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giovedì 3 gennaio 2013

Neonata stringe la mano del ginecologo che la fa nascere. Foto

FOTO neonata che stringe la mano del ginecologo. Negli Stati Uniti impazza la moda di pagare un fotografo professionista per farsi immortalare nel momento più emozionante.

I ritrattisti della nascita sono talmente numerosi e sempre più richiesti, al punto che è nata anche un'associazione professionale di fotografi della nascita che conta oggi più do 400 fotografi in tutti gli Stati.



Anche Alicia Atkins è una fotografa professionista e mai nella sua vita aveva pensato di poter scattare una foto come questa.


lunedì 22 novembre 2010

Partorire: il Ministro annuncia una piccola rivoluzione



Rimarranno solo parole, come quelle dei predecessori, illustri e pur carichi di buone intenzioni?
Il Ministro della Salute Ferruccio Fazio si unisce al coro di quelli che dichiarano che l’epidurale è un diritto per tutte e che se si garantisse l’accesso gratuito all’anestesia epidurale in tutti gli ospedali italiani si riuscirebbe finalmente a ridurre la percentuale di parti cesarei che oggi sfiora, nel nostro Paese, il 40% dei parti, a fronte di un 15% indicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come tetto massimo.

Non c’è dubbio che garantire l’epidurale a chi ne fa richiesta significherebbe far salire l’Italia un gradino più su nella scala della civiltà, ma lavorare in tal senso potrebbe contribuire anche a ottenere l’obiettivo di ridurre il numero di parti cesarei.
Fazio annuncia di voler ridisegnare il percorso nascita in Italia e di aver stilato, in sinergia con la Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia e l’Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani, un elenco di priorità:

1) chiudere i centri nascita italiani dove avvengono meno di 500 parti all’anno. Questi centri così piccoli verranno inglobati in quelli più grandi: “bisogna superare la logica dell’ospedale sotto casa””, ha dichiarato il Ministro, che punta ad evere ospedali più grandi, più sicuri e con un'assistenza 24 ore su 24

2) garantire l’epidurale per tutte le partorienti che ne fanno richiesta. Oggi solo il 16% dei centri nascita in Italia offre l’epidurale e non certo perché le donne desiderino TUTTE un parto con dolore (anche perché laddove l’epidurale è garantita ne fa richiesta il 90% delle partorienti!): la causa è da ricercare nella mancanza di fondi e nella carenza di anestesisti e a farne le spese sono soprattutto le donne

3) investire nella formazione e nella promozione del parto vaginale, con l’obiettivo dichiarato di ridurre l’incidenza del parto cesareo, il che significa anche rivalutare il parto fisiologico dal punto di vista economico dal momento che una parto normale vale tra i 1200 e i 2000 euro: meno di un’artroscopia.

Per far questo bisognerà investire, stanziare fondi, formare gli anestesisti, convincere le Regioni a destinare fondi a questa operazione. Praticamente si tratterà di superare gli ostacoli che si sono trovati davanti anche i predecessori dell’attuale Ministro.
Riuscirà il nostro eroe?

venerdì 1 ottobre 2010

Nelle sale parto d'Italia si litiga continuamente. Oppure no...



Premessa: provo tenerezza, sgomento e solidarietà per le famiglie che nelle ultime settimane hanno visto trasformare il momento più bello della loro vita (quello della nascita di un bambino) in un incubo dal quale non si sveglieranno mai più. La nascita dovrebbe essere un evento carico di gioia (e per la maggior parte delle famiglie è così), e quando accadono tragedie come quelle che stanno riempiendo i giornali mi si stringe il cuore e mi dico che sono fortunata perché come dice mia nonna “stiamo sotto al cielo”.

Ora, fatta questa fondamentale premessa che dovrebbe scongiurare il rischio di commenti del tipo “non hai pietà per queste famiglie”, esprimo la mia perplessità di fronte a questa epidemia di liti in sala parto, medici fanatici privi di qualsiasi morale, casi di malasanità che affollano i giornali.

