorno all’altro, senza che tu nemmeno te ne accorgessi. E’ diventato grande e ha deciso che lui mangia seduto a tavola anche se non arriva a vedere cosa c’è nel piatto. Il seggiolone va in cantina e tu devi inventarti un modo per farlo mangiare seduto a tavola.

I pannolini arrivano ormai alla sesta misura e glieli metti solo la notte. Dopo i primi tempi in cui si bagnava di pipì ovunque si trovasse, siamo nella fase in cui chiede “devo andare in bagno?”. Che, beninteso, è una domanda retorica.

Il pomeriggio appena lo vai a prendere a scuola ti dice che NO, lui non farà la nanna. Non è stanco e non ha bisogno di riposare. Per fortuna ancora si tratta solo di timidi tentativi di resistenza.

Ecco, tutte queste cose si succedono l'una dietro l’altra, a cascata, nel giro di poche settimane e ti rendi conto che non sei ancora pronta per dire addio a quel paffuto bambino morbido dall’aspetto orsacchiottesco.
Ma le cose accadono e non dipendono da te.

giovedì 21 aprile 2011

Benvenuta primavera

Nu supspir doce, te vo annuncià coccos'!
Ruot' intorn a te nu' stupor,
aria doce e culurata,
profum e ros e cielieg a cascat.
O mar s' scarf e l'aria frizzantina
t'accunpagn a spasso.
A ret, e ch' fridd',
ogni gocc era nu grand schizz,
invece addò iamm mo'
in ogni seme accumpar' nu fior.
Nun ci creriv chiù, eppur, a poc a poc,
eccola quà, a primmaver', assa fà!
MV



...Non pensare a niente
è avere l'anima propria e intera.
Non pensare a niente
è vivere intimamente
il flusso e riflusso della vita...

Fernando Pessoa




Quanto verde tutto intorno, e ancor più in là
sembra quasi un mare l'erba,
e leggero il mio pensiero vola e va
ho quasi paura che si perda...

PFM




Gettato sull’erba vergine, in faccia alle strane costellazioni io mi andavo abbandonando tutto ai misteriosi giuochi dei loro arabeschi, cullato deliziosamente dai rumori attutiti del bivacco. I miei pensieri fluttuavano: si susseguivano i miei ricordi: che deliziosamente sembravano sommergersi per riapparire a tratti lucidamente trasumanati in distanza, come per un’eco profonda e misteriosa, dentro l’infinita maestà della natura.

Dino Campana


Un'immersione nella natura e nel suo silenzio, nel vento e nell'odore dell'erba e degli animali.
Riconciliazione dello spirito con la mente.



Le foto sono state scattate in questo luogo meraviglioso.

sabato 9 aprile 2011

Monello? Forse un po', ma soprattutto raggiante

Leggerezza. Sorrisi. Comprensione e pazienza. Sembrano solo parole buttate lì a casaccio, anche se evocano silenzio, rispetto e consapevolezza.

Eppure secondo me sono gli ingredienti chiave per gestire i capricci, la testardaggine, le difficoltà tipiche dei cosiddetti terribili due anni.

Nano dice di se stesso di essere monello.
Forse perché glielo diciamo tutti. La maestra, noi, la nonna, gli amici. In effetti nano non è proprio uno di questi bambini tranquilli che puoi portare a fare una passeggiata (passeggino chiuso in cantina da mesi ormai perché per strada deve essere lui a spingerlo e di sedercisi sopra non se ne parla proprio), che giocano tranquilli da soli. Uno di quei bambini che riconoscono il tuo ruolo e ti ascoltano. Che qualche volta dicono sì.
Nano dice sempre no. Anche quando vorrebbe dire sì.

Mio figlio è un duenne molto “fisico”, corre, si muove, sfoga la sua energia come meglio può, è contrario alla regole: se deve star seduto si alza, se si deve alzare decide di star seduto, vuole fare tutto di testa sua misurando le sue mani e la sua capacità, vuole decidere se uscire o stare a casa, se mangiare oppure no, se andare a dormire oppure no.



Nano si diverte un mondo ad andare al ristorante: inizia a correre dappertutto rompendo le scatole agli altri commensali; gli piace tanto uscire perché corre per la strada e mi fa venire un colpo ogni volta col terrore che venga investito; adora stare con gli altri bambini anche se a volte si azzuffa e sa bene come difendersi; mio figlio sa perfettamente come farmi innervosire, come spingere i miei limiti sempre un o’ più in là.

Come si fa, mi chiede qualcuno? Dopo aver ammesso di essere stanca, fisicamente esausta da questo continuo allenamento fisico e mentale e che a volte, soprattutto la sera, mi scappa un urlo quando devo fronteggiare la sua ennesima provocazione, alla fine confermo che io adoro che lui sia così.

Certo, ogni tanto sogno un bambino tranquillo, che non venga continuamente rimproverato dalle maestre, che non mi faccia fare brutte figure in mezzo alla strada. Ma per la maggior parte delle volte lo guardo e mi sorprendo di quanto noi adulti siamo capaci di incasellare tutta la sua complessità in una definizione (“sei monello”, o peggio “sei cattivo”) invece di accettare che lui è vivo, è raggiante, pieno di vita, curioso, intraprendente, intelligente. E’ un bambino di due anni e mezzo.

Per lui tutto è un gioco. Anche la provocazione è fatta con entusiasmo e con divertimento, vuole vedere fin dove può spingersi e la maggior parte delle volte quando rispondo con leggerezza e ironia o quando gli dico semplicemente che “no, non cambierò idea”, lui si scioglie in un sorriso e si calma.

Leggerezza. Ecco la parola con la quale ho iniziato questo discorso. Quante volte non riesco a gestire il suo capriccio non per la cosa in sé ma perché ho altri pensieri per la testa, altre frustrazioni, altre preoccupazioni? Sfogo su di lui invece di fermarmi, respirare e alleggerire la mente: basta un niente, la leggerezza, appunto, per stemperare il momento difficile.



“Ci vorrebbe mano ferma”, “uno scapaccione ogni tanto”, “ma non lo metti mai in punizione”? Me lo dicono spesso. Non riesco a fare nulla di tutto questo e non perché a volte non mi scappi il desiderio di intervenire più duramente ma perché credo che non sia questa la chiave. Il mio massimo è urlare. Quando sono stanca e avvilita e non ne posso più lancio un grido.

Mi vergogno. E mio figlio si offende. Si zittisce, mi asseconda e poi più tardi, quando meno me lo aspetto, quando tutto è calmo e romantico lui mi guarda negli occhi e dice “mamma tu gridi”.

Sono certa che sia una fase. Passerà e tutto a un tratto il piccolo curiosone, iperattivo, provocatore e divertito duenne mi apparirà davanti agli occhi come un piccolo uomo riflessivo, giudizioso e intelligente. E allora forse ricorderò con tenerezza queste sfiancanti battaglie tra una mamma troppo grande e un figlio troppo immenso.

mercoledì 5 gennaio 2011

La Befana vien di notte...e cosa porta?



Nano ha poco più di due anni e siamo nel pieno della fase nella quale si costruiscono i riti familiari e le tradizioni. Domani è il giorno in cui arriva la Befana e ho deciso che arriverà una calza con i suoi dolcetti preferiti: caramelle, ovetti con sorpresa, piccolo vasetto di crema di cioccolata e nocciole, vasetti di frutta, succhi di frutta e soprattutto cioccolatini fondenti perché, a dispetto della sua età, il cucciolo ha gusti sofisticati!

Per quest'anno non metterò il carbone perché non è un bambino cattivo (ma esistono poi i bambini cattivi o sono solo stressati da un contesto familiare e sociale che non tiene conto dei loro bisogni?) ma solo un po’ monello – in fondo siamo in piena crisi dei terrible twos - e soprattutto perchè è troppo piccolo per sgranocchiarlo.

E soprattutto non ci saranno giocattoli perché già a Natale abbiamo fatto incetta e direi che per adesso va più che bene. Invece ho deciso che metterò sotto l’albero un libro e vorrei mantenere intatta la tradizione che la Befana porta i libri. Il cucciolo ama i libri, mi chiede sempre di raccontargli qualche storia e insieme leggiamo i suoi libri preferiti. Quindi la tradizione di far arrivare un bel libro nuovo alla Befana non mi sembra male (anche se poi ne arriveranno un bel po’ anche durante il resto dell’anno).

Nel frattempo mi sono iscritta al corso di volontari di Nati per Leggere e sono impaziente di vedere come andrà.
Stay tuned!

martedì 14 dicembre 2010

Shopping natalizio, off line e on line



Che giornate frenetiche sono queste. Soltanto oggi ho avuto il tempo di fare un giro per negozi per provare a fare qualche regalo. In realtà sono stata costretta ad uscire, con una temperatura esterna pari a zero gradi, perché solo oggi le maestre di nano mi hanno comunicato come dovrà vestirsi alla recita natalizia di sabato.

Maglioncino rosso, calzamaglia rossa, cappellino da Babbo Natale.

Il problema è che è facile dire cappellino da Babbo Natale. E’ un oggetto raro. Introvabile. Sembra che tutte le scuole della città si siano messe d’accordo per organizzare una recita con tanti, tantissimi bambini con in testa un cappellino da Babbo Natale.
Sarà pure solo martedì (come dice mio marito in un vano tentativo di tranquillizzarmi), ma domani sarà già mercoledì, mi toccherà di nuovo andare in cerca dell’introvabile cappello. E il meteo dice: meno 1.

Dicevo dei regali. Quest’anno, complici i miei impegni lavorativi e familiari, ho deciso di fare acquisti online.
Il fatto che Amazon abbia aperto il suo sito in italiano proprio in questi giorni e abbia delle belle offerte sui libri per bambini mi ha convinto: ho fatto incetta di libri - cartonati, pop up e classici – e ho preso qualcosa anche per i grandi. Poi ho fatto acquisti in profumeria online acquistando profumi e creme e ho fatto realizzare foto calendari e libri fotografici. In pratica la metà dei miei acquisti natalizi è avvenuta online.

Solo ad una cosa non ho saputo resistere. Ad andare in un mega negozio di giocattoli e comprare i regali per mio figlio. Devo dire che nano non ha moltissimi giocattoli. Ho sempre chiesto (e per fortuna ottenuto) che i familiari limitassero i loro regali, il che è una autentica vittoria dal momento che, per ora, nano è l‘unico bambino della famiglia. Quindi fino ad ora ha giocato con: giochi in legno, costruzioni, giochini a incastro, tutti i giochi creativi adatti alla sua età (pastelli, acquerelli, pasta per modellare, gessetti etc..), libri a volontà. Da qualche tempo è in fissa con le macchinine.

Questo Natale, che è il primo Natale percepito seriamente da nano che ripete come un mantra che “Babbo Natale porta i regali a tutti i bambini buoni”, il piccolo troverà sotto l’albero: costruzioni più impegnative, un mucchio di macchinine, moto con motociclista, un kit del dottore, un puzzle tattile, un camion dei pompieri (che chiede praticamente ogni sera) e qualche altro giocattolo inaspettato.

Io mi sono divertita un mondo a fare shopping!

martedì 30 novembre 2010

Dicembre 2006



Non sapevo che la prima gravidanza si interrompe prima dei tre mesi più spesso di quanto immaginiamo. L’ho scoperto quando è successo anche a me. Il mio è stato un aborto interno. Credevo di essere ancora incinta e invece il mio bambino aveva smesso di crescere e il suo cuoricino aveva smesso di battere all’ottava settimana. Me ne accorsi solo alla decima.

Qualche macchia di sangue e una corsa dal dottore pensando che forse mi ero strapazzata e mi avrebbe messo un po’ a riposo. Invece la diagnosi fu implacabile. Il cuore non batte più. Non era più un piccolo bambino, un embrione a forma di gamberetto che però dentro di sé aveva già tutto.
Era materiale che bisognava rimuovere.

Ma il cuore non batte più? Lo chiesi due volte. E il medico, gentile e carino, mi rispose di no. Sembrava veramente dispiaciuto. Non potevo fare a meno di piangere e di disperarmi. Che cosa brutta che mi stava accadendo. Proprio a me.

Eravamo all’interno di una clinica. Il medico mi fece dare una stanza e mi disse che mi avrebbero fatto il raschiamento. Ma come, subito? Non possiamo fare domani? Volevo elaborare la cosa, pensarci su, trattenere il bambino ancora dentro di me.

Meglio farlo subito, mi disse lui.

Ma non sono vestita nel modo giusto, mi sporcherò la camicia. Non ho un pigiama.
Non sono pronta. Non sono venuta qui per farmi togliere il bambino, ma per capire come trattenerlo.

Facciamolo ora.

Va bene, tanto non sarò mai pronta. Stamattina aspettavo un bambino. Ero felice. Camminavo per la città guardando vetrine con calzini e lenzuolini. E mio marito era al settimo cielo.

Adesso è l’inferno. Non sono più incinta, il bambino è morto dentro la mia pancia.
Se n’è andato zitto, zitto, senza dare fastidio, senza farsi sentire.
Questa cosa mi fa più male di tutto il resto. Perché non mi hai fatto capire niente piccolino? Non potevo fare proprio nulla per trattenerti?

Durò tutto pochissimo. Ricordo il sorriso dell’anestesista, il sonno e il risveglio in camera. Mio marito mi teneva la mano e io volevo scomparire.

La notte in clinica fu terribile. Venivo continuamente svegliata dai vagiti della stanza accanto. Era appena nato un bambino e la mamma lo consolava e lo coccolava per farlo calmare.

Io piangevo zitta zitta e mi chiedevo perché stessi perdendo tutto quel sangue e dove fosse il mio bambino. Buttato in qualche cesta di rifiuti organici. Certo, era solo un gamberetto.

Dovete riprovarci subito. Ci dissero. Ci abbiamo messo un po’ (ma questa è un’altra storia) e oggi abbiamo il nostro cucciolo d’oro.

Ma non riesco a dimenticare il mio gamberetto. Che forse non era perfetto e per questo la Natura non lo ha fatto crescere, che aveva un cuore che batteva forte che poi si è fermato.
Il mio gamberetto se n’è andato ai primi di dicembre di 4 anni fa. Sembra ieri.

martedì 9 novembre 2010

I papà due settimane a casa: premio o punizione?



Al Parlamento Europeo decidono, forse pure sull’onda di emozione provocata dalla decisione dell’eurodeputata Licia Ronzulli di andare a lavoro portandosi addosso la figlioletta di pochi mesi, di provare ad allungare i tempi di congedo per maternità o meglio di equiparare i tempi di congedo fra tutti i Paesi membri.

La proposta è: 20 settimane per le mamme a stipendio pieno (oggi in alcuni Paesi europei si sta a casa per 14 settimane, ma in Italia le venti le abbiamo già, seppure all’80% dello stipendio) e due settimane obbligatorie, a stipendio pieno, per il papà (oggi se il papà lo chiede può stare a casa per cinque mesi ma al 30% dello stipendio lordo).

Per ora se ne discute. Non si vedrà alcuna novità prima del 2011.
Ma mi chiedo: cosa cambierebbe in Italia se questa normativa venisse approvata? Quali sarebbero i vantaggi per la mamma e per il papà? La domanda sorge spontanea soprattutto leggendo questi dati Istat.

La mia esperienza personale è questa.
Quando nacque nostro figlio, mio marito decise che voleva rimanere a casa per un mese. Le condizioni professionali lo permettevano e così fu. Ricordo che i suoi colleghi sorridevano e gli dicevano: “vedrai che alla fine non vedrai l’ora di venire a lavoro”.

Nostro figlio era un angelo. Mangiava e dormiva e alla fine per noi fu come una piccola vacanza. Insomma, mio marito se l’è cavata ed è tornato a lavorare dopo un mese soddisfatto di se stesso e quasi quasi con il pensiero che in fondo “cos’era tutto questo gran parlare di depressione post parto e difficoltà con un neonato”.

Sei mesi dopo la scena era un po’ diversa. Io mi barcamenavano tra un lavoro imprenditoriale, i sensi di colpa per essere dovuta tornare a lavoro dopo soli tre mesi dalla nascita del piccolo e un bel po’ di difficoltà. Lui lavorava a tempo pieno. Un giorno rimase a casa e arrivati alla sera, dopo una lunga sequenza di latte, lavoro, spesa, lavoro, lavatrici, stendo e stiro, lavoro, cacchina e vomitino, giochino e lavoro, pranzo e cena, mi ha guardato e ha detto la sacrosanta verità: “certo che tutta la giornata è difficile eh?”.

La mia esperienza mi porta a concludere che:

- bello permettere, anzi obbligare i padri, a stare a casa per due settimane dopo la nascita perché così si favorisce l’instaurarsi di un legame che non sia solo madre/figlio, ma anche padre/figlio, perché per una neomamma poter condividere l’ansia e le difficoltà dei primi tempi con il proprio compagno sarebbe molto utile, perché forse aiuterebbe anche la coppia ad affrontare meglio questo travolgente cambiamento;

- inutile cantare vittoria perché il punto non è questo: alla fine delle due settimane la maggior parte dei padri tornerà alla sua vita di sempre pensando che in fondo non è così difficile (se il bambino è un angioletto), oppure ringraziando il datore di lavoro perché l’obbligo è di sole due settimane (se il bambino è un diavoletto) e alla fine tutto o quasi tornerà come sempre:

la mamma impegnata in una folle corsa a tentare di far tutto, assolvere a tutti gli impegni, assecondare l’immagine che ha di sé stessa, tentare di riprendere il filo della propria vita, cercare di ricordarsi perché lavora, cercare di ricordarsi com’era la vita di prima, tenere a bada i sensi di colpa e, tra un affanno e l’altro, ripetersi come un mantra che in fondo…. “l’importante è il tempo di qualità”.

giovedì 4 novembre 2010

Paure




“Mamma cos’è?”
- E' un’ombra tesoro, vedi? La coccinella aspetta che faccia buio per fare la sua ombra che ti accompagna fino alla buonanotte e poi sparisce

“Mamma paura

- Ma no, capisco che hai paura di ciò che non conosci ma vedi? L’ombra sta lì, piccola piccola a farti compagnia”


“Mamma cos’è?”
- È un pallone che si illumina e ha tanti capelli di plastica molliccia

Mamma paura!”

- In effetti, fa un po’ impressione pure a me.


“Mamma cos’è?
- Cosa tesoro?
“Questo!”
(indica la televisione che ho colpevolmente lasciando in stand by in barba ad ogni etica ambientalista)
- E' una lucina rossa

“Mamma paura!”

(‘nnamo bene tesoro, sei proprio un cuor di leone!)


“Mamma cos’è?-
- E’ il rumore dello sciaquone, papà è andato in bagno

“Mamma paura!”

- …

venerdì 15 ottobre 2010

Da Mamma a Mamma...



Questo blog è nato più di un anno e mezzo fa. E’ nato sull’onda del lavoro che svolgo ogni giorno (e che mi permette di avere accesso a un bel po’ di fonti di informazione scientifica) e della curiosità che ho sempre avuto per i temi della ricerca.
E’ nato perché, al di là di ogni aspettativa, la maternità è stata per me un’occasione straordinaria di crescita personale, un momento per scoprire una insospettata parte di me e non potevo lasciar fluire via queste emozioni senza cercare di fissarle nel modo in cui ho sempre fatto sin da bambina. Scrivendo.

Per tutto questo tempo ho soddisfatto la mia curiosità e quella delle mamme che ho conosciuto grazie alla rete (mamme blogger, ma anche le mamme che ho conosciuto con il profilo su Facebook) con la stesura di post riguardanti la ricerca e la medicina nel mondo mamma/bambino.
Poi questo aspetto della mia vita si è trasformato, passando da semplice passatempo a lavoro.

Pagine Mamma è nato così. Ci sono voluti quasi nove mesi (!?!) perché io, le mie collaboratrici e il team di sole donne di Publicis Healthware International, una importante e-health company specializzata nella comunicazione che realizza, tra gli altri, uno dei portali di salute più conosciuti d’Italia (Pagine Mediche.it), riuscissimo a mettere online questo portale.
Il portale non è nuovo nella sua concezione. Ne esistono di numerosi che offrono informazioni sulla gravidanza, il parto e la salute e in questo senso Pagine Mamma non è da meno (si trovano, infatti, informazioni dettagliate sul concepimento, sulla gravidanza, sul parto e sulla salute del bambino fino ai sei anni, ma anche strumenti interattivi, come il calcolo dell’ovulazione o della data presunta del parto).

Ma quello che mi rende orgogliosa di questo prodotto è che è uno strumento davvero utile per le mamme e future mamme che vogliono tenersi aggiornate e voglio avere accesso ad informazioni accreditate e autorevoli, scritte in un linguaggio semplice e comprensibile.

Ecco, paginemamma.it è il nuovo strumento di informazione destinato alle mamme che stanno al passo coi tempi, che vogliono essere informate e che scelgono di affidarsi ad una rete di informazioni che coniuga il sapere dei professionisti di paginemediche.it (un portale che riceve circa tre milioni di visite al mese!) con quello delle mamme.

Su Pagine Mamma troverete non soltanto le informazioni sulla gravidanza e la salute, ma anche le ultime notizie sul mondo della maternità e dell’infanzia, i consigli da mamma a mamma, le risposte degli esperti, principalmente pediatri e ginecologi, alle domande più comuni delle mamme, numerosi spunti di lettura e tante curiosità, con un’attenzione alla moda e al modo del tutto unico e speciale di essere mamma al giorno d’oggi.

Spero che questo nuovo prodotto editoriale vi piaccia e capirete se da oggi su Mamma News troveranno spazio soprattutto riflessioni personali, articoli riguardanti notizie di attualità e molto altro, invece che post riguardanti la medicina.
Quelli li trovate su Pagine Mamma!

venerdì 8 ottobre 2010

Sogno di lavare i piatti in silenzio



Io lavo i piatti. Sto in silenzio e mi godo questa pace mentre sento la vocina di mio figlio che nella sua cameretta sta giocando da solo e ridacchia e parlotta.

Non è una scena che si può vedere in casa nostra.

Il nano non gioca da solo. Proprio non ce la fa. Sarà che ha solo due anni poverino. Ed è figlio unico. Risultato: un continuo “mamma vieni”, “mamma giochi” “mamma stanza”. Ora diciamo che a me piace giocare con lui. Ci gioco volentieri, anche per ore. Ma a un certo punto non se ne può… vorrei anche essere lasciata in pace.

E non per farmi il manicure o leggere una rivista gossip (attività per le quali viene riservato uno spazietto tra le 22 e le 23 quando tutti dormono), ma per lavare i piatti, stendere i panni... insomma fare cose noiose e poco gratificanti tipiche di una casalinga normale senza interruzioni e senza avere lui che mi sta dietro dietro appiccicato e mi implora di andare a giocare con lui.

Insomma, il mio sogno ricorrente è: io che lavo i piatti in silenzio. Da sola.
Sto messa male. Ma devo avere pazienza, tutti mi dicono: "prima o poi lui giocherà da solo, non ti cercherà più e ti sentirai sola.

Permettetemi di dubitarne.

mercoledì 22 settembre 2010

Mantenere unita la coppia dopo l'arrivo di un bambino



Salvare la coppia dall’uragano/bambino? A volte sembra essere davvero un’impresa difficile. I neonati piangono, non dormono, pretendono, catalizzano coccole, attenzione e amore. Un urgano che si abbatte sulla coppia che spesso arriva alla nascita impreparata e spesso carica di aspettative e certezze che poi si rivelano inconsistenti.

I dati rivelano che una coppia su tre entra in crisi dopo l’arrivo del primo figlio. Spesso sento ripetere da futuri genitori in trepidante attesa che “non cambierà niente”, che “sarà il bambino ad adattarsi e non noi a lui” e giù altre frasi del genere.
Lo dicevo anche io. Oggi so che è un errore crearsi aspettative così enormi. Perché non è vero che non cambia niente: cambia tutto. non è vero che si adatterà lui alla tua vita: sarà la coppia a doversi adattare ai ritmi di vita di un neonato. Ritmi di vita basilari - nanna, pappa, cacca, coccole - ma che nella loro apparente banalità richiedono a una coppia che prima usciva, non tornava, non mangiava, faceva le ore piccole e sesso o un film sul divano quando voleva, di darsi una regolata, di fissare delle regole. In altre parole di adattarsi alle necessità basilari ma non rinviabili di un neonato. Pena un bambino isterico, piangente, arrabbiato. E allora sì che si va in crisi. E non solo di coppia.

Insomma, agli amici che scoprono di aspettare un bambino e che dicono che tanto nulla cambierà dico di non farsi illusioni e che essere consapevoli che ciò che sta accadendo è un cambiamento epocale, per i singoli e per la coppia, aiuta ad affrontare l’arrivo di un bambino con la giusta dose di lucidità e maturità. Con ciò non dico che bisogna annullarsi come coppia o come persone, ma certamente è bene caricarsi di pazienza, saggezza zen, flessibilità e buonumore per affrontare la sfida del diventare famiglia.

Leggo sulla BBC qualche consiglio per mantenere unita la coppia.
Comunicare è la chiave per superare la fase difficile: parlarsi, progettare, organizzarsi, manifestare sentimenti e difficoltà, consolarsi e sostenersi a vicenda.
Ma anche: passare del tempo insieme, anche se non è come prima, anche se sembra poco e sembra rubato. E’ tempo prezioso e va trovato (e goduto) assolutamente.
Fare piccoli progetti per la famiglia e organizzare uscite e programmi da fare insieme.
Condividere sogni e speranze.
Chiedere ciò di cui si ha bisogno: smettiamola (soprattutto noi donne) di pensare che il nostro compagno debba saperci leggere nella mente e anticipare i nostri bisogni. Chiediamo senza farci tanti problemi.
Parlare di soldi insieme e ipotizzare un budget familiare nuovo.
Trovare occasione per ridere insieme.
Mi sembrano tutti consigli efficaci. Aggiungerei: non mollare e ricordare che i primi tempi possono essere difficili ma passeranno. Bisogna allenarsi a diventare genitori e dare tempo alla coppia di riassestarsi su nuovi equilibri.

giovedì 15 luglio 2010

Cosa si nasconde sotto la sabbia

Questo post di saluti arriva in ritardo. Avrei dovuto scriverlo un paio di settimane fa perché da allora sono stata sommersa dal lavoro (altro che vacanze) e non ho più aggiornato il blog. Ci risentiamo a settembre.

Il nano è in vacanza dai primi di luglio e si farà due mesi di mare e sole. Ha messo su qualche chiletto ed è abbronzatissimo. Tutta salute. Gioca sulla sabbia per ore e dopo che il primo giorno ho lottato con lui affinché non prendesse le formine e i secchielli degli altri bambini ho deposto le armi: ho messo i nostri giochi in condivisione e lascio a lui un margine di manovra in giro per gli altri ombrelloni. L’unica regola è non portare i giochi lontano perché se no non ci raccapezziamo più sulle “proprietà”.

L’unica nota stonata di queste belle giornate è ciò che si trova sotto la sabbia. Basta scavare un poco e vengono fuori decine di mozziconi. La spiaggia e la battigia né sono piene, sembra che in Italia sia allarme mozziconi. Secondo le stime, ogni anno sulle spiagge si riverserebbero 350 tonnellate di cicche.

L’italica, pessima abitudine di spegnere la sigaretta nella sabbia e lasciarla lì, come se in fondo non si inquinasse si incancrenisce. Chi lo fa pensa che in fondo non c’è niente di male, magari è lo stesso che poi butta in mare una bottiglia di plastica vuota, magari no. E’ uno che la spazzatura la butta dove si dovrebbe, ma la sigaretta finisce sulla spiaggia, senza nemmeno tanti sensi di colpa. In fondo, è solo una sigaretta e invece questa apparentemente innocua cicca ci impiega cinque anni per degradarsi e porta con sé un carico di catrame, nicotina, benzene, acetone, formaldeide, toluene e polonio.

Il risultato di questa leggerezza è che i bambini giocano in una spiaggia invasa dai mozziconi e che mio figlio all’inizio quando li trovava faceva “Uh” e si alzava per andare a buttare il mozzicone nella spazzatura. Oggi non se ne cura nemmeno più, sono davvero troppi. Si è abituato alla loro presenza e ci gioca intorno.
E io mi vergogno per questa spiaggia che gli è arrivata in eredità.

Buone vacanze!

martedì 8 giugno 2010

Il sonno dei bambini è prezioso anche per lo sviluppo cognitivo

Gli esperti sono concordi nel ritenere che i bambini, non solo i neonati, abbiano bisogno di regolarità, abitudini, rituali. Io sono d’accordo con buona pace di chi pensa che i bambini vadano lasciati liberi di dormire, poppare, giocare quando preferiscono. Penso che anche noi adulti abbiamo bisogno di dormire un certo numero di ore, mangiare a una certa ora e una totale deregulation di abitudini e orari farebbe andare in loop anche noi.

Certo, noi siamo grandi e ce ne rendiamo conto, loro sono piccoli e hanno bisogno della nostra guida e del nostro aiuto per capire quando è tempo di mangiare e quando di dormire.
L’ho costatato con mio figlio che è un bambino sereno e tranquillo e lo è anche per le abitudini che ha e per il fatto che non l’ho mai strapazzato costringendolo a venirmi dietro di sera mentre era chiaro che voleva dormire nel suo lettino. Sin da piccolo è sempre stato un dormiglione e io l’ho assecondato in questa sua inclinazione, creandogli i presupposti perché al massimo entro le 20.30 andasse a dormire volentieri: a casa nostra a una certa ora tutto inizia a rallentare e a scemare.

Leggo di questa ricerca condotta su ottomila bambini di 4 anni presso il SRI International, un istituto di ricerca non governativo e no profit, presentata in occasione del grande congresso internazionale che si sta tenendo in questi giorni in Texas e che ha come tema proprio il sonno (SLEEP).

Questi studiosi hanno concluso che i bambini che hanno delle regole per andare a dormire e che dormono un numero giusto di ore vanno meglio a scuola e in generale mostrano un migliore sviluppo cognitivo. Capacità di esprimersi con linguaggio, alfabetizzazione, consapevolezza dei fonemi, abilità manuali: i bambini che hanno orari regolari nel sonno e dormono almeno dieci ore a notte avrebbero maggiori abilità in questi campi e andare a letto presto, spiegano gli studiosi, è il più importante fattore predittivo per avere il massimo punteggio a questi test.

martedì 11 maggio 2010

Dedicato a chi soffre di nonno-dipendenza

Anche se la festa della mamma è passata da qualche giorno questo post è dedicato a mia madre. Giovanissima nonna, è un aiuto prezioso per me e per il mio nano al quale si dedica quanto più le è possibile con amore e una cura quasi professionale.

Sarà che sono davvero un po’ scombinata e che il fatto che mia madre abiti praticamente accanto a me mi fa sentire più tranquilla su un sacco di incombenze: se dimentico di comprare il latte attingo al suo frigo, se i panni da stirare si accumulano sulla sedia lei li fa sparire e ricomparire belli piegati, se la sera voglio uscire oppure devo fare una commissione nel pomeriggio lei è sempre disponibile a stare con il nano.

E' quindi ovvio che non posso fare a meno della nonna e sembra che io non sia l’unico genitore a soffrire di nonno-dipendenza. Secondo i recenti dati resi noti dalla Spi-Cgil che ha commissionato uno studio in proposito, sembra che i nonni siano uno dei pilastri della nostra società, sia dal punto di vista economico che da quello della vita quotidiana. Secondo questo studio, infatti, ben sette bambini su dieci vivono con i nonni e il contributo fornito dai nonni è calcolato in una cifra tra i 7,3 e i 13,8 miliardi di euro l'anno. Questa cifra è il risultato di un calcolo retributivo che prende in esame sia un lavoro che viene svolto gratuitamente sia numerose variabili connesse alla presenza dei nonni, come ad esempio le ore che i genitori possono passare a lavoro contribuendo, quindi, all’economia generale oppure al risparmio per le famiglie che possono fare a meno di baby sitter e asili nido.

Inoltre sembra che i nonni aiutino i propri figli in maniera significativa anche dal punto di vista economico, in certi casi addirittura con la metà della loro pensione.

Insomma gli anziani sono una risorsa per il nostro Paese e si danno un gran daffare
La segretaria generale dello Spi Cgil, Carla Cantone, lo dice chiaramente "sono proprio le persone tra i 55 e i 75 anni che contribuiscono a sostituire un welfare che nel nostro Paese non c'è".
Sì, perché se gli asili nido pubblici sono un miraggio per la maggior parte dei genitori e se le baby sitter costano quanto lo stipendio che io porto a casa è chiaro che ho ben poca scelta: o impacchetto il nano e me lo porto a lavoro nascosto nella borsa pregandolo di stare zitto oppure mi dimetto per stare con lui.

A meno che non io abbia un nonno dietro la porta.

Image: Food of love

lunedì 15 marzo 2010

Sei incinta? Attenzione ai film che vedi!

Quando ero incinta, lo confesso, non ho rinunciato ai miei telefilm preferiti (in effetti, se ci penso, ho rinunciato a ben poco oltre che a grasse mangiate di prosciutto crudo!). Parlo di Dexter, Criminal Minds e CSI e molte altre: per chi non le conoscesse, sono serie tv al cardiopalma. Assassini, delitti efferati, serial killer che fingono di essere persone normali…non proprio un prodotto televisivo edulcorato e con il lieto fine.

Sono appassionata e non mi fanno paura, non mi hanno mai sconvolto più tanto, nemmeno quando aspettavo mio figlio e anche se mi sono domandata “ma gli farà male?”, mi sono risposta che in fondo se non avevo paura io perché avrebbe dovuto averne lui?
Insomma, se avessi guardato una cosa che mi provocava tachicardia, ansia e problemi emotivi sarebbe stato meglio evitare, ma per me era solo (ed è tuttora, anche se non ho più tutto questo tempo per godermele) un modo piacevole per rilassarmi.

Mi sovviene, quindi, il ricordo di me seduta comodamente sul divano mentre lo schermo si riempie di sangue a fiumi mentre leggo con un velato sorrisino questa ricerca nipponica pubblicata niente di meno che su New Scientist.
La teoria è: durante la gravidanza è consigliabile guardare solo film allegri. I ricercatori dell’Università di Nagasaki hanno fatto guardare degli spezzoni di film diversi fra loro ad alcune future mamme e hanno monitorato le reazioni dei feti. Il risultato è stato sorprendente: se andava in onda un tenero musical (quel “Tutti insieme appassionatamente” che ciascuno di noi ha visto almeno una volta nella vita), i piccoli danzavano a suon di musica, mentre di fronte a scene strappalacrime di un film impegnato come “Il campione” di Zeffirelli, si acquietavano fino quasi a immobilizzarsi.
Insomma, non c’è dubbio che le emozioni della mamma influenzino il benessere psicofisico del bebè. Ma questo, in fondo, già lo sapevamo.

giovedì 29 ottobre 2009

Il segreto della felicità


Fatica, sudore, stanchezza, sonno arretrato e irrecuperabile, una vita di corsa, dover fare i conti con pianti incomprensibili e inconsolabili, aver lasciato indietro la vita di prima, smettere di sognare che prima o poi cambieremo tutto.
Un figlio può essere tutto questo, ma di certo è pura felicità.
Charles Schulz l’aveva capito, il che è strano visto che era un uomo. Per lui la felicità è un cucciolo caldo.
Per noi mamme la felicità è il NOSTRO cucciolo caldo.
Uno scienziato inglese si è preso la briga di dimostrarlo statisticamente. Ha chiesto a un bel po’ di donne e uomini cosa fosse la felicità e il risultato è stato che le persone che manifestavano maggiore felicità erano sposate e avevano dei figli. Naturalmente in gran parte erano donne.
Nulla di strano, potremmo pensare, in fondo a chiunque di noi venisse chiesto cosa ci rende felici risponderemmo, quasi di default, “mio figlio”. E invece no. Questo ricercatore dell’Università di Glasgow ha analizzato le risposte mettendole in relazione con caratteristiche individuali come l’età, il reddito, la situazione sentimentale, il background socio-culturale e ha concluso che non solo i figli fanno la felicità ma una vita familiare appagante. La felicità di chi non aveva figli o era genitore single, infatti, risultava essere minore rispetto a chi aveva un partner e dei figli.
Ovvio che questo è uno studio statistico, quindi è una bella teoria che nella realtà trova solo parziale applicazione perchè ognuna ha la sua storia e la sua felicità, ma mi ha colpito perché proprio oggi ho letto una cosa che mi ha commosso e che spiega molto meglio di qualsiasi ricerca ciò che questo scienziato ha provato a calcolare.

PS Lo studio è pubblicato su una rivista che si chiama Journal of Happiness Studies...

martedì 20 ottobre 2009

Il parto è una questione tra donne


Un tempo partorire era una questione tra donne.

Il padre camminava su e giù per la sala di attesa, fumando una sigaretta dopo l’altra e partecipando solo in maniera emotiva. Da lontano.
In sala parto avveniva tutto. Con il supporto di ostetriche e infermiere, la donna se la cavava da sola.
Perché in fondo a partorire ci deve pensare lei.

La mia personale esperienza è diversa. Ho fatto un cesareo e mio marito ha voluto assistere a tutti i costi. Siamo stati fortunati perché la struttura ce lo ha permesso. Io gli ho detto “scegli tu” e lui ha scelto di esserci. Nonostante tutti - medici, suocera, io stessa - gli avessero detto che non sarebbe stato un bello spettacolo, che non avrebbe dovuto cedere alla tentazione di guardare oltre il lenzuolo verde e che se si fosse sentito male sarebbe dovuto uscire dalla sala operatoria con le sue gambe perchè nessuno lo avrebbe soccorso.
E’ stato un eroe secondo me. Io non avrei resistito.
Ho avuto, io, la partoriente, una specie di attacco di panico subito dopo l’epidurale. Invece lui, stoico, mi ha fatto mille carezze, mi ha rassicurato, ha provato con tutto se stesso ad essere solidale e sereno nonostante la mia agitazione.
A posteriori l’ho invidiato. Perché quando mio figlio è nato, ho fatto giusto in tempo a sentire il suo ngueee e a baciarlo un attimo prima che mi addormentassero. Invece lui era tranquillissimo. Ha seguito il piccolo fino al nido, ha assistito a tutte le operazioni di pulizia e visita pediatrica e alla fine era fresco come una rosa.
D’altro canto ho sempre detto chiaramente che se avessi partorito naturalmente non lo avrei voluto con me. Troppo l’imbarazzo, troppo il pensiero che avrei rivolto a lui invece che a me stessa, troppa paura che non sarei stata all’altezza. Non avrei voluto dovermi preoccupare anche per lui.
Insomma, dicevo a lui e tutti che, appunto, partorire è una roba di donne.

Faccio questa lunga e personale premessa per introdurre le dichiarazioni di un noto ginecologo francese, Michael Odent, che nei giorni scorsi ha spiegato che non solo è meglio se il padre si tiene fuori dalla sala parto, ma la sua presenza potrebbe addirittura diventare un boomerang e mettere a rischio la salute di mamma e neonato.
Sono 50 anni che accompagno le donne al momento di dare alla luce i loro bambini in Francia, Inghilterra e Africa e posso dire con certezza che se è presente solo un'ostetrica il parto diventa più facile e veloce": queste le parole del medico che su Daily Mail non ha usato mezze misure.
La presenza del padre allunga il parto, lo rende ancora più difficile perché lo stress rallenta la produzione di ossitocina, ha effetti sul benessere della mamma e aumenta il rischio di dover ricorrere al taglio cesareo.
Odent dice anche altro. Aver mascolinizzato l’evento nascita ha aumentato il numero di cesarei e anche il numero di divorzi perché in qualche modo ha agito sulla sfera intima e sessuale della coppia.

Image: 'birth.jpg'

martedì 29 settembre 2009

Bambini più pigri e obesi se la mamma lavora

Obesità infantile. Qualche giorno fa leggevo questo bel post di Flavia e confesso che prima ho tirato un sospiro di sollievo e poi mi sono detta in fondo lo sapevamo, meglio una mamma soddisfatta e gratificata che una mamma a tempo pieno lamentosa e scontenta.
Insomma, ce lo ripetiamo sempre che la qualità paga più della quantità.
Poi leggo questo studio condotto dai ricercatori dell’Istitute of Child Health britannico: studiando ben 12.500 bambini cinquenni e le loro mamme la conclusione è stata che i figli delle donne lavoratrici facevano una vita meno attiva e mangiavano peggio.
Per giungere a queste conclusioni i ricercatori hanno chiesto alle mamme di raccontare la loro giornata-tipo, ad esempio quante ore lavorassero fuori casa, ma anche quali fossero le abitudini dei loro figli, che tipo di attività sportiva facessero e in cosa consistesse la loro dieta quotidiana. Ebbene, la conclusione è stata: i bambini delle donne che lavoravano anche solo 21 ore alla settimana bevevano con maggiore frequenza bevande zuccherate tra un pasto e l’altro e avevano maggiori rischi di diventare obesi o in sovrappeso a tre anni.
Non solo, questi bambini erano anche abituati a trascorrere almeno due ore al giorno davanti alla televisione o al pc, rispetto ai figli delle stay-at-home-mum che non superavano le due ore quotidiane, e ad andare a scuola in auto invece che a piedi o in bicicletta, magari pure col passeggino (se ne parla anche qui).
Ovvio che leggendo i dati la prima spiegazione che mi sovviene è che i figli di mamme che lavorano sono, in effetti, meno controllati e più facilmente trasgrediscono alle regole, senza contare che portare i bambini a scuola facendo una sana passeggiata tutti insieme ogni mattina può sembrare un’utopia per la maggior parte di noi.
Ma poi mi sono chiesta: in che modo noi mamme lavoratrici potremmo riuscire ad essere egualmente presenti nella vita quotidiana dei nostri figli anche senza la nostra presenza fisica costante?
Siamo per forza di cose più permissive perché non riusciamo ad essere presenti 24 ore su 24?
Sono convinta - pur se i risultati non sempre ci danno soddisfazione - che ci proviamo al 100 percento, combattendo con sensi di colpa tra progetti di lavoro più o meno gratificanti e una spesa al super…e stiamo sempre lì a chiederci se potevamo fare di più e di meglio.
Mai dome.

lunedì 31 agosto 2009

Parola grande, l'onestà


L’autunno per le mamme blogger inizia con il lancio di un nuovo premio: Barbara mi consegna l’Honest Scrap e io volentieri partecipo.
Per accettare il premio devo elencare dieci cose su di me che siano vere e premiare a mia volta dieci blog con questo premio dell’onestà, senza dimenticarmi di avvertirle.

Allora inizio subito. Dieci cose di me… vediamo…

Non ero sicura che mi sarei sentita a mio agio nei panni della mamma e invece sono i panni più trendy e nei quali mi sento più a mio agio di tutta la mia vita; non faccio tanti convenevoli e preferisco essere diretta e franca; non amo i conflitti; ogni tanto penso che voglio fare la mamma a tempo pieno…ma subito dopo mi dico “naaaaa”; voglio viaggiare e detesto i villaggi turistici e il giochino dell’aperitivo; adoro i telefilm americani; sono un pesce e vorrei nuotare sempre; sono pigra e a volte ci vuole una gru per alzarmi dal divano e costringermi a fare qualcosa; il mio divertimento massimo è trascorrere una giornata con gli amici all’aria aperta; mi piace fare le fotografie.

Detto questo, il mio Honesty Scrap va a :
Wonder di Ma che davvero…perché nessuna più di lei è stata onesta sin dal principio
My di Leggi My perché come me sente che la maternità è la più entusiasmante delle avventure...ma ce ne aspettano tante altre
Marilde della Solitudine delle Madri per la sua sensibilità e la sua capacità di leggere oltre
Flavia di VereMamme che ci spinge a interrogarci su noi stesse e sulla nostra maternità utilizzando strumenti diversi
Laura di LauraPoli per la sua coerenza a voler essere una madre ecologica quanto più possibile
Paola de la Margherita e il Lappio per l’onestà che ha verso se stessa e il suo bambino
Silvia di Mamma Imperfetta che è stata fonte di informazioni sin dalle prime settimane di gravidanza e che resta una voce sincera e preziosa
Denise di Iononmidepilo che so non ama queste sdolcinatezze ma che senza dubbio non ha peli sulla lingua
Rossana di In Punta di Piedi perché sa vivere come poesia anche i momenti grigi di una giornata piovosa
Renata di Due Minuti o tre perché nessuna più di lei sa cosa vuol dire voler diventare madre

lunedì 1 giugno 2009

BetaHCG: la notizia tanto attesa spesso arriva così


Beta Hcg in gravidanza. La betaHCG è stata per me motivo di preoccupazione e ansia.
Avendo avuto un aborto spontaneo interno alla prima gravidanza, una volta che ho scoperto di essere nuovamente incinta il mio medico mi ha prescritto la beta ogni tre giorni, poi ogni settimana e via così fino alla prima ecografia, che abbiamo fatto alla ottava settimana.

A quel punto ci siamo accertati che l’embrione cresceva e soprattutto che il cuore batteva e il ginecologo mi ha detto di smettere di analizzare le Beta Hcg: avremmo controllato che tutto stava procedendo bene alla seconda ecografia, prevista per la dodicesima settimana (esattamente il periodo in cui si era interrotta la precedente gravidanza).

Leggi anche Primo mese di gravidanza

Io ho completamente disatteso le sue indicazioni e, grazie alla disponibilità di un amico analista, ho continuato a misurare la beta ogni settimana fino a che, un giorno, il laboratorio mi ha chiamato per dirmi che i valori erano scesi rispetto all’esame precedente. Il sospetto era un aborto interno.