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martedì 15 marzo 2011

I bambini allattati al seno sarebbero più intelligenti?

Ogni tanto mi capita di leggere delle boiate. Eccone una recentissima: alcuni ricercatori nientedimenochè della Oxford University hanno analizzato un migliaio di bambini e hanno concluso che il quoziente intellettivo di quelli che erano stati allattati al seno era di 3/5 punti superiore rispetto agli altri.

I ricercatori dicono che forse è merito degli acidi grassi omega contenuti nel latte. Magari, aggiungo io, è di un patrimonio genetico più favorevole, oppure di un contesto familiare stimolante, oppure di chissà cos’altro.



Di certo sembra essere l’ennesima ricerca che conforta le mamme che hanno allattato fino allo stremo e punta il dito contro quelle che non lo hanno fatto. Insomma, lo sappiamo ormai strabene che il latte materno è l'alimento migliore che esista, che è nutrizionalmente completo, che dà gli anticorpi, che protegge dalle malattie e dalle allergie e garantisce un mucchio di altri benefici. Lo sappiamo talmente bene che quelle che non riescono, non possono, non se la sentono di allattare si sentono inadeguate, incoscienti, inette al punto da farsene un problema psicologico, a volte molto serio.
Ci mancava solo qualche scienziato che veniva a dirci che se allattiamo i nostri bambini saranno più intelligenti.

E che dire di tutti noi cresciuti a latte artificiale negli anni Settanta? Quando le nostre madri tornavano a lavoro sulla scia di un’indipendenza e di un diritto alla realizzazione come donna oltre che come mamma appena conquistato? Dovremmo essere un popolo di deficienti. Per fortuna non lo siamo e sappiamo distinguere le fesserie dalle cose serie.

Non è la prima volta che qualcuno azzarda che i bambini nutriti con latte materno diventano più intelligenti. Qualche anno fa sull'American Journal of Clinical Nutrition il professor Gordon spiegò che se i bambini allattati al seno sembravano essere più intelligenti non era tanto per il latte in sè ma perchè andavano meno soggetti a otiti e altre infezioni: spesso quando si allatta col biberon si mette il bambino in una posizione scorretta che favorisce lo sviluppo di otiti che a loro volta causano problemi nello sviluppo del linguaggio e dell'apprendimento. Secondo Gordon le apparenti differenze del QI dei bambini nutriti con biberon e con latte materno scomparivano se il contesto familiare e sociale dei bambini era stimolante.

lunedì 28 febbraio 2011

Cinemamme: allattare al cinema

Rinunciare al cinema perché si è appena diventate mamme di un pargoletto? E perché mai?

A Padova è partita la nuova edizione di CineMamme, una specie di cineforum destinato per neomamme e neopapà che non vogliono (o non possono) separarsi dal loro frugoletto nemmeno per lo spazio di un film.



Durante la proiezione, prevista in orari pomeridiani o mattutini, le mamme potranno allattare (e i papà potranno dare il biberon ai piccolini) mentre si godono la visone di un bel film e poi partecipare anche a incontri organizzati con specialisti ed esperti su temi da sempre cari alle neomamme, come, ad esempio, “tornare in forma dopo il parto” oppure “emozioni e cambiamenti dell’umore dopo il parto”.

Cinemamme è un’iniziativa giunta alla sua terza edizione, che si tiene a Parma, presso il cinema Porto Astra, a Padova ed è destinato a neogenitori di bambini tra zero e dodici mesi. E’ ideato e promosso dall’associazione di volontariato Città delle Mamme.
Qui è disponibile il programma delle proiezioni e degli incontri.

giovedì 24 giugno 2010

Il latte delle mamme milanesi è più inquinato di quello delle napoletane

Parlo di nuovo di latte, ma non posso farne a meno perché questa notizia del latte contaminato mi colpisce. In pratica alcuni ricercatori hanno analizzato i campioni di latte prelevati da 63 mamme, alcune di Piacenza, altre di Milano e altre della provincia di Napoli (Giugliano, luogo funestato ancora oggi dalla presenza di cumuli di spazzatura per le strade), ed è emerso che il latte delle mamme milanesi sarebbe più inquinato rispetto a quello delle mamme napoletane. Il risultato ha molto sorpreso i ricercatori che partivano dal presupposto che siccome le mamme napoletane avevano respirato fumo proveniente da roghi di spazzatura e chissà quali altri miasmi il loro latte sarebbe stato sicuramente più inquinato e più ricco di diossina.

E invece no.

Le mamme milanesi sono più in là con gli anni (in media hanno il primo figlio tra i 30 e i 40 anni, mentre a Napoli la media è al di sotto dei 30 anni) e questa circostanza sembra influenzare davvero molto il livello di contaminazione del latte.
La buona notizia c’è: in generale il latte è meno inquinato rispetto agli anni scorsi.
I livelli di diossina sono scesi del 60% negli ultimi vent’anni e anche le concentrazioni di altri inquinanti come i policlorobifenili (PCB) e altre sostanze tossiche sarebbe diminuita del 20%.
I ricercatori della Facoltà di agraria della sede di Piacenza dell'Università Cattolica, che hanno condotto le analisi, hanno spiegato che l’età della madre è determinante dal momento che la diossina e altre sostanze si accumulano nell’organismo attraverso il cibo e la respirazione. Quindi più si è grandi più diossina ci sarebbe nel sangue.
Niente paura, però: anche le mamme milanesi hanno dei valori di diossina per nulla allarmanti. La diossina che si trova le latte materno viene naturalizzata dall’organismo e i livelli registrati sono molto inferiori ai limiti imposti dalla legge (tra i più bassi in Europa).

martedì 22 giugno 2010

Allattare fa bene, lo abbiamo capito. Però adesso diamoci un taglio

Il latte materno è meglio, non c’è dubbio. Però gli esperti cominciano a mettere in discussione le campagne che mirano a promuovere l’allattamento materno usando leve come “il latte è ricco di nutrienti” oppure “il latte materno protegge dalle malattie” e via così.

Questo perché dopo decenni di monopolio del latte artificiale e dopo che da qualche anno l’allattamento al seno è tornato alla ribalta, anche grazie a campagne di sensibilizzazione, sembra essere arrivato il momento giusto per darci un taglio e di ricordare semplicemente che allattare è facile, economico, naturale.

Un po’ sono d’accordo. Ormai lo sappiamo tutte che il latte materno è il migliore che ci sia, che fornisce anticorpi, che regala una protezione immunitaria eccezionale, che previene numerose malattie in mamma e bambino. Quindi potrebbero anche smettere di ricordarcelo in ogni dove e in ogni momento della nostra gravidanza e del nostro puerperio perché il senso di colpa è dietro l’angolo. E pure il senso di inadeguatezza che ti prende se proprio non ci riesci, se non puoi, non vuoi, se stai male, se sanguini, se smetti.

In Gran Bretagna ne stanno discutendo in questi giorni. Stop alle campagne che promuovono l’allattamento perché fa bene e via a campagne che utilizzino linguaggi diversi, mirati a ricordare quanto l’allattamento possa rappresentare una esperienza appagante e straordinaria per la mamma e il bambino.

Quindi non più
Breast is best
Ma
breast is natural, easy, economy.

D’altra parte sembra che sia questa la giusta chiave di lettura per favorire la diffusione dell’allattamento materno. Leggo che presso il Queensland University of Technology hanno condotto un’indagine su 400 donne con figli di età inferiore ai 18 mesi e hanno scoperto che in tema di allattamento le neomamme preferiscono la vicinanza, il supporto pratico e i suggerimenti di amici e parenti piuttosto che le campagne di comunicazione sull’importanza del latte materno. La ricercatrice australiana spiega che “l’approccio colpevolizzante tutto basato sui benefici al bambino dell’allattamento materno non funziona, è ora che la comunicazione sui temi della salute impari a usare strategie di marketing sociale piuttosto che sullo stile tipicamente educational, un approccio che enfatizza la scelta libera e la fornitura di servizi che aiutino le donne ad allattare al seno”.

mercoledì 3 febbraio 2010

Ma davvero crediamo che il latte materno renda più intelligenti?

Ricordo di aver letto questa notizia un po’ di tempo fa e di aver pensato “che scemenza!”.
Si diceva che quelli cresciuti a latte materno fossero più intelligenti. Non così per dire, ma proprio con un quoziente di intelligenza più alto. Insomma un'assurdità, che però trovava seguito ed era diventata oggetto di dibattito.
A lanciare il sasso era stato lo studioso Michael Kramer della McGill University che aveva scoperto che, all’età di sei anni, i bambini nutriti con latte materno totalizzavano ben 7.5 punti in più ai test per misurare intelligenza verbale, 2.9 punti in più ai test per l’intelligenza non verbale e 5.9 punti in più ai test per valutare l’intelligenza complessiva.


Adesso a smentire una volta per tutte questa teoria è la ricercatrice britannica Catherine Gale che ha condotto lo stesso esperimento su 241 bambini che sono stati seguiti dalla nascita fino ai 4 anni, quando sono stati sottoposti ai test per misurare il quoziente intellettivo.
I ricercatori non hanno tenuto conto solo del QI e del tipo di allattamento ricevuto, ma anche altri fattori come il QI della madre e il livello di educazione nonché il contesto socio-culturale della famiglia.
Fatto questo, sparite le differenze: non è l’allattamento al seno a fare i bambini più intelligenti ma l’ambiente in cui sono cresciuti, più o meno stimolante, unito a fattori ereditari.
Lo studio è apparso sugli Archive of Disease in Childhood e quello stesso Michael Kramer, chiamato a scrivere un editoriale su questa nuova ricerca, ha spiegato che questi dati non contraddicono le sue conclusioni perché “le donne che allattano tendono ad essere più intelligenti e ad investire più risorse ed energie nel rapporto con il bambino”.
Insiste. E’ de’ coccio.

Ma per quale motivo si pensava che il latte materno rendesse più intelligenti?
Secondo Kramer e gli altri fautori di questa teoria il merito sarebbe degli acidi grassi omega 3, come l'acido docosaesaenoico (DHA).
Questi acidi sono importantissimi perché favoriscono la costruzione della materia grigia nel neonato. In pratica, in tenera età, rappresentano una preziosa risorsa per sviluppare al meglio le funzioni cerebrali e intellettive.
Non c’è dubbio che il latte materno sia un alimento completo e assolutamente perfetto e contenga la giusta quantità di acidi grassi. Ma proprio per questo la Comunità Europea obbliga tutti i produttori di latte artificiale a seguire una formula standard che si avvicini il più possibile a quella del latte materno. Anche nella quantità dei preziosi acidi grassi.
La differenza quindi non la fa il latte ma le coccole, gli stimoli, l'affetto.
E il DNA.

martedì 6 ottobre 2009

Latte materno: Madre Natura pensa a tutto


Che bella questa scoperta fatta da alcuni studiosi iberici.
Si sente spesso ripetere che il latte materno provvede a tutte le esigenze del bebé, sia nutrizionali che di tipo emotivo, ma questa ricerca che ho letto giorni fa dimostra che Madre Natura la sa proprio lunga.
I nutrizionisti dell’Università di Extremadura guidati da Cristina Sanchez hanno scoperto che la composizione del latte materno non è sempre la stessa, ma varia nell’arco delle 24 ore a seconda delle diverse esigenze del neonato.
I ricercatori hanno raccolto e analizzato per otto volte durante tutta la giornata i campioni di latte proveniente da trenta neomamme e hanno, così, scoperto che la concentrazione di alcune sostanze variava a seconda dell’ora del giorno o della notte.
Si tratta dei cosiddetti nucleotidi (adenosina, guanosina e uridina), sostanze capaci di regolare il sonno dei neonati attraverso la stimolazione o l’inibizione del sistema nervoso centrale. In pratica, nelle ore notturne (dalle 20.00 alle 8.00) la concentrazione di nucleotidi nel latte risultava essere al massimo, mentre durante il giorno la quantità di queste sostanze subiva una diminuzione.
Un modo del tutto naturale, dunque, per favorire il sonno notturno del neonato e per garantirgli tutto il beneficio possibile, non solo dal punto di vista nutrizionale.

giovedì 7 maggio 2009

Allattare protegge la salute del cuore



Allattamento. Posto questa ricerca pubblicata su Obstetrics and Gynaecology perché si parla ancora di allattamento e latte materno. Gli studiosi dell’Università di Pittsburgh hanno analizzato ben 140.000 donne in menopausa che avevano allattato, in media, per l’ultima volta 35 anni prima. Secondo i dati, aver allattato, anche solo per pochi mesi anche decine di anni prima, garantirebbe una specie di copertura protettiva da malattie cardiovascolari.
Strano? In effetti può sembrare esagerato.
Ma, bando allo scetticismo riporto i risultati: l’allattamento avrebbe ridotto del 20% il rischio di colesterolo alto e diabete e del 12% di ipertensione e, in media, abbatterebbe del 10% il rischio di ammalarsi di una qualche malattia cardiovascolare.
Il motivo? Potrebbe essere il più banale. E cioè che allattare aiuta l’organismo a bruciare i grassi che, quindi non si depositano nelle arterie e nei tessuti, ma i ricercatori ipotizzano che anche gli ormoni potrebbero giocare un ruolo determinante.

martedì 5 maggio 2009

Latte formulato e obesità: un legame al vaglio dei ricercatori



Latte artificiale. Leggevo su un libro di pediatria che i bambini nutriti con latte formulato crescono più rapidamente rispetto agli altri, ma che questa crescita si arresta in concomitanza dell’inizio dello svezzamento e si adegua a quella standard intorno al primo anno. Tant’è che, al primo compleanno, tutti i bambini saranno più o meno uguali in termini di peso corporeo, fatte salve, naturalmente, le differenze tra bambino e bambino spesso legate a fattori come ereditarietà e struttura ossea.

Poi leggo questo studio pubblicato giorni fa sulla BBC online che dice che il latte materno contiene una quantità minore di proteine ed è per questo che i bambini nutriti con latte artificiale crescono rapidamente nei primi mesi di vita.
Lo studio ha coinvolto un migliaio di bambini e ha dimostrato che il motivo di questo repentino aumento di peso sta nella quantità di proteine contenute nel latte artificiale.
I ricercatori dell’Università di Monaco hanno coinvolto genitori di neonati di Paesi diversi (Italia Germania, Belgio, Polonia e Spagna) che sono stati seguiti sin alle prime settimane di vita. A un terzo dei bambini è stata data una formula di latte a basso contenuto di proteine (circa 2 grammi per 100 calorie), un altro terzo ha avuto un latte ricco di proteine (3-4 grammi per 100 calorie) mentre gli altri bambini sono stati nutriti con latte materno per il primo anno di vita. A tutti i bambini sono stati misurati peso, altezza, e indice di massa corporea (BMI, che calcola il rapporto tra peso e altezza) per due anni.
Ecco i risultati pubblicati sull’American Journal of Clinical Nutrition: al termine di questo biennio non si registrava nessuna differenza nell’altezza dei bambini dei tre gruppi, ma quelli nutriti con latte ad alto contenuto proteico risultavano essere più cicciotelli.
L’ipotesi dei ricercatori è che i bambini cresciuti a latte formulato sono più esposti al rischio di diventare obesi in futuro e proprio per verificare questa teoria i piccoli saranno seguiti anche nei prossimi anni.
Secondo l’autore di questa ricerca, è possibile che un’alimentazione ricca di proteine nei primi mesi di vita “insegni” all’organismo ad immagazzinare più grassi possibile; una circostanza che aumenta il rischio di sovrappeso e obesità da adulti. I ricercatori non solo hanno concluso che è importante avviare e supportare programmi di educazione e sostegno all’allattamento, ma anche sensibilizzare le aziende produttrici di latte formulato a studiare la possibilità di limitare il contenuto proteico.

Al di là dei risultati di questa ricerca, numerosi esperti intervistatati dalla BBC hanno ricordato che sin dagli anni ’70 il latte formulato viene proposto a milioni di bambini senza che alcuna evidenza scientifica abbia dimostrato che causa obesità.
E in effetti se mi guardo intorno vedo, oggi, molti bambini in sovrappeso che, a prescindere da come sono stati nutriti nei primi mesi di vita, hanno uno stile di vita sedentario e seguono una dieta ricca di grassi e zuccheri. Penso che a fare dell’obesità infantile una delle emergenze sanitarie globali del nuovo secolo sia questo tipo di abitudini.

martedì 17 febbraio 2009

Sul banco degli imputati questa volta c'è l'allattamento al seno


Uno studio davvero controcorrente quello che hanno deciso di affrontare i ricercatori del Sunderland Royal Hospital britannico. Sul banco degli imputati sale – udite, udite – l’allattamento al seno. L’Organizzazione Mondiale della Sanità consiglia di allattare elusivamente al seno per i primi sei mesi, l’allattamento esclusivo viene promosso in ogni dove e le proprietà nutritive del latte materno, assolutamente indubbie, diventano baluardo di ogni discussione o dibattito che abbia come oggetto l’allattamento.
Negli ultimi decenni si è assistito ad un’autentica crociata in favore dell’allattamento al seno e contro quello artificiale, tanto che molte mamme che non riescono o non se la sentono di allattare finiscono col dover fare i conti non solo con la depressione post-parto, i dolori, la stanchezza, la paura del nuovo compito di mamma e mille altri sentimenti contrastanti, ma anche con un senso di colpa nuovo di zecca perché come il latte di mamma non c’è nulla e se non riesci a nutrire il tuo bambino con il tuo latte quasi quasi sei una mamma di serie B (un po’ come se non hai partorito spontaneamente).
Ora questo ricercatore britannico, Sam Richmond, sta studiando l’incidenza di un disturbo chiamato disidratazione ipernatremica, che si verifica quando la perdita di acqua è superiore a quella dei sali, un disturbo che sembra stia interessando un numero sempre maggiore di neonati.
In pratica se il piccolo non assume una quantità sufficiente di latte nei primi giorni di vita i livelli di sodio nel sangue salgono drammaticamente e se non si interviene tempestivamente possono verificarsi danni piuttosto seri. Naturalmente si tratta di una circostanza molto rara che, però, secondo i ricercatori si sta verificando un po’ più spesso negli ultimi tempi ed è ricollegabile proprio alla volontà di allattare al seno ad ogni costo.
Per indagare sulla questione gli studiosi hanno chiesto all’Unità di Sorveglianza Pediatrica britannica di compilare un rapporto ogni quattro settimane per segnalare il numero di bambini soggetti a disidratazione grave. Lo studio durerà 13 mesi al termine dei quali sarà possibile fare il punto sulla situazione e agire di conseguenza.
La risposta non è per forza il ricorso al latte artificiale.
Forse basterebbe aumentare la rete di sostegno alle mamme nei reparti di ostetricia, oppure sarebbe sufficiente offrire un supporto a quelle che hanno difficoltà ad allattare e che troppo spesso vengono lasciate sole con frasi di circostanza che ribadiscono quanto “il latte fa bene e quanto sia importante”, senza che ricevano alcun sostegno concreto per far sì che l’allattamento al seno diventi una esperienza appagante e sana per mamma e bebè.