I giornalisti ci marciano. Lo so per esperienza. Se si crea un caso si ha materiale per fare i titoloni per settimane. Una volta fu l’epoca dei cani che azzannavano a morte le persone (e per un periodo sembrava che l’Italia fosse invasa da cani assatanati e fuori controllo), poi più nulla, anche se magari ogni tanto ancora capita che un cane azzanni un bambino, poi vennero i casi di influenza dei quali i media sentivano l’urgenza di informarci ogni giorno con una specie di countdown e adesso è la volta del “caso delle liti in sala parto”.

Da qualche parte ci sarà senz’altro (probabilmente nel primo caso, quello avvenuto a Messina, anche se l’inchiesta sta ancora chiarendo i fatti) una coppia di medici che ha dimenticato il motivo per il quale fa questo lavoro e ha sprecato tempo prezioso a litigare sull’eventualità o meno di praticare un taglio cesareo (un talebano fanatico del naturale a tutti i costi esisterà certamente, così come quello dal bisturi facile “un taglio e via in dieci minuti”: incontrarsi nella stessa sala parto può essere deflagrante).

Ma poi è stato tutto un fiorire di liti tra medici, bambini nati con problemi di invalidità e ovviamente di denunce: quale sarà stato il ruolo giocato da solerti avvocati desiderosi di “fare giustizia” nella scelta dei genitori di fare causa all’ospedale (anche dopo mesi) per ottenere un risarcimento? E quale ruolo ha giocato il solito circo mediatico allestito attorno a una succulenta epidemia di liti in sala parto?

Parti andati male, famiglie distrutte, avvocati e media: un circolo vizioso che contribuisce ad alimentare una diffusa sfiducia nei confronti della classe medica e della Sanità in Italia, tanto che secondo i dati nell’ultimo mese si è registrato un significativo aumento del numero di denunce ai medici nelle ultime settimane.

Non c'è dubbio che sia necessario e urgente ripensare ad una nuova organizzazione dei Reparti di Ostetricia e Ginecologia dei nostri Ospedali, lavorare su una maggiore umanizzazione della classe medica, su una maggiore attenzione alla mamma e alle sue esigenze, così come è importante informare la mamma sui rischi che sta correndo, ma questi ed altri aspetti - che vanno migliorati e affrontati - non devono essere strumentalizzati al fine di instillare nell'opinione pubblica l'idea che in Italia non sia sicuro partorire perchè in realtà l'Italia è il posto dove si registra la più bassa mortalità materna di tutto il mondo.

giovedì 2 settembre 2010

L'acido lattico aiuta a capire se si va incontro a un parto vaginale o a un parto cesareo



L’utero è un muscolo e come tutti i muscoli produce acido lattico. Sì, avete capito bene. Proprio quell’acido lattico responsabile di dolori che ci impediscono di alzarci dal letto se il giorno prima siamo state colpite dalla sindrome del “corro in palestra perché non ho più scuse”.

I ricercatori della compagnia privata svedese Obstecare hanno pensato di misurare i livelli di acido lattico nell’utero per riuscire a predire con una certa sicurezza se la partoriente potrà sostenere un parto spontaneo o se invece avrà grandi probabilità di andare incontro a un parto cesareo.
La notizia è stata data dalla BBC: il muscolo (e quindi anche l’utero) produce acido lattico quando è messo sotto sforzo e se i livelli di acido lattico sono troppo alti di fatto inibiscono le contrazioni e rendono praticamente impossibile un parto vaginale, anche in caso di somministrazione di ossitocina.

I ricercatori svedesi hanno scoperto che se i livelli di acido lattico prodotto dall’utero sono bassi è probabile che la donna sia in grado di sostenere le contrazioni e un parto vaginale, mentre se i livelli sono alti vuol dire che l’utero è estremamente affaticato e che con molta probabilità si finirà con un parto cesareo. L’utilizzo capillare di questo test permetterebbe, secondo i ricercatori dell’Università di Liverpool, una riduzione del 25% del numero di parti cesarei.

Sembra pioneristico ma in realtà questo tipo di esame è già usato in Norvegia, Svezia e Belgio, con buoni risultati, sembra.

lunedì 22 febbraio 2010

Un travaglio senza cibo nè acqua. Ma serve davvero?

Niente per bocca” durante il travaglio: è una pratica che è stata molto diffusa negli ultimi decenni, ma che oggi viene messa fortunatamente sempre più spesso in discussione (immaginiamo di non poter bere un po’ d’acqua o mangiare un biscotto in dodici o quindici ore di travaglio….).

Secondo i suoi sostenitori, le donne che stanno affrontando un travaglio non dovrebbero mangiare e bere alcunché per evitare possibili complicanze, come la Sindrome di Mendelson, nel caso in cui un parto naturale finisca in un parto cesareo con anestesia generale.
Ma i detrattori di questa pratica si sono attivati negli ultimi tempi per dimostrare che si tratta più di rischi teorici che concreti e che non vi è alcuna reale controindicazione a far mangiare o bere una paziente se lei stessa ne ha voglia.
Ad esempio un’analisi condotta dai ricercatori dell'East London Hospital Complex ha riesaminato cinque studi che negli anni si sono posti il problema e ha concluso che non esistono prove né dei danni né dei benefici della pratica “nulla per bocca”. Conclusione: la scelta se mangiare o bere andrebbe lasciata alla donna che dovrebbe essere messa in condizione di decidere liberamente.
La Sindrome di Mendelson è una rara complicanza che può verificarsi durante l’anestesia generale nel corso del parto cesareo e che provoca un rigurgito di acidi di stomaco nei polmoni. Secondo i ricercatori inglesi, grazie all’avvento dell’anestesia epidurale e alla bassa incidenza di parti cesarei in anestesia generale, al giorno d’oggi sarebbe più efficace studiare metodi per prevenire il rigurgito invece di impedire a tutte le partorienti di mangiare o bere qualcosa.

Image: Flickr

lunedì 15 febbraio 2010

No al parto cesareo: ma chi si chiede cosa vogliamo noi?


Dare un taglio netto al numero di parti cesarei che vengono effettuati ogni anno in Italia. E’ questo l’obiettivo di un documento stilato dall’Istituto Superiore di Sanità e destinato a medici e future mamme. L’intento è quello di frenare la corsa al cesareo e offrire delle precise linee guida alle quali attenersi per decidere se e perché effettuare un taglio cesareo.

Insomma, stop al parto cesareo selvaggio e maggiore promozione del parto vaginale.
Secondo gli ultimi dati a spiegare il perché di quel 40% di parti cesarei (veramente elevato se si considera che l’OMS ne fissa un tetto massimo al 15% e l’Italia al 20%) c’è in primo luogo la paura della mamma di dover affrontare un travaglio lungo, doloroso e dall’esito incerto e in secondo luogo c’è la propensione da parte del medico a fissare un cesareo in modo da potersi organizzare al meglio l’agenda e fare un “lavoro” veloce.

L'ho già detto in precedenza: io ho fatto un cesareo programmato. Avevo un buon motivo legato alla salute, ma avevo deciso di chiedere al mio ginecologo di farmi partorire comunque con un cesareo perché ero TERRORIZZATA all’idea che avrei sofferto e che non avrei saputo mantenere il controllo e la lucidità.
Non sono proprio un cuor di leone, lo ammetto, ma a me questa storia del cesareo che va vietato mi fa arrabbiare e mi da l’idea che, come al solito, alla fine ci rimetteremo noi e la nostra libertà. Di avere paura e di decidere ciò che è meglio per noi.
Insomma, prima di dirci che ci faranno il massimo dell’ostruzionismo se vogliamo partorire con il cesareo dovrebbero garantirci:

· un parto senza dolore: se in Olanda la percentuale di cesarei è la più bassa d’Europa (13%) forse è perché le donne che chiedono l’epidurale la ottengono, a qualsiasi ora del giorno e della notte e in qualsiasi ospedale. Da noi l’epidurale non solo è un lusso per poche fortunate ma è proprio una rarità: anche se il Ministero della Salute ogni tanto si ricorda di inserirla nei livelli essenziali di assistenza, la responsabilità di mettersi in condizione di poter offrire veramente l’epidurale è delle Regioni (...la solita sfortuna del nascere in Regioni a rischio di tracollo del sitema sanitario...)

· strutture amiche delle donne: ho visto troppe amiche affrontare travagli infinti e dolorosi nella più totale solitudine, senza ricevere il minimo sostegno psicologico e fisico, con la sola compagnia di ostetriche e infermiere che, forse perché ne hanno viste a centinaia, si sono dimenticate del perché hanno scelto di far nascere bambini per professione

· libertà di scelta su come affrontare il travaglio: in luoghi confortevoli, a misura di mamma, dove trascorrere ore insieme ai nostri cari, ascoltando musica o altro, e magari decidere di partorire in acqua

· accesso a corsi di preparazione al parto, a corsi per apprendere le tecniche di gestione del dolore, a corsi di meditazione e respirazione e chi più ne ha più ne metta

Sarò impopolare e posso sembrare una fautrice del parto cesareo che, sottolineo, resta comunque un intervento chirurgico e come tale ha le sue possibili complicanze e i suoi rischi, sia per la mamma che per il bambino, ma preferisco pensare di essere in favore della libertà di scelta della donna, che deve essere aiutata, informata, supportata, deve avere accesso a ciò che la moderna scienza mette a disposizione per non “partorire con il massimo del dolore possibile” e infine scegliere ciò che è meglio per lei e il suo bambino.

Ecco le Linea Guida "Taglio cesareo"dell’ISS

Per richiedere un’epidurale gratuita e garantita ecco la petizione

Image: Birth Control

venerdì 8 gennaio 2010

Dimagrire in gravidanza...

Le donne incinte lo sanno bene. Mettere su troppi chili rischia di essere un problema, non solo perché poi sarà estremamente difficile rientrare nei propri panni, ma anche perché aumentano i rischi di un parto cesareo e di complicanze.
Ma qual’è il numero giusto di chili da mettere su durante i nove mesi? Io sono ingrassata di dodici chili e ricordo che qualcuno storceva il naso (eppure ero un figurino e me li sentivo addosso tutti giusti e funzionali al mio stato).
Sull’American Journal of Clinical Nutrition leggo con curiosità di alcuni ricercatori tedeschi che hanno studiato più di 177mila nascite avvenute in Baviera nell’arco di due anni e hanno analizzato soprattutto il collegamento tra il peso delle donne e le complicanze e il peso del neonato. Così hanno scoperto che non ci sarebbe un diretto legame tra un certo sovrappeso e i rischi comunemente ipotizzati.
I ricercatori hanno spiegato che questo studio dimostrerebbe che ogni donna è un caso a sé e che non c’è motivo per cui una donna, inizialmente già in sovrappeso, non possa mettere ad esempio 11 chili e partorire un bambino con un parto naturale e normopeso.
A noi donne e mamme sembrano solo numeri, perché poi ognuna di noi ha la sua storia e la sua personale esperienza di lotte con il proprio IO più goloso e il suo aumento di peso, ma se si guarda alle attuali linee guida internazionali si capisce perché questo studio può rivestire un qualche interesse.
Negli Stati uniti, ad esempio, l’Institute of Medicine (IOM) consiglia alle donne normopeso che aspettano un bambino di aumentare tra gli 11 e i 16 chili, a quelle sottopeso di poter arrivare fino ai 18 chili, mentre alle obese di non superare i 9 chili.
In Italia le linee guida sono simili e consigliano di mettere su tra i 12 e i 15 chili in più.
I ricercatori di Monaco di Baviera hanno, invece osservato che le donne normopeso hanno partorito figli anch’essi normopeso pur mettendo qualche chilo in meno rispetto a quanto indicato, che le donne in sovrappeso e le obese potevano addirittura perdere peso invece che metterlo senza rischiare di dare alla luce neonati con problemi di salute e quelle sottopeso potevano ingrassare un po’ più della norma senza che il bambino ne risentisse in alcun modo.
Ora, tutto molto interessante, ma mi chiedo: come fa una donna in sovrappeso a PERDERE qualche chilo durante la gravidanza?



Image: http://www.flickr.com/photos/globetrotter1937/3273587681/

martedì 20 ottobre 2009

Il parto è una questione tra donne


Un tempo partorire era una questione tra donne.

Il padre camminava su e giù per la sala di attesa, fumando una sigaretta dopo l’altra e partecipando solo in maniera emotiva. Da lontano.
In sala parto avveniva tutto. Con il supporto di ostetriche e infermiere, la donna se la cavava da sola.
Perché in fondo a partorire ci deve pensare lei.

La mia personale esperienza è diversa. Ho fatto un cesareo e mio marito ha voluto assistere a tutti i costi. Siamo stati fortunati perché la struttura ce lo ha permesso. Io gli ho detto “scegli tu” e lui ha scelto di esserci. Nonostante tutti - medici, suocera, io stessa - gli avessero detto che non sarebbe stato un bello spettacolo, che non avrebbe dovuto cedere alla tentazione di guardare oltre il lenzuolo verde e che se si fosse sentito male sarebbe dovuto uscire dalla sala operatoria con le sue gambe perchè nessuno lo avrebbe soccorso.
E’ stato un eroe secondo me. Io non avrei resistito.
Ho avuto, io, la partoriente, una specie di attacco di panico subito dopo l’epidurale. Invece lui, stoico, mi ha fatto mille carezze, mi ha rassicurato, ha provato con tutto se stesso ad essere solidale e sereno nonostante la mia agitazione.
A posteriori l’ho invidiato. Perché quando mio figlio è nato, ho fatto giusto in tempo a sentire il suo ngueee e a baciarlo un attimo prima che mi addormentassero. Invece lui era tranquillissimo. Ha seguito il piccolo fino al nido, ha assistito a tutte le operazioni di pulizia e visita pediatrica e alla fine era fresco come una rosa.
D’altro canto ho sempre detto chiaramente che se avessi partorito naturalmente non lo avrei voluto con me. Troppo l’imbarazzo, troppo il pensiero che avrei rivolto a lui invece che a me stessa, troppa paura che non sarei stata all’altezza. Non avrei voluto dovermi preoccupare anche per lui.
Insomma, dicevo a lui e tutti che, appunto, partorire è una roba di donne.

Faccio questa lunga e personale premessa per introdurre le dichiarazioni di un noto ginecologo francese, Michael Odent, che nei giorni scorsi ha spiegato che non solo è meglio se il padre si tiene fuori dalla sala parto, ma la sua presenza potrebbe addirittura diventare un boomerang e mettere a rischio la salute di mamma e neonato.
Sono 50 anni che accompagno le donne al momento di dare alla luce i loro bambini in Francia, Inghilterra e Africa e posso dire con certezza che se è presente solo un'ostetrica il parto diventa più facile e veloce": queste le parole del medico che su Daily Mail non ha usato mezze misure.
La presenza del padre allunga il parto, lo rende ancora più difficile perché lo stress rallenta la produzione di ossitocina, ha effetti sul benessere della mamma e aumenta il rischio di dover ricorrere al taglio cesareo.
Odent dice anche altro. Aver mascolinizzato l’evento nascita ha aumentato il numero di cesarei e anche il numero di divorzi perché in qualche modo ha agito sulla sfera intima e sessuale della coppia.

Image: 'birth.jpg'

mercoledì 27 maggio 2009

Parto naturale: è sufficiente desiderarlo per riuscire a gestire il dolore?


Parto naturale, epidurale, parto ceareo.
Le talebane del non-siamo-vere-mamme-se-non-partoriamo-contuttoildolorepossibile smettano di leggere, pena dover mettere in conto che a volte non basta desiderare un parto naturale per averlo, perchè l’epidurale quando ti tocca ti tocca e, quando le contrazioni ti fanno venir voglia di essere aperta in due purché sia tutto finito, ringrazi il tuo medico per aver insistito a farti fare la visita anestesiolgica, anche se non ci sarà bisogno dell’epidurale. Certo non in Italia dove è un costoso e pressoché raro optional, ma in Svezia dove si è svolta questa ricerca.
Prese mille mamme appartenenti a due diverse correnti di pensiero – una decisa per un parto assolutamente fisiologico, l’altra aperta alla possibilità di un’epidurale – i ricercatori del Karolinska Institute si sono accorti che l’incidenza dell’epidurale era praticamente identica nei due gruppi. A nulla sembrano valere tecniche di rilassamento, di pensiero positivo e di respirazione… se la situazione lo richiede l’epidurale si fa.
I risultati dello studio hanno messo in evidenza che:
- il 70% delle donne che erano entrate in sala parto con la ferma intenzione di avere un parto naturale avevano messo in pratica tutte le tecniche di rilassamento e respirazione apprese durante i corsi di preparazione al parto
- la metà delle donne di tutti e due i gruppi a un certo punto del travaglio avevano chiesto e ottenuto l’epidurale (siamo sempre in Svezia, certo)
- in entrambi i gruppi si registrava la stessa percentuale di parti cesarei di urgenza e di parti vaginali
- la maggior parte delle donne si dichiarava assolutamente soddisfatta della propria esperienza e la stessa percentuale di neomamme, invece, raccontava un’esperienza traumatica.
Insomma, sembra che il detto volere è potere non sia applicabile a tutte.

lunedì 19 gennaio 2009

Anestesia epidurale rischiosa? Meno di quanto crediamo

L'anestesia epidurale resta un optional in numerosi ospedali italiani mentre è una pratica comune negli altri Paesi europei.
Mi stupisce in positivo una ricerca britannica che avrebbe dimostrato come i rischi connessi all’epidurale e all'anestesia spinale siano sostanzialmente sopravvalutati.
Sono stati analizzati i dati di centinaia di migliaia di pazienti che erano state sottoposte ad anestesia epidurale, alla ricerca del rischio connesso a danni permanenti o a decessi.
Gli studiosi hanno, così, concluso che il rischio di danni permanenti per le donne incinte sarebbe inferiore ad uno su 80mila. Può sembrare un numero come un altro, ma è ben dieci volte in meno di quanto si crede oggi e di quanto ci comunicano i medici che sono i primi a non essere del tutto sicuri del rischio legato all’anestesia epidurale.
Lo studio è sulle pagine del British Journal of Anaesthesia.

domenica 18 gennaio 2009

Parto cesareo: Italia maglia nera

Confesso, ho partorito con un taglio cesareo. Il mio oculista mi ha assolutamente vietato il parto naturale e mi sono detta: “Bella scusa”.
Questo per dire da subito che sono tra quelle che non ritengono le cesarizzate delle mamme di serie B. Per me 20 ore di travaglio non santificano una nascita e non fanno una mamma.
Certo, ciò non toglie che il pensiero della nascita naturale mi affascina molto e forse non proverò mai nella vita quello che hanno provato le mamme che hanno partorito spontaneamente, ma me ne sono fatta un ragione e i momenti in cui il mio piccolo ha fatto il suo “Ngue” per esprimere il suo disappunto nel dover uscire o l’attimo in cui l’ho visto rosa rosa e l’ho potuto baciare restano impressi indelebilmente nella memoria, anche se non l’ho spinto fuori con tutte le mie forze e dolori.
Questa mia personale esperienza per introdurre i risultati di una recente indagine condotta dall’Agenzia per i servizi sanitari del Lazio che ha reso noto come il numero di parti cesarei sia in netto aumento, soprattutto nelle cliniche frequentate dalla borghesia medio-alta.
Il dato è davvero impressionante: la clinica Mater Dei di Roma ha registrato un tasso di parti cesarei pari al 84,4%. Praticamente quasi nove nascite su dieci sono avvenute con un taglio cesareo. La clinica fa solo ricoveri a pagamento e ciò sembra portare alla conclusione che spesso sono proprio le donne a chiedere il cesareo e a pagare per ottenerlo.
In Italia, a prescindere dalle cliniche private, il numero di parti cesarei resta davvero alto rispetto alla media europea: si sfiora il 37% contro il 15-20% consigliati dall’Organizzazione Mondiale della sanità.
Ciò che mi fa riflettere è che da un lato i medici intervistati dichiarano, con un palpabile senso di resa, che con il passare degli anni l’intervento della chirurgia sarà sempre più diffuso portando un progressivo aumento dell’ospedalizzazione del parto, dall’altro il numero di parti naturali viene utilizzato come strumento per valutare l’efficacia del sistema sanitario nazionale.
Personalmente ritengo che uno stato progressista e all’avanguardia sia un luogo dove ogni donna possa liberamente scegliere in che modo partorire seguendo le proprie paure e i propri desideri con il supporto e il consiglio del medico, dove l’epidurale non sia un optional piuttosto costoso, dove ci sia la possibilità di fare il travaglio in luoghi confortevoli e a misura di mamma, dove si possa partorire in acqua, dove il personale infermieristico aiuti ogni nuova mamma con la stessa accoglienza e professionalità della prima volta in cui è stata in sala parto